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soldiepotere

Sanders, Corbyn, Zingaretti. Trova l’intruso

di Carlo Clericetti

Nel disastro della sinistra in questi ultimi anni, con caratteristiche più o meno simili in tutti i paesi avanzati, spiccano alcune eccezioni. Alexis Tsipras in Grecia e Antonio Costa in Portogallo sono riusciti ad andare al governo dopo campagne elettorali anti-austerità e prefigurando politiche fortemente alternative a quelle attuate in Europa. Poi il primo ha dovuto cedere al “waterboarding economico” (la similitudine con la nota pratica di tortura è di Yanis Varoufakis) e del suo programma non è rimasto nulla: secondo i sondaggi, non resterà al governo dopo le prossime elezioni. Il secondo al momento ha il vento in poppa, nonostante che la politica economica portoghese non sia cambiata, se non per alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dei meno abbienti somministrati però in dosi quasi omeopatiche. Ma, anche grazie al buon momento della congiuntura, sono bastati per dare l’impressione che la musica fosse diversa.

Negli Stati Uniti Bernie Sanders è stato il fenomeno inaspettato della scorsa campagna presidenziale. Un anziano senatore (oggi ha 77 anni) di un piccolo Stato, mai apparso prima alla ribalta delle cronache nazionali, è riuscito a mobilitare folle di sostenitori. I sondaggi lo davano vincente su Trump, ma per l’establishment del Partito democratico era decisamente troppo radicale: lo hanno ostacolato in tutti i modi e i “grandi elettori”, determinanti nel decidere la nomination, si sono schierati in grande maggioranza con la guerrafondaia Clinton, che dell’establishment è una perfetta rappresentante.

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sinistra

Compatibili, incompatibili e scartati

Il muro numero 78 è nel Sahel

di Mauro Armanino

Niamey, febbraio 2019. Quando quello di Berlino cadeva a pezzi per i collezionisti erano giusto 15. Alla fine della seconda guerra mondiale i muri recensiti erano appena sette. Dal 1989 ai nostri giorni i muri ufficiali sono, secondo la geografa Elisabeth Vallet, almeno 77. Un numero già surclassato in conseguenza dei prossimi avvenimenti nelle geopolitiche mondiali. Quello di Trump, ai confini del Messico, non è che l’epilogo di una lunga storia iniziata prima di lui. I muri sono simboli che organizzano a loro maniera il tipo di mondo che si vorrebbe abitare. Compatibili, incompatibili e soprattutto scartati. A questo serve l’edificazione dei muri i cui mattoni sono aggiunti da volenterosi operatori di divisioni di classi e di mondi. I materiali di costruzione dei muri sono i più disparati e rispecchiano insieme continuità e innovazione. Da muri elettronici con sensori a quelli di filo spinato, ormai un classico da manuale, al cemento, alla sabbia, al mare, al cartone e alle parole. Questi materiali e altri più o meno nobili sono all’opera per congiungere fantasia e spietatezza al messaggio che si vuole veicolare a cittadini impauriti da mezzi di comunicazione assoldati dal potere. Sono passati quarant’anni dal celebre pezzo eseguito dai Pink Floyd, ‘Another Brick in The Wall’, un altro mattone nel muro. Quarant’anni di esseri umani scartati perchè incompatibili col mondo che verrà.

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rinascita

Politicamente corretto: violenza liberista

di Carlo Formenti

La campagna “antipopulista” dei partiti e dei media allineati con gli interessi e i valori del liberismo non conosce soste e si fa più virulenta a mano a mano che si avvicinano le elezioni europee.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito:

1. Alle sparate di Macron e dei media francesi che hanno preso spunto dal proliferare di scritte antisemite per rilanciare l’equazione antisionismo=antisemitismo (ma nell’equazione è sottinteso un senso più ampio: se non sei amico dello stato e del governo di Israele sei antisemita di default).

In particolare, dopo che alcune sinistre radicali hanno manifestato contro questo uso strumentale degli atti di antisemitismo, si è lanciata l’equazione rossi=neri=islamici, evocando una inesistente ideologia rossobrunistaislamica (per inciso: questa neutralizzazione delle differenze è stata una delle armi storiche usate dal razzismo totalitarista il cui ritorno si dice di voler esorcizzare).

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sbilanciamoci

Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea

di Francesco Garibaldo, Mariana Mortágua, Riccardo Bellofiore

Pubblichiamo l’introduzione del volume di Bellofiore, Garibaldo e Mortágua “Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea”: un contributo rigoroso e appassionato al dibattito sull’Europa e la sua crisi

Questo libro propone un’analisi della crisi combinando una prospettiva marxiana e una prospettiva keynesiano-finanziaria. Entrambe sono interne a una visione strutturale e di lungo periodo delle dinamiche capitaliste. Ogni crisi scoppia a causa delle contraddizioni di fattori idiosincratici, gli stessi che ne spiegano l’ascesa. Stiamo vivendo la crisi non di un generico neoliberismo o di una vuota finanziarizzazione, ma di un money manager capitalism, un capitalismo dei gestori finanziari, che è stato costruito sulla centralizzazione senza concentrazione, su nuove forme di governo societario, sulla concorrenza distruttiva, sull’aumento dei prezzi delle attività finanziarie, e sul consumo a debito. Un mondo che è stato in grado di approfondire in forme nuove il vecchio sfruttamento, di procurarsi internamente la domanda, e di presentarsi come in grado di crescere dentro una Grande Moderazione apparentemente sempre più stabile. Questo mondo può essere descritto come un keynesismo privatizzato di natura finanziaria, basato su una politica monetaria e su una domanda autonoma, entrambe di tipo nuovo: una configurazione che alla fine si è rivelata insostenibile per ragioni intrinseche alla sua costituzione. La sua crisi sta evolvendo da una Grande Recessione verso una Depressione Minore.

