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Il meccanico del marxismo

di Alessandro Volpi

Recensione a  Piotr Zygulski, Il meccanico del marxismo. Introduzione critica al pensiero di Gianfranco La Grassa, Pistoia: Petite Plaisance, 2016

Si arricchiscono di un nuovo contributo gli studi sul marxismo e post-marxismo italiano grazie alla recente pubblicazione di Piotr Zygulski dedicata al pensiero di Gianfranco La Grassa (Il meccanico del marxismo: Introduzione critica al pensiero di Gianfranco La Grassa, Pistoia: Petite Plaisance, 2016), già docente di Economia nelle Università di Pisa e Venezia. Questo testo è il frutto degli studi per una tesi in Storia del Pensiero Economico sul lavoro di un professore di economia che non può dirsi “economista” in senso stretto, anche solo in quanto marxista (o post-marxista che dir si voglia). Un esercizio eterodosso quindi, in una facoltà in cui dominano paradigmi ortodossi, ma eterodosso anche all’interno degli studi marxisti se si pensa che nonostante l’interesse dimostrato da importanti studiosi (come evidenziato puntualmente nel lavoro) non era mai stata dedicata una monografia al professore di Conegliano ormai giunto a quasi mezzo secolo di pubblicazioni. Ma Zygulski non è nuovo a questo tipo di imprese, se si pensa al suo precoce lavoro consacrato al pensiero di Costanzo Preve (Costanzo Preve: la passione durevole della filosofia, Pistoia: PetitePlaisance, 2012) anch’egli un eretico del comunismo novecentesco.

Questo agile testo (97 pagine in totale), come recita il sottotitolo, è in primo luogo una introduzione ad un lavoro articolato in centinaia di pubblicazioni che ha subito notevoli sviluppi e ripensamenti teorici. Ma non troviamo solo questo, vi è anche il tentativo di metterlo alla prova attraverso un confronto serrato con le critiche mossegli nel tempo. Nello sviluppare entrambi gli aspetti – che occupano rispettivamente i primi due capitoli e il terzo – Zygulski dimostra una precisione filologica e una conoscenza bio-bigliografica di La Grassa che rende questo lavoro un ottimo riferimento per chi voglia cimentarsi nello studio dell’autore.

Dopo un primo capitolo dedicato alla vita e alle opere del Professore si passa alla vera e propria esposizione dell’impianto teorico dell’opera lagrassiana, introdotta da una “ricognizione del porto di partenza”, cioè un’analisi del pensiero di Marx. Questa scelta espositiva permette a Zygulski di far sfumare la ricostruzione del pensiero marxiano nella sua critica e nelle successive evoluzioni teoriche che per ammissione di La Grassa possono portare ben oltre Marx.

Per il Professore infatti le vicende del movimento operaio e poi del comunismo storico novecentesco testimoniano la fallacità predittiva del pensiero marxiano e di alcune sue interpretazioni dominanti. Sono essenzialmente due gli elementi da riformare: la centralità attribuita alla proprietà dei mezzi di produzione e di conseguenza l’idea di una tendenza alla polarizzazione “tra una classe proprietaria – da un punto di vista formale – parassitaria borghese e una salariata produttiva proletari(zzat)a all’interno della quale si sarebbero ricomposte potenze manuali e mentali” (Zygulski 2016, p. 34) con il corollario teologico della fideistica fiducia nella natura intrinsecamente rivoluzionaria della classe operaia. La non avvenuta rivoluzione nei paesi a capitalismo avanzato, la creazione di una classe media, e la mancata realizzazione del progetto comunista nei paesi dove era avvenuta la socializzazione della proprietà sono per La Grassa sufficienti per affermare una popperiana falsificazione del marxismo e la necessità di una ridefinizione di una teoria del capitalismo.

