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Critica della dissociazione-valore e teoria critica

di Roswitha Scholz

1.

Da dove proviene la critica della dissociazione-valore? In che misura il suo punto di partenza è la teoria critica?  Essa è stata socializzata al tempo dei cosiddetti nuovi movimenti sociali, essendo stato per me, il movimento delle donne, i punto di riferimento centrale. Quel che allora è accaduto, come una volta lo ha descritto  Silvia Bovenschen, nei primi giorni del movimento delle donne: «Abbiamo convenuto che il mondo era differente». Tuttavia, ben presto mi ha colpito quello nella teoria critica viene chiamata "falsa immediatezza". La natura/l'ecologia, la questione femminile, ecc. erano ora separate da quelle che erano le intenzioni originarie della critica del capitalismo. In un best-seller degli anni 1980 dal titolo "Technik und Herrschaft" ["Tecnologia e Dominio"], il problema del dominio veniva ora dislocato sulla tecnologia e la madre natura diventava il vero punto di riferimento del femminismo per alcune parti del movimento delle donne. In tale contesto, nella prima metà degli anni 1980, mi sono imbattuta ne "La Dialettica dell'Illuminismo", che sembrava offrire un punto di partenza per quella che era, già a partire dal 1968, la "questione primordiale" del femminismo: come coniugare Marx e il femminismo, e la questione ecologica e le altre questioni con la repressione della natura interiore? Allo stesso tempo. sono entrata in contatto con l'inizio di un marxismo critico del valore, che già a metà degli anni 1980 aveva fatto dei pronostici precisi (non delle profezie) circa la disintegrazione del capitalismo nei decenni successivi, che poi in gran parte sono stati da allora confermati empiricamente.

 

2.

Questa relazione non vuole sottolineare il mio interesse soggettivo per la teoria critica, né vuole spiegare come essa sia sorta, ma intende rendere chiaro il fatto che la teoria ha sempre un nucleo temporale, e che pertanto dev'essere elaborata anche nella situazione sociale concreta vista nel suo divenire storico, in quanto la teoria critica ha assunto questa sua conclusione fin da Hegel. Qui bisogna anche tener sempre conto del fatto che la società, la socializzazione feticista, che predomina, nonostante tutta la dialettica soggetto-oggetto, va oltre gli individui sociali, allo stesso modo in cui una comprensione positivista della scienza si basa su una struttura duale fra soggetto scientifico ed oggetto. In un tale contesto, è importante sottolineare che qui non faccio ricorso a dei testi concreti della teoria critica di Adorni, ma al contrario si tratta di un modus corrispondente di pensiero e di critica che cerco di portare più lontano a partire da quest'orientamento, e che è a conoscenza di questo contesto del feticcio globale feticista e contraddittorio, senza però andare a navigare in acque funzionaliste.

 

3.

Proprio perché con Adorno & Cª la teoria critica ha sempre tale nucleo temporale, anch'essa deve essere letta in questo contesto. Se consideriamo che la teoria critica (pur già esistendo prima) è stata segnata soprattutto dal dominio nazionalsocialista e dall'Olocausto, ma riflettendo anche un "mondo amministrato" burocratico-fordista (da qui, facendo riferimento anche a Weber), bisogna allora constatare che tuttavia qualcosa qui è cambiato. La teoria critica in quanto critica sociale era adeguata a quel tempo, proprio perché non si è sviluppata secondo le ideologie ML, ma ha seguito una direzione del tutto differente. Da un lato, essa ha visto una via d'uscita dal capitalismo completamente ostruita (questo vale quanto meno per il percorso di Adorno), dall'altro lato, pur così, non ha abbandonato un pensiero storico-filosofico che includeva essenzialmente un dimensione processuale storica. Per essa, non si può immaginare in alcun modo che la "storia" non esiste (a differenza di alcuni rappresentanti della cosiddetta Nuova Lettura di Marx). Dal momento che il processo storico, in questo senso, è passato di fatto sopra la teoria critica. È stato dimostrato che essa stessa dev'essere storicizzata e, allo stesso tempo, va continuata in maniera modificata.