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operaicontro

La politica del ferro e del fuoco

di D.C.

I gilets jaunes fondano un nuovo modo di fare politica nella lotta di strada, bisogna scrollarsi di dosso anni di passerelle elettorali, di rappresentanze parlamentari compromesse, di arrivisti politici

Ingrid Levavasseur è una signora di provincia che fa l’infermiera in una città della Normandia, ha un lavoro pagato al minimo che gli permette con fatica di arrivare a fine mese, due figli da allevare da sola perché divorziata, parla un francese corretto, ha dichiarato di non seguire particolarmente la politica e di aver votato Macron alle ultime elezioni, era salita alla ribalta come una delle prime portavoce del movimento.

Non ha idee di rivolta da propugnare e le poche e confuse idee che ha sono un concentrato di banalità sconcertanti: il suo ruolo “non sarà quello di prendere decisioni ma di assicurare che le scelte dei cittadini vengano rispettate”. Banalità che i media francesi hanno preso al volo per farne una dei principali protagonisti della protesta dei gilets jaunes. Un’operazione, quella delle TV francesi, confezionata ad arte, buona per chi accetta che tutto quello che passa davanti allo schermo sia vero, nello sforzo di preparare il terreno ad un partito organizzato che tolga tutto il potenziale ribelle alla protesta dei gilets jaunes.

Per questo motivo la signora in questione è diventata la capolista dei “Ralliement d’initiative citoyenne”, assieme ad altri 10 individui: manager, giuristi, contabili ma anche autisti e casalinghe, un accozzaglia di professioni rappresentanti una parte dei gilets jaunes e presentati come possibili candidati alle elezioni europee.

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tysm

Slowbalisation

di Christian Marazzi

Nelle ultime settimane la politica monetaria di alcune tra le più importanti Banche centrali, a cominciare da quella statunitense, sembra aver cambiato decisamente direzione. Di fronte all’accumularsi di una serie di rischi di recessione, di “rallentamento della crescita” (la slowbalisation, come l’ha chiamata l’Economist), di una Brexit senza accordi con la UE e del rischio di fallimento dei negoziati commerciali tra USA e Cina, la Federal Reserve ha pensato bene di passare da una politica di rialzi graduali dei tassi di interesse ad una politica di segno opposto, cioè espansiva, con addirittura possibili riduzioni dei tassi d’interesse nel corso di quest’anno.

A questa scelta della Fed hanno fatto seguito le Banche centrali australiana, indiana e inglese. L’effetto di questo voltafaccia monetario è stato immediato, con i mercati finanziari che hanno ripreso a gonfiarsi e la ripresa degli investimenti esteri nell’economia cinese. È la dimostrazione che l’economia globale non ce la fa ad uscire dalla stagnazione secolare senza il sostegno di politiche monetarie espansive, politiche che hanno però un prezzo sempre più elevato, e cioè quello di aumentare a dismisura il debito globale, sia pubblico che privato.

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controanalisi

È il quarto potere: bisogna usarlo

di Francesco Erspamer

Quanto tempo sprecato a criticare i giornali, i telegiornali e i talk show liberisti, per non parlare delle frustrazioni, della bile e soprattutto del senso di impotenza che ne deriva, quest’ultimo politicamente disastroso perché alla gente non piace chi si lamenti della propria debolezza e supplichi i potenti di diventare buoni e leali invece di accettare lo scontro e cominciare a far loro paura. Ricordate l’incipit del Manifesto di Marx e Engels? “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro”. Così si fa: si prende atto che i ricchi e i potenti si coalizzano e coalizzeranno sempre contro chiunque davvero minacci la loro supermazia. E non si chiede loro moderazione o pietà ma ci si organizza e si acquisiscono gli strumenti che ci permettano di diventare lo spettro che li fa cadere nel panico e li spinge a commettere errori.

A che serve ripetersi ossessivamente che i giornali italiani sono faziosi, che i giornalisti sono parte integrante della casta e dunque tutti piddini e berlusconiani, e che preferiscono la Lega ma anche Casa Pound al M5S? A che serve denunciare quotidianamente le loro calunnie, le loro omissioni, le loro manipolazioni? A che serve guardare indegni talk show per avere conferma che le celebrity che li conducono sono prevenuti, come se il solo fatto di essere dei milionari senza qualità non spieghi e tutto sommato giustifichi la loro posizione?

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lantidiplomatico

Il Venezuela, un caso di scuola nel terzo millennio

di Geraldina Colotti

Il Venezuela comunque farà storia, sia che le condizioni avverse lo sovrastino come vorrebbe l'imperialismo, sia che riesca a passare per questo imbuto tremendo. Nel primo caso, si innescherebbe una situazione dalle conseguenze incalcolabili, per il continente e non solo. Dalle zone di frontiera, verrebbe innescato quel processo di balcanizzazione che rientra tra i principali assi del “caos controllato” voluto dal Pentagono. Il Venezuela sarebbe il nuovo Vietnam degli Stati Uniti. Trump ha già annunciato che, dopo, toccherebbe al Nicaragua, e a seguire Cuba e la Bolivia.

Nel secondo caso, la discesa in campo aperta e sfacciata da parte dell'imperialismo USA e dei suoi satelliti sarà stata la prova maestra per nuove modalità di conflitto a livello globale, per la ridefinizione di un nuovo ordine economico.

