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senso comune

«Macron, fase suprema della post-politica»

di Chantal Mouffe

In una intervista a Le Monde, la filosofa Chantal Mouffe, vicina a Jean-Luc Mélenchon, rimprovera al nuovo presidente di essere la perfetta incarnazione di una politica che preclude il dibattito, relegando ogni opposizione agli estremi, allo scopo di imporre le idee liberali

Dopo l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica, i media svengono per l’ammirazione davanti alla novità del suo programma. Superando il divario fra destra e sinistra, egli fornirebbe la soluzione agli eterni blocchi della società francese. La République En Marche (REM) sarebbe portatrice di una rivoluzione democratica atta a liberare tutte le energie delle forze progressiste, fino ad ora imbrigliate dai partiti tradizionali.

È, nondimeno, abbastanza paradossale presentare come rimedio alla profonda crisi di rappresentanza che affligge le democrazie occidentali proprio il tipo di politica che è all’origine stessa di questa crisi. Giacché essa risulta dall’adozione, nella maggior parte dei paesi europei, della strategia della Terza Via, teorizzata in Gran Bretagna dal sociologo Anthony Giddens e praticata dal New Labour di Tony Blair.

Dichiarando obsoleto il divario fra la destra e la sinistra, questa strategia lodava una nuova forma di governance nominata «centrismo radicale».

Secondo Tony Blair, «noi eravamo tutti classe media», i vecchi antagonismi erano spariti ed il modello antagonistico della politica era sorpassato. Non esisteva più una politica economica di destra e una politica economica di sinistra, ma solamente una «buona politica e una cattiva politica». Questa prospettiva post-politica si fondava sul famoso There Is No Alternative (TINA) di Margaret Thatcher, [ovvero] sulla convinzione che non ci fossero alternative alla mondializzazione neoliberale.

Dopo essere stata salutata in Germania da Gerhard Schröder e dal suo Neue Mitte, il suo Nuovo Centro, la terza via di Tony Blair è stata progressivamente adottata dalla maggior parte dei partiti socialisti e social-democratici, che si definiscono ormai di centro-sinistra. È così che è stato stabilito in Europa un consenso al centro, il quale – cancellando il confine fra la destra e la sinistra – ha privato i cittadini della possibilità di avere una scelta, al momento delle elezioni, fra progetti differenti.

Questa assenza d’alternativa è all’origine di molti dei problemi con i quali ci siamo confrontati, [come] il discredito delle istituzioni democratiche, l’aumento dell’astensione e il successo crescente dei partiti populisti di destra. Questi ultimi, sostenendo che avrebbero reso al popolo il potere confiscato dalle élites, sono riusciti a radicarsi in maniera durevole in numerosi paesi. Quanto alla social-democrazia, questa deriva verso il centro-sinistra le è stata fatale ed essa è entrata in crisi pressoché ovunque in Europa.

Ora, come sappiamo dopo Niccolò Machiavelli, esistono nella società degli interessi e delle posizioni inconciliabili e non è sufficiente negare questi antagonismi per farli sparire. L’obiettivo di una democrazia pluralista non è giungere al consenso, bensì permettere al dissenso di esprimersi grazie a delle istituzioni che lo mettano in scena in una maniera agonistica.

Nella lotta agonistica gli opposti non si trattano come nemici ma come avversari. Loro sanno che ci sono questioni sulle quali essi non potranno mettersi d’accordo, ma rispettano il diritto rispettivo a scontrarsi per far vincere il proprio campo. Il ruolo delle istituzioni democratiche consiste, allora, nel fornire il quadro per «opporsi senza massacrare», come sottolineava l’antropologo Marcel Mauss.

Nella tradizione repubblicana, l’opposizione fra destra e sinistra è il modo di dar forma alla divisione della società. La democrazia pluralista è il luogo di una tensione fra gli ideali di uguaglianza e di libertà, tensione che deve essere costantemente rinegoziata nel confronto agonistico tra la destra e la sinistra. È attraverso essa che si può esprimere la sovranità popolare, che è uno dei pilastri dell’ideale democratico. È là che è in gioco la posta per una politica democratica autentica.

Se noi possiamo affermare che attualmente viviamo in società post-democratiche, ciò è perché, con il trionfo dell’egemonia neoliberale, la sovranità popolare è stata privata del proprio campo d’esercizio. Il consenso post-politico non lascia spazio che all’alternanza al potere fra il centro-destra e il centro-sinistra, entrambi impegnati a servire i diktat del neoliberismo.

Tutti i partiti che non accettano questo scenario sono rispediti agli estremi e accusati di mettere la democrazia in pericolo. Emmanuel Macron spinge questa logica ancora più lontano e la sua supposta novità consiste molto semplicemente nel togliere di mezzo la parvenza di contestazione che ancora esisteva con il bipartitismo. D’ora in avanti, con la scomparsa della distinzione fra destra e sinistra, è la possibilità stessa di contestazione ad essere revocata. È davvero la fase suprema della post-politica.

Ma siccome non c’è politica senza un confine fra noi e loro, egli è condotto a costruirne un altro fra progressisti e conservatori. Un tale confine non stabilisce un rapporto di ordine politico fra avversari. Trascurando le configurazioni del potere, esso serve a squalificare le differenti forme d’opposizione assimilandole sotto un medesimo termine, quello dei conservatori.

Emmanuel Macron si autorizza così a non degnare di attenzione, in quanto conservatori, quel gran numero di francesi contrari alla sua politica, e si autorizza ad ignorare le rivendicazioni della Francia dal basso. Che una tale politica conduca inevitabilmente alla rivolta delle categorie popolari non sembra preoccuparlo. Una tale cecità è propriamente allucinante, giacché questo riciclaggio della terza Via, anziché arginare il Front National, come egli si immagina, può condurre al suo rafforzamento e persino alla sua vittoria nel 2022.

Fortunatamente, il risultato molto buono di Jean Luc Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali francesi e l’entusiasmo popolare attorno al Movimento della France Insoumise (MFI) ci mostrano che un altro esito è possibile: quello di una rivoluzione civile.


Pubblicato su Le Monde il 1.6.2017. Traduzione di Edoardo Schinco.
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