 

4.

Qui entra in campo l'altra corrente cui mi riferisco, la critica del valore. Per la critica del valore, quel che è centrale è la contraddizione in processo ed i limiti e le barriere interne del capitale, e questo sul piano economico e non soltanto sul piano ecologico; un tema questo che si è rafforzato negli ultimi anni. Per essa, concetti come quelli di collasso e di disintegrazione del capitalismo, che oggi escono facilmente dalla bocca di teorici/teoriche ed autori/autrici dei media, sono sempre stati concetti centrali; questo orientamento critico del valore, tuttavia, sono anni che è stato abbandonato dall'elaborazione teorica e dalla scienza di sinistra, in quanto "pazza idea". A partire dalla prima metà deli anni 1970, si sono fatte notare tendenze di crisi, un capitalismo dei mercati finanziari, la separazione della speculazione  dall'economia reale, ecc., essendo il fordismo passato al post-fordismo (parole chiave: globalizzazione, rivoluzione microelettronica, formazione di bolle, relazioni di lavoro precario, Hartz IV in Germania, ecc.). Tutti sviluppi che la teoria critica non poteva vedere (tralasciando il fatto che l'economia non era il suo tema principale). In questa misura, la teoria critica deve essere modificata nella teoria della dissociazione-valore. Per le donne, questo ha come conseguenza che loro, in quanto "doppiamente socializzate" (Regina Becker-Schmidt) ed in quanto "piccole autonomie" individualizzate, sono responsabili per il denaro e per la sopravvivenza (Irmgard Schultz), quando le istituzioni del lavoro e della famiglia si frantumano, l'uomo cessa di svolgere il ruolo di nutrire la famiglia ed il patriarcato capitalista si inselvaggisce.

Ora, tutto questo non può essere semplicemente dedotto come conseguenza del principio di scambio, o a partire dalla forma valore. Al contrario, è la dissociazione-valore, come principio sociale fondamentale nel suo sviluppo storico, nella sua dimensione processuale, che appare responsabile di questo sviluppo. Ad esempio, costituisce un problema de "La Dialettica dell'Illuminismo" il fatto che la dissociazione del femminile venga davvero ben vista, ma le sia attribuito un carattere meramente descrittivo. Essa non possiede uno statuto categoriale su un meta-plano che permetterebbe di determinare la dissociazione-valore come principio fondamentale del patriarcato capitalista in generale. Ecco, allora da questo, la motivazione e l'idea di riprendere in maniera più dettagliata un pensiero speculativo nel senso di Adorno e di modificarlo in termini femministi. In sintesi, la valorizzazione del capitale non conosce i suoi propri limiti: a causa dello sviluppo delle forza produttive, le quali a loro volta hanno la loro ragione decisiva nella dissociazione del femminile nelle scienze naturali, le donne vengono espulse dalla sfera riproduttiva alla sfera professionale (mantenendo simultaneamente la responsabilità principale nella sfera della riproduzione).

 

5.

Va visto che questo processo non si sviluppa solo su piano materiale, nella misura in cui per esso si intende solo il piano economico, ma dev'essere incluso anche il piano psicoanalitico-culturale-simbolico; bisogna qui evidenziare il fatto che oggi si avverte un inconscio sociale androcentrico. Per quanto mi è dato vedere, vedo che oggi viene pubblicato assai poco su questo. I diversi piani devono, da un lato, essere trattati "di per sé", poiché non è possibile affrontarli solamente attraverso degli strumenti concettuali marxiani; dall'altro lato, tuttavia, devono essere determinati come tali in riferimento alla dissociazione-valore nel senso di un vincolo interno, situazione in cui anche così la dissociazione-valore come forma di pensiero è sempre cosciente dei propri limiti. In particolare, per essa rimane chiaro che la società postmoderna è frammentata.