Da ora in poi, chiunque riesca a portare alla vittoria un arco di forze veramente alternativo al capitalismo, dovrà assumersi quel livello di conflitto, quel livello di aggressione, dentro e fuori il paese, un livello di pressione continua che approfitterà di ogni spiraglio per incunearsi e creare voragini. Lo si era già visto parzialmente con la Grecia, che aveva abbassato la testa prima, cedendo alle minacce della Troika.

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mauro poggi

Il Metodo Ciampi e la Costituzione

di Mauro Poggi

Nel suo libro di memorie Paolo Savona a un certo punto racconta della sua esperienza ai vertici della BNL, primi anni ’90.

“Le cose filarono lisce fino all’arrivo di Giampiero Cantoni, designato dal PSI alla presidenza della Banca. […] a Cantoni interessava ribadire il suo potere per esercitarlo a favore del PSI di Craxi, che lo aveva voluto a quel posto, e dei suoi personali interessi. […] Usava nei miei confronti parole volgari […] dato che contrastavo le sue decisioni di concedere credito al di fuori delle competenze statutarie e delle procedure interne di valutazione del merito di credito. Informai Carli, titolare del Ministero del Tesoro e [in quanto tale] azionista di maggioranza della BNL, il quale mi disse che per regolarizzare le violazioni statutarie del presidente avrebbe esteso a lui le mie competenze.

Avvertii anche Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, ma mi disse che non poteva proteggermi […] dato che i suoi rapporti con il Presidente del consiglio Craxi erano già molto tesi.

Alle mie obiezioni sulle violazioni statutarie compiute aggiunse che “gli statuti vanno letti e messi nel cassetto.”

(P. Savona: Come un Incubo, Come un Sogno – Rubbettino 2018, pagine 204 e 205).

L’autobiografia di Savona mi è sembrata meno interessante di quella scritta da Carli (Cinquant’anni di Vita Italiana, Laterza, 1993), ma offre comunque significativi spunti di riflessione, come testimonia la chicca che ho citato.

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rinascita

La politica industriale secondo l’asse franco-tedesco

Considerazioni sull’articolo di Pasquale Cicalese

di Giuseppe Masala

Articolo impagabile di Pasquale Cicalese dove si illustra l’accordo-manifesto reso pubblico ieri tra Altmaier e Le Maire sulla politica industriale.

Un manifesto impagabile dove la Francia e la Germania si arrogano il diritto di decidere la politica industriale dell’intera Europa, in ossequio al principio che esistano paesi di serie A e paesi di serie B ridotti di fatto a protettorati o colonie. Effetti del Trattato di Aquisgrana immagino.

Le misure prospettate dal duo franco-tedesco sono chiare e semplici: cambiare le regole antitrust europee per far nascere dei colossi europei di livello mondiale (ovviamente guidati da francesi e tedeschi); entrata dello stato francese e tedesco nell’azionariato di questi colossi (alla faccia del libero mercato); divieto di acquisto per paesi extraeuropei di industrie tecnologiche europee, una norma chiaramente anticinese (peraltro a bloccare eventuali mire dei paesi inferiori interni all’EU ci penseranno i burocrati europei con qualunque scusa, basti pensare alla guerriglia che subisce Fincantieri per l’acquisizione dei cantieri navali francesi STX); divieto all’entrata di azionisti extraeuropei nei porti europei (leggi Cina), una chiara mossa per favorire i porti del Nord Europa nei traffici extra europei a discapito dei porti mediterranei.

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linterferenza

Gli interessi convergenti di Lega, FI e PD

di Fabrizio Marchi

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla vicenda del “salvataggio” di Salvini da parte degli iscritti alla “piattaforma Rousseau” che si sono espressi a maggioranza contro l’autorizzazione a procedere del Tribunale di Catania nei confronti del ministro dell’interno sul caso della nave “Diciotti”.

L’esito della consultazione era peraltro scontato dal momento che l’indicazione ufficiosa dei vertici del movimento era quella di votare in tal senso. E sappiamo bene – al di là della retorica – che le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti vengono sempre osservate dalla base (in tutti i partiti). Proprio in virtù di questa considerazione, quel 40% circa di votanti che hanno invece votato in modo contrario alle indicazioni dei vertici, è una percentuale tutt’altro che irrilevante e dimostra che in quel movimento c’è una certa vitalità e anche una pluralità di posizioni.

Del resto, in questa fase il gruppo dirigente “grillino” non aveva scelta. Votare per l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini avrebbe significato rompere con la Lega e aprire ufficialmente la crisi di governo. Un’ ipotesi al momento non contemplata dal M5S e che allo stato attuale delle cose avrebbe portato ancora più consensi alla Lega e un ulteriore ridimensionamento dello stesso M5S. Non che procrastinare l’inevitabile rottura porti a risultati migliori per il movimento, per lo meno se le cose continueranno ad andare così come sono andate fino ad ora.

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lantidiplomatico

Russia e Cina devono arginare gli Stati Uniti per trasformare pacificamente l’ordine mondiale in multipolare

di Federico Pieraccini

Il mondo di oggi è fortunatamente molto diverso dal 2003 e le decisioni di Washington hanno un’importanza minore negli equilibri globali. Nonostante questa nuova realtà più equilibrata in termini di potenza divisa tra più nazioni, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di alleati e nemici appare sempre più aggressiva, presidente, dopo presidente

Cina e Russia guidano questa fase storica con un obiettivo a lungo termine: evitare conflitti bellici con la superpotenza USA. Per riuscire in questa impresa, utilizzano una strategia ibrida basata su azioni diplomatiche, sostegno militare agli alleati e garanzie economiche offerte a quei paesi che si trovano ad essere aggrediti in qualche modo da Washington.

Gli Stati Uniti considerano tutto il pianeta di loro interesse, ogni angolo del globo. Questa dottrina militare e politica basata sul concetto di liberal-hegemony, come spiega John Mearsheimer, ha portato nel tempo alla creazione di un fronte semi-ufficiale di nazioni in rapporti ostili con Washington. L’ultimo atto in Venezuela dimostra come un coordinamento tra questi paesi sia ormai un’esigenza imprescindibile per accelerare la transizione da una realtà unipolare ad una multipolare, riducendo il potere degli Stati Uniti e contenendo i danni causati dalle politiche di Washington.

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micromega

Euro al capolinea? Su un libro di Bellofiore, Garibaldo e Mortágua

di Guglielmo Forges Davanzati

I numerosi tentativi di individuare le cause della crisi del 2007 e, più in particolare. della crisi dell’Unione economica e monetaria europea sono sostanzialmente riconducibili a due: la crisi è da imputare a eccessiva spesa pubblica, voluta da governi spendaccioni (soprattutto nell’Europa del Sud), che ha gonfiato il rapporto debito pubblico/Pil; la crisi – seconda interpretazione – è da ricondurre a divergenze del saldo delle partite correnti all’interno dell’Eurozona e, dunque, in ultima analisi, a eccessi di esportazioni nette generati dall’economia tedesca. Quest’ultima tesi viene invocata o per legittimare misure che facciano crescere la domanda interna in Europa o per legittimare l’abbandono della moneta unica. Il libro di Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo e Mariana Mortágua, dal titolo Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea (Rosenberg and Sellier, 2019) prova a proporre un’interpretazione diversa e, va detto subito, l’esito è del tutto convincente. Così come va detto subito che non si tratta di un libro di agevole lettura. È semmai un volume che restituisce una trattazione della crisi fondata più su dubbi che su certezze e che evita ogni tipo di semplificazione.

Seguiamo il filo logico che tiene insieme i diversi tasselli della loro ricostruzione.

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contropiano2

Il morto lasciato lì per afferrare il vivo

di Dante Barontini

Da ragazzo mi è capitato di partecipare a un corso di salvataggio in mare. Il primo consiglio dell’istruttore, a noi angelici aspiranti “soccorritori”, fu drastico: “se vi avvicinate a uno che sta affogando ed è andato in panico, prima di tutto tirategli un cazzotto per tramortirlo; poi lo afferrate saldamente da dietro e provate a tirarlo verso una barca o verso riva”.

Sgranammo gli occhi e ci spiegò: “un uomo che annega si aggrappa a qualsiasi cosa con una forza mostruosa, perché sente la morte vicina; se lo lasciate aggrapparsi a voi, vi impedirà di nuotare e vi trascinerà a fondo con lui; e invece di avere un uomo salvato avremo due morti”.

Ciò che resta della “sinistra” italiana è in posizione assai simile a colui che sta per annegare. Da anni, non da un minuto. Anni passati senza eleggere qualcuno in un posto importante, quindi con sempre meno visibilità mediatica, meno finanziamenti da utilizzare per tenere insieme l’organizzazione (va riconosciuto che in parecchi casi gli eletti versavano al proprio partito quote rilevanti dello stipendio), meno agibilità politica e meno mezzi. Dunque campagne elettorali asfittiche, viaggi col contagocce, contatto con l’elettorato sempre più difficile (se si vendono le sedi per fare cassa si perde anche quel poco di presenza sul territorio). E quindi sempre meno voti, irrilevanza politica, scoramento, defezioni, scissioni, ecc.

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vocidallestero

Wikileaks: FMI e Banca Mondiale sono usate dagli USA come armi “non convenzionali” (e Guaidò batte cassa)

di Whitney Webb

Uno dei recenti “leaks” di Wikileaks getta luce su come istituzioni finanziarie internazionali teoricamente “indipendenti” come il FMI e la Banca Mondiale vengano utilizzate come armi di guerra non convenzionale, al servizio degli interessi imperiali americani. Sebbene a prima vista si tratti di fatti ben noti a tutti da decenni, il fatto di leggerli candidamente descritti in documenti ufficiali delle forze armate americane sortisce comunque un effetto notevole. Queste rivelazioni dovrebbero, se i media mainstream avessero ancora una qualsiasi credibilità, dissolvere una volta per tutte l’illusione che il complesso di istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods abbiano come missione il benessere e la stabilità economica dei paesi membri, come invariabilmente recitano i loro trattati istitutivi

In un manuale militare sulla “guerra non convenzionale” recentemente svelato da WikiLeaks si legge che, secondo l’esercito americano, le principali istituzioni finanziarie globali – come la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – sono considerate come “armi finanziarie non convenzionali da usare in conflitti che possono includere guerre generali su larga scala”, e per fare leva sulle “strategie e relazioni tra stati”.

Il documento, il cui titolo letteralmente recita “Field Manual (FM) 3-05.130, Army Special Operations Forces Unconventional Warfare”, originariamente redatto nel settembre 2008, è stato recentemente portato sotto i riflettori da WikiLeaks su Twitter in relazione ai recenti eventi in Venezuela e all’annoso assedio economico del paese guidato dagli Stati Uniti tramite sanzioni e altre modalità di guerra economica.