 

6.

In questo contesto, è importante anche una critica della logica identitaria, dal momento che questa proviene proprio dalla dissociazione-valore in quanto principio fondamentale, e non dal principio di scambio (come pensava Adorno), e nemmeno dal concetto di valore di una critica del valore androcentrica. Poiché ciò che è decisivo non è semplicemente quel che è comune - senza tener conto delle qualità - il tempo di lavoro sociale medio, quel che è il lavoro astratto, che in un certo qual modo sta dietro la forma dell'equivalenza del denaro, ma che, a sua volta, ha avuto anche la necessità di separare e considerare come inferiore quel che è connotato come femminile, vale a dire, il "lavoro domestico", il sensuale, l'emotivo, il non-analitico, il non-evidente, il non comprensibile né localizzabile con mezzi scientifici. La dissociazione del femminile, tuttavia, non coincide in alcun modo con il "non-identico" in Adorno; piuttosto, rappresenta il rovescio oscuro del valore stesso. In questo modo, quindi, la dissociazione è una precondizione affinché il mondo della vita, il contingente, il non-analitico, ma anche il concettualmente non comprensibile è stato deprezzato ed è stato mantenuto nell'oscurità rispetto alle aree della scienza, dell'economia e della politica del dominio maschile nella modernità. Quel che è diventato rappresentativo, allora, è stato un pensiero classificatorio che non riesce a vedere la qualità particolare, la "cosa in sé", e difficilmente riesce a sopportare le differenze, le rotture, le ambivalenze ecc. che lo accompagnano. Al contrario, tuttavia, anche per la "società socializzata" del patriarcato capitalista questo significa che i diversi momenti, piani e domini non devono essere relazionati fra di essi come "reali", ma devono anche essere considerati nella loro connessione oggettiva e perciò interna sul piano fondamentale della dissociazione-valore come principio formale sociale della totalità sociale, per il quale la società in generale è costituita come essenza (nel senso di una meta-struttura universale) e rispetto alla quale quei momenti e domini specifici si presentano "realmente" come manifestazioni.

 

7.

Tutto ciò non ha niente a che vedere con l'ipostatizzazione della differenza che si può trovare nelle teorie post-strutturaliste; al contrario, per la critica della logica identitaria svolta nel senso della critica della dissociazione-valore, si tratta di una determinazione del concetto e di una differenziazione centrata sulla cosa. Invece, l'ipostatizzazione della differenza fatta dalla postmodernità corrisponde all'inselvaggimento del patriarcato capitalista sul piano dell'elaborazione teorica. Dall'altro lato, una determinazione della totalità definita nei termini di un grande concetto androcentrico - perfino nella forma della Nuova Lettura di Marx - sottometterebbe in maniera indiscriminata tutto quanto al concetto.


Comunicazione presentata il 30/11/2013 nel quadro della conferenza "Teoria critica. Una memoria per il futuro" - Pubblicato sulla Rivista EXIT! n° 14, Maggio 2017

fonte: EXIT!
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Comments   

#1 savino 2017-07-15 14:47
"patriarcato capitalista"????
Ma non esiste, il patriarcato i il matriarcato è indipendente dal capitalismo. C'era prima del capitalismo, c'era nei paesi "comunisti", e forse ci sarà nel "comunismo" (se inteso come come forma politico-giuridico).
Il patriarcato non lo si combatte con il matriarcato o con il socialismo (ridefinizione del valore), hanno genesi e risoluzioni per conto loro. (l'economia è solo una parte delle attività umane).
Poi, le contraddizione tra maschi e femmine, giovani e vecchi, istruiti e ignoranti, cittadini e contadini, tra chi è sposato e chi no, tra chi ha figli e chi no, chi abita in centro e chi in periferia ecc. ecc. fanno parte della dialettica naturale e non hanno soluzioni, ma solo di evitare che diventino contraddizioni, ma risorse!
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