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sinistra

Pratiche per una guerra senza fine nel Sahel

di Mauro Armanino

Niamey, febbraio 019. Ad ognuno la sua parte. Voi ci mettete le armi, i ‘Mirage’, i droni e le ditte per garantire la sicurezza dei regimi e noi ci mettiamo le guerre. Così anche il Sahel gioca un ruolo non trascurabile nell’economia-mondo che tutto misura in Prodotto Interno Lordo. I gruppi armati che continuano ad aumentare, fare e disfare alleanze, occupare territori per poi svanire nel nulla, hanno raggiunto e forse superato ciò che da loro ci si attendeva. Carestie, spostamenti di popolazione, nuove armate per fronteggiare gli attacchi sempre più imprevedibili e soprattutto soldi di cui i fabricanti di armi e i grandi capi militari sono i principali beneficiari. Crescono in modo preocupante le zone a rischio e in stato di eccezione che includono il coprifuoco, l’abbandono delle motociclette per gli spostamenti e il controllo sulle attività economiche dei contadini. Dalle milizie di autodifesa tradizionali si passa a gruppi paramilitari ad appartenenza comunitaria per terminare con le operazioni di rastrellamnto delle forze regolari governative. A queste ultime si aggiungono i corpi di elite, la costituzione di nuovi eserciti congiunti e dell’immancabile presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite. Si stima che l’Africa sia il continente nel quale viaggiano più armi nel mondo. Questo tipo di mobilità sembra essere incoraggiata: armi e mercanzie passano frontiere e le persone sono incarcerate.

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laboratorio

Un laboratorio per ricostruire una strategia di cambiamento

di Domenico Moro

La scelta del nome Laboratorio non è casuale. Oggi c’è bisogno di innovazione dal punto di vista dei lavoratori e del socialismo, non di un nuovismo che abbracci le idee dell’avversario. Di conseguenza, c’è necessità di luoghi di analisi della realtà socio-economica e di elaborazione e sperimentazione politica.

Siamo in una fase storica nuova del modo di produzione capitalistico. Di fronte a mutamenti epocali, che per molti versi rendono di nuovo attuale il socialismo, due concetti su cui il movimento dei lavoratori si è articolato per oltre un secolo, quello di sinistra e quello di comunismo, appaiono logori, almeno all’apparenza. Il significato di sinistra è stravolto e oggi si fa fatica a distinguere i conflitti sull’asse destra/sinistra. La sinistra viene identificata sempre più, anziché con la rappresentanza delle classi subalterne, con un “progressismo” legato agli interessi delle élites. Il comunismo, con la caduta dell’Urss, è presentato come un sistema destinato al fallimento, e condannato alla damnatio memoriae grazie alla lettura faziosa della sua storia.

Alla base della crisi della sinistra in Europa c’è la rottura del patto sociale tra capitale e lavoro, che aveva reso possibile “la lotta di classe parlamentare” dal dopoguerra ai primi anni 90, e, in qualche modo, fino alla crisi del 2008-2009.

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contropiano2

L’arrocco franco tedesco e la svolta mediterranea

di Pasquale Cicalese

Dopo il Rapporto Altmaier, di cui abbiamo dato notizia la settimana scorsa, ieri si è sancito il Trattato di Acquisgrana tra Francia e Germania sulle politiche industriali, con protagonisti i ministri Altmaier e Le Maire. Ricalca in pieno il rapporto tedesco.

Si menziona il fatto che su le prime 40 aziende mondiali solo 5 sono europee. Per questo bisogna creare colossi europei che competano sul mercato mondiale, modificando le norme sull’Antitrust europeo e quelle sugli aiuti di stato. Obiettivo è raggiungere la leadership mondiale sull’intelligenza artificiale, sulle batterie elettriche, sulla digitalizzazione applicata alla sanità, all’ambiente e al manifatturiero e sull’aerospazio.

L’accordo prevede il finanziamento pubblico di grandi progetti europei con il Piano Juncker e il “temporaneo” ingresso degli stati francesi e tedeschi nelle imprese europee. Inoltre si danno misure per bloccare acquisizioni di aziende tech europee da parte dei cinesi così come vietare l’ingresso di paesi non europei, chiaro il riferimento alla Cina, sui porti.

Quest’ultima misura fu già discussa quattro mesi fa in sede comunitaria e l’Italia la bloccò. L’obiettivo di Atmaier e Le Maire è quello di bloccare l’ingresso nei porti italiani da parte dei cinesi, quando il 20 marzo prossimo, con la visita di Xi Jinping a Roma, si discuterà degli investimenti cinesi in Italia.

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sollevazione2

Recessione? C'è del marcio in Danimarca

di Leonardo Mazzei

Che c'azzeccano i cantieri? E che c'azzecca l'instabilità politica con il crollo del fatturato dell'industria?

Il dato è di quelli che non ammette troppi discorsi. A dicembre il fatturato dell'industria italiana è calato del 3,5% rispetto a novembre e del 7,3% rispetto al dicembre 2017. Eravamo dunque stati facili profeti nel pronosticare il consolidarsi di una seria tendenza recessiva.

Così scrivevamo all'inizio del mese a proposito dei dati negativi del Pil:

«E' successo che il ciclo economico capitalistico volge verso il basso. E, come avviene da anni, il calo è più marcato in Europa. All'interno della quale l'Italia paga più degli altri la gabbia dell'euro. Insomma, la verità è che siamo nella norma. Quella norma da cui non si può uscire, altrimenti i "mercati" (cioè l'oligarchia finanziaria) ci puniscono con lo spread».

Proprio perché questa fotografia è difficile da contestare, lorsignori amano parlar d'altro. La loro narrazione è semplice: si va verso la recessione perché abbiamo instabilità politica ed un governo di incapaci "blocca-cantieri".

Il problema è che questa menzogna non regge. Ed i nostri pinocchietti del "partito del pil" si auto-smentiscono ogni volta che aprono bocca.

Vediamo alcuni esempi, cominciando con il commento del presidente di Confindustria sui dati dell'Istat. Per Boccia la risposta da dare è chiara: bisogna aprire i cantieri. Quali? Tutti. Quando? Domani mattina, ma che domande! Con quali soldi non si sa, dato che il Boccia reclama investimenti pubblici ma anche rigore nei conti. Peccato che le due cose abbiano qualche difficoltà a stare insieme.

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micromega

M5S, cronaca di una morte annunciata

di Angelo D'Orsi

Avevo scritto in un precedente articolo su AlgaNews che il destino dei Cinquestelle appariva segnato: erano stati sconfitti, e inglobati, in certo senso, dalla Lega modello Salvini. Si erano infilati da soli in un cul-de-sac per cui se tentavano di preservare una propria identità politica, si condannavano ad essere sconfitti e in prospettiva a non lungo termine ad essere esclusi dalla stanza dei bottoni da un alleato che era palesemente sulla cresta dell’onda; se al contrario gli si piegavano, rinunciando ad ogni tentazione identitaria, non potevano che essere fagocitati dall’alleato stesso.

Oggi, con la farsa del voto sulla “Piattaforma Rousseau” (mai nome fu oggetto di stupro come quello del ginevrino), che ha sottratto Matteo Salvini al processo per il caso Diciotti, il destino del movimento “grillino” sembra deciso. I Cinquestelle, con questo atto che appare il rovesciamento di uno delle assi portanti della propria ragione sociale, hanno realizzato una formidabile accelerazione verso il baratro. Sulla base di una volontà imperscrutabile di chi comanda nel movimento, essi confermano di essere per così dire obbligati a diventare una costola della Lega (altro che la Lega “costola della sinistra” come ebbe a dire con una boutade poco felice D’Alema: ma era peraltro la Lega Nord Padania, quella degli anni Novanta).

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kabulmagazine

EARTHBOUND – Superare l’Antropocene

Prefazione

di Gaia Bindi

Lo stato dell'arte sugli studi ecocentrici in Italia: la prefazione, scritta dalla docente universitaria Gaia Bindi, di “Earthbound – Superare l'Antropocene”, volume edito da KABUL magazine che raccoglie i testi di: Karen Barad, T. J. Demos, Donna Haraway, Bruno Latour e Jason W. Moore

“Siamo compost, non posthuman – scrive Donna Haraway – abitiamo le humus-ities, non le human-ities. […] Gli esseri – umani o no – si formano l’un l’altro, componendosi e decomponendosi a vicenda, in ogni scala e registro di tempo e cosa, in grovigli sympoietici, nel mondo terreno e non”.[1] Nel mezzo dell’attuale spirale di devastazione ecologica, il concetto di compost serve alla filosofa, zoologa e biologa statunitense per indicare nuovi modi di riconfigurare le relazioni dell’essere umano con la Terra e con i suoi abitanti. Rigettando sia la definizione di “Antropocene” – termine coniato dal premio Nobel per la chimica Paul J. Crutzen[2] – per descrivere l’attuale era geologica, sia quella di “Capitalocene” (preferita dall’economista Jason W. Moore[3] e dal critico d’arte ambientalista T. J. Demos,[4] perché più efficace nel comunicare la voracità del sistema politico-economico a danno della biosfera), la studiosa propone invece la poetica definizione di “Chthulucene”, creata dalla combinazione di due radici greche: khthôn e kainos. Il termine evidenzia la necessità di riconoscere e rinnovare costantemente le simbiosi – nell’ottica della sympoiesis, ovvero “agire insieme” – così come le forze e i poteri, “dinamici e continui, dell’insieme ctonio di cui fanno parte gli esseri umani, la cui continuità è a rischio”.[5]

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sbilanciamoci

Tav, tutta una questione di metodo

di Gerardo Marletto

Il dibattito sulla Torino-Lione è confuso e fuorviante. Non si tratta di essere a priori pro o contro nuovi tunnel ferroviari, ma di capire se e dove ha senso realizzare opere così rilevanti sotto il profilo economico e ambientale, facendo ordine tra obiettivi politici e valutazioni tecniche

Premetto che sono circa 25 anni che mi occupo di ricerca sui trasporti, prima in organismi privati (Censis e Confindustria) e poi all’università. Qualche anno fa ho anche studiato il tema dei trasporti transalpini, contribuendo al relativo dibattito sia in sede scientifica che in sede politica. Sono abbastanza stupito dal livello bassissimo della discussione che si sta svolgendo intorno alla recente valutazione costi-benefici della nuova ferrovia Torino-Lione. Mi permetto quindi di sottoporre all’attenzione di chi è interessato alcune considerazioni di metodo e di merito, le stesse che propongo annualmente ai miei studenti.

Partiamo dal metodo. Ai miei studenti spiego che sarebbe sempre meglio valutare non un singolo progetto, ma comparare diverse alternative d’intervento (e, tra queste, anche l’“opzione zero”, cioè il non fare nulla). Spiego anche che la comparazione è possibile solo se è esplicito l’obiettivo che si vuole raggiungere (altrimenti: rispetto a che cosa si valuta se un’alternativa è meglio di un’altra?).

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piccolenote

Germania e Usa: la guerra del North Stream 2

di Piccole Note

Assalto finale degli Stati Uniti al North Stream 2, il gasdotto sottomarino che dovrebbe portare il gas russo direttamente in Germania.

 

Pence e il North Stream 2

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il vice-presidente Usa Mike Pence ha affondato in maniera durissima: “Non possiamo garantire la difesa dell’Occidente se i nostri alleati dipendono dall’Oriente”. Ed ha apertamente elogiato i membri della Nato che si sono opposti al gasdotto.

Angela Merkel ha rintuzzato l’attacco, elogiando il multilateralismo, contro l’America First di Trump e chiedendo al potente alleato di riannodare il filo di un dialogo transatlantico che si sta deteriorando.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti chiedono alla Germania di “non aprire quel gasdotto”, che vincolerebbe il Paese teutonico a Mosca in maniera per loro inaccettabile.

 

I neocon e l’asse Mosca – Berlino

L’asse Mosca – Berlino è da sempre avversato negli Stati Uniti. Riproponiamo a tale proposito un intervento del neocon Georges Friedman al Council on Global Affairs, uno dei più influenti think tank Usa:

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ilsimplicissimus

Haiti in rivolta con il Venezuela

di ilsimplicissimus

Giungono rare e sfocate le immagini di Haiti in rivolta, perché è come se questo lembo di terra caraibica fosse ancora ai confini del mondo conosciuto, immerso in un crepuscolo perenne che viene illuminato solo dalla tragedia. Ma c’è un’altra ragione per la quale si parla pochissimo di questa sollevazione popolare che dura ormai da settimane: essa è infatti direttamente collegata al Venezuela e alle sanzioni decretate contro Caracas le quali come effetto collaterale hanno affamato il paese togliendogli il petrolio a buon mercato. Anzi si potrebbe dire che Haiti non è per nulla un danno accessorio e non voluto, una vittima del fuoco amico, ma si trova a scontare sia il fatto di avere firmato il patto Petrocaribe, sia le immense ruberie, pari a 4 miliardi di dollari operate dai due ultimi presidenti, Michel Martelly e il suo successore di fiducia, Jovenel Moise.

Questa banda di conservatori eletti a furor di dollari provenienti da Washington ha rubato tutto il denaro del fondo Petrocaribe che doveva servire per le scuole, gli ospedali i servizi e per continuare la rapina hanno riconfermato – tradendo i loro sponsor americani – gli accordi con il Venezuela per la fornitura di gas e petrolio a prezzo scontato e con pagamenti differiti nel tempo. Poi quando questo denaro sottratto alla popolazione ha inciso anche sui bilanci dello stato, è intervento l’Fmi, ossia la Cia finanziaria per imporre un aumento dei carburanti.

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badialetringali

Risposta al Gruppo di Firenze

(Una discussione col "Gruppo di Firenze", a proposito della scuola M.B.)

Il ‘GRUPPO DI FIRENZE per la scuola del merito e della responsabilità’ ha avanzato per le scuole superiori la proposta di sostituire l’organizzazione in classi con quella, tratta dal modello finlandese, in corsi disciplinari, così che lo studente ripeta solo quei corsi di cui non abbia superato l’esame

Nella maggior parte degli interventi delle persone interpellate sulla proposta, ancor più nei resoconti giornalistici, si osserva una diffusa incapacità di scorgere che la proposta nasce dalla constatazione allarmante che molti voti insufficienti sono spinti truffaldinamente alla sufficienza soltanto perché i consigli di classe tremano di fronte alla misura draconiana di far ripetere l’anno scolastico, nasce cioè dalla preoccupazione di restituire serietà all’istruzione. La diffusa incomprensione del vero intento della proposta annuncia il pericolo che la sua attuazione possa andare nel senso opposto a quello per cui era stata avanzata, verso cioè un ulteriore svuotamento dell’istruzione pubblica – per quanto ormai sia difficile immaginare come si possa fare peggio.

Qualunque siano i vantaggi e gli svantaggi della proposta, l’intento del Gruppo di Firenze può stimolare un dibattito da cui emerga come lo sfascio della scuola attuale, che della “vecchia” scuola ha ormai spento persino il ricordo, risulti non dalla mancata o parziale realizzazione della riforma dell’autonomia, ma dal suo pieno successo.

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senso comune

Il dogma neoliberista dell’indipendenza della banca centrale

di Matteo Bortolon

A fine 2017 Matteo Renzi attaccava il governatore della Banca d’Italia Visco, chiedendo di non riconfermalo. Apriti cielo. Una serie così serrata di attacchi non si era vista nemmeno in merito alle peggiori imprese dell’ex sindaco di Firenze come il Jobs Act. Precarizzare il lavoro lo si può discutere, sulla indipendenza di Bankitalia si devono fare le barricate.

Il copione si riproduce oggi che Di Maio pretende di dire la sua sulla nomina dei vertici dell’istituto e su CONSOB. La reazione rasenta il panico da emergenza democratica, in prima fila la sedicente sinistra anti-populista (Repubblica, Pd), poi a seguire Brunetta, Tria, e i vertici UE. La Lega dopo aver appoggiato Tria in Consiglio dei ministri vede Salvini che attacca pure lui Bankitalia, con toni ancora più duri. Sente l’odore del sangue.

L’indipendenza della banca centrale è un principio basato sul presupposto che le dinamiche di mercato producano da sole il massimo risultato in campo economico, e che quindi vada evitata ogni interferenza di carattere politico. Per chi, al contrario, pensa che i mercati non possano autoregolarsi e che occorra un robusto intervento statale per rimediare ai loro squilibri nessuna politica monetaria è neutrale e quindi l’indipendenza che la garantirebbe è un concetto senza senso.

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contropiano2

La secessione dei ricchi è un modello che viene dall’alto

di Dante Barontini

Un editoriale da Milano Finanza, ancora una volta, che smentisce – all’interno stesso dei media economici mainstream – la narrazione fasulla sugli “europeisti” senza se e senza ma.

Francia e Germania, per la precisione Macron e Merkel, firmando il Trattato di Aquisgrana hanno rotto il giocattolo che dicevano di voler “riformare”.

Il motore franco-tedesco batte in testa, ormai, e i sintomi sono socialmente più evidenti che non le analisi pensose proposte dagli opinion maker un tanto al chilo. Dunque le élite di Parigi e Berlino serrano le fila, concentrano ciò che resta del loro potere contando sul fatto che “l’intendenza seguirà” (gli altri paesi, non più partner ma plebe intorno al castello dei signori).

Il riflesso italico è particolarmente nauseante, e anche senza speranza. Tre regioni “avanzate”, legate a doppio filo con l’economia tedesca, si giocano la carta dell’”autonomia differenziata”, sperando così di mantenere intatto il loro ruolo di contoterzisti dipendenti.

Come per tutti i ragionamenti egoistici, è loro preclusa la grandezza. Fissati sull’ombelico dei loro ordinativi, e della loro provenienza attuale, non vedono quel che sta maturando nel mondo intorno.

La competizione globale costringe a ridisegnare il modello produttivo, le relazioni internazionali, i trattati commerciali, i livelli salariali (senza mercato interno, contando solo sulle esportazioni, non c’è futuro), la visione e i “patti sociali”.

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rinascita

Una tabella illuminante sul “federalismo del credito” (…e altro ancora)

di Giuseppe Masala

In relazione alla cosiddetta autonomia differenziata richiesta dal Lombardo-Veneto ed Emilia-Romagna sono andato a vedermi l’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulle Economie Regionali.

Al di là del fatto che ho notato che il rapporto si sostanzia di pagine e pagine di nulla, ho trovato una tabella interessante: i tassi di interesse sul credito a breve termine alle imprese disaggregato per macro-aree territoriali.

Ciò che si nota immediatamente è che i tassi d’interesse al Nord sono quasi la metà rispetto a quelli del Sud. Chiunque abbia un minimo di conoscenze economiche, ma minime, sa bene che con un simile gap (o preferite che lo chiami spread?) sui tassi di interesse il Sud non ha alcuna possibilità di sviluppo. Alcuna speranza.

Ecco, questo concetto andrebbe ben ribadito a chi parla di Sud “mantenuto” dal Nord.

Direi che vale esattamente l’opposto in considerazione del fatto che il penalizzatissimo Sud è stato chiamato a pagare il disastro delle banche venete saltate in aria l’anno scorso con un esborso di 20 miliardi solo per Veneto Banca e per Pop. Vicenza.

Peraltro ora vanno aggiunti 1,1 miliardi stanziati da Di Maio e Salvini per ristorare obbligazionisti subordinati e azionisti delle due banche fallite.

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lantidiplomatico

L’attacco chimico di Douma: manuale di propaganda di guerra

di Lorenzo Ferrazano

“Redazione. Arriva la notizia. Panico. Che facciamo? La diamo? Non la diamo? Ne diamo mezza? E se la diamo a notte? Intanto, mentre voi stavate a parlare di nucleare, Michele Misseri ha potato l’albero di casa, e voi ve lo siete persi”. Con queste poche parole, dopo aver rassegnato le dimissioni dalla Rai, la giornalista Elisa Anzaldo dipingeva una scena di prassi quotidiania nella redazione del più importante telegiornale nazionale. Quello esposto dalla Anzaldo è un metodo giornalistico sempre in azione, che vale per tutto, dagli scandali di corruzione alle denigrazioni degli avversari politici, dalle campagne elettorali fino alla sana e profonda propaganda di guerra. Quest’ultima in particolare si realizza non solo attraverso una cinematografica mistificazione dei fatti, ma anche nascondendo quelle dichiarazioni o persino quegli eventi che possano mettere in dubbio l’autorevolezza della menzogna di Stato.

A un anno dalla battaglia di liberazione della Ghouta orientale e dagli eventi che ne seguirono, si potrebbe raccogliere una tale quantità di mistificazioni e omissioni da redigere un moderno manuale di propaganda di guerra. Chi si occupa del conflitto siriano ricorda molto bene quei giorni. L’asse russo-siriano doveva demolire una delle più minacciose roccaforti dei terroristi, che da Ghouta – a pochi chilometri da Damasco – oltre a tenere in ostaggio la popolazione locale, lanciavano continui attacchi nelle zone più affollate della capitale.

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pandora

“Verso la secessione dei ricchi?” di Gianfranco Viesti

di Giacomo Bottos

Recensione di: Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Editori Laterza, Roma-Bari 2019, 53 pagine

Il primo elemento di interesse legato all’agile libretto di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, è legato alla sua, non casuale, forma e modalità di pubblicazione. Il testo è disponibile solo in formato elettronico e scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore Laterza in quanto «il tema delle autonomie regionali è passibile di forti cambiamenti in breve torno di tempo», pur lasciando aperta la possibilità di una «pubblicazione ordinaria sia in digitale sia su supporto cartaceo» (p. 3).

Si potrebbe aggiungere che questa scelta è anche legata alla volontà di intervenire con celerità ed efficacia in un dibattito in corso. Centrale nel testo è infatti la sottolineatura dell’importanza cruciale delle conseguenze che le richieste di “autonomia differenziata” potrebbero comportare «per il benessere dei cittadini italiani e la stessa unità sostanziale del paese» (p. 5). Alla rilevanza di tali tematiche non corrisponde, secondo Viesti, una consapevolezza adeguata della posta in gioco presso l’opinione pubblica, né un dibattito sufficientemente articolato e informato.

Di grande interesse ed efficacia risulta dunque la modalità scelta dall’Editore e dall’Autore, che si servono del supporto digitale e della gratuità per rendere massima l’efficacia del testo in relazione all’obiettivo dichiarato, quello di suscitare una discussione più ampia possibile sul tema in oggetto, in modo da evitare che provvedimenti di fondamentale importanza siano adottati in sordina e senza adeguata contezza delle implicazioni.