La Grassa, andando a definire questa struttura complessa della società in cui l’impresa è l’elemento medio fra il mercato e la fabbrica (che non diviene mai forma dell’intera società come da alcuni preconizzato), giunge ad una definizione di questa come di agente strategico. In tal senso la compagine sociale composta da agenti strategici si va a costituire come strutturalmente politica. Politica non in senso stretto, politica perché polemica (questa definizione sembra instaurare una parentela con il Politico schmittiano, bisogna però dire che è solo superficiale anche se non ingiustificata: ci troviamo entrambi i casi di fronte ad una, almeno apparente, metafisica del conflitto). E in questo quadro la politica (con la p minuscola), cioè lo spazio della statualità è solo una regione della geografia del conflitto fra addensamenti di potere. Se non è solo politica in senso stretto, non è nemmeno economia, cioè il conflitto non si riduce allo scontro nel campo di battaglia dell’economico, fra concorrenti: il conflitto fra strategie è insieme (geo)politico-economico-ideologico. In questo modo il ripensamento va ad investire anche le forme della razionalità: il capitale, attraverso i suoi agenti strategici, non si servirebbe più di una semplice razionalità strumentale che massimizza il profitto, bensì di una razionalità strategica. Detto in altri termini il conflitto fra potenze (che sono sempre (geo)politico-economico-ideologiche) è sempre frutto di una scelta strategica che mira all’egemonia. Questa intuizione che risale agli anni ’90 si è dimostrata nel tempo sempre più corroborata dagli eventi storici che riguardano la potenza egemone statunitense sottoposta all’attacco di altri centri capitalistici innescando una fase tendenzialmente “policentrica”.

Un caso emblematico in questo senso è l’invasione dell’Iraq, le cui ragioni, come documentato da Alberto Burgio (Guerra: scenari della nuova grande trasformazione, Roma: Derive Approdi, 2004, pp. 37-76), sono state travisate tanto dai sostenitori quanto dai detrattori. Se infatti la motivazione ufficiale – cioè sicurezza, diritti umani e democrazia – è stata da subito messa in discussione, la vulgata degli opinionisti apparentemente critici ha visto in quello che Burgio definisce “a dangerous appetite for oil” (Burgio 2004, p. 68) la vera ragione dell’aggressione militare. Insomma il caro vecchio petrolio che tutto giustifica, il dato economico. Dati alla mano però risulta che i vantaggi dati dal controllo dei pozzi petroliferi è minore dell’onere sostenuto in anni di guerra: la scusa del petrolio, quindi l’ipotesi dell’immediata ricerca di profitto, non regge. La conclusione a cui giunge Burgio, espressa in termini lagrassiani è questa: la strategia statunitense non è semplicemente determinata da logiche di profitto, bensì mira ad un’egemonia su aree di influenza oggi minacciate da una tendenza policentrica innescata dall’azione anti-egemonica di nuove potenze globali e regionali. Oggi, possiamo dire noi, questa ipotesi è ancor più sostenuta dalle continue ingerenze nelle questioni mediorientali: in particolare la Siria, in cui si sta giocando una guerra fredda (sulle spalle di quella calda) fra dominanti, cioè fra due centri capitalistici quali sono Russia e Usa. Sia perdonata questa divagazione e questo ingiustificato accostamento, ma l’esempio portato da Burgio può essere un caso concreto per comprendere la dinamica descritta da La Grassa.

In questo scenario di conflitto inter-capitalistico il Professore di Conegliano non lascia evidentemente spazio alla lotta di classe. La decostruzione della teleologia marxiana approda ad una concezione aleatoria del socialismo, che ha scarse probabilità di verificarsi e ancor più scarse di sopravvivere nel tempo. Eliminata l’ipotesi di una rivoluzione proletaria gli esiti prassistici del discorso lagrassiano si riducono alla possibilità da parte di soggetti motivati sulla base di una semplice tensione morale a costituirsi in gruppi strategici anticapitalistici in grado di agire in congiunture di crisi all’interno dei conflitti inter-capitalistici per orientarli verso nuovi assetti sociali; cercando cioè di innescare una rivoluzione “contro” il capitale e non “del” capitale (cfr. G. La Grassa, Il capitalismo oggi. Dalla proprietà al conflitto strategico, Pistoia: Petite Plaisance, 2004, pp. 161-187).

Come accennato sopra, la trattazione di Zygulski si conclude con un capitolo in cui viene presentata la ricezione del pensiero di La Grassa e alcune critiche mossegli nel tempo da autori quali i filosofi Costanzo Preve ed Emanuele Severino, gli economisti Emiliano Brancaccio e Nicolò Bellanca. La postfazione, curata da Augusto Illuminati – Professore ordinario di Storia della Filosofia presso l’università di Urbino – può essere considerata parte integrante di questo capitolo, e costituisce, a parere di chi scrive, la più interessante critica mossa al Professore veneto.

Seguendo questa rassegna di critiche si può concludere dicendo che il grande contributo teorico di Gianfranco La Grassa nella revisione della teoria marxista è pari ai limiti teorici dati dall’angustia dell’impresa intellettuale. Questa teoria del conflitto inter-capitalistico proposta da La Grassa con pretesa di scientificità, proprio in quanto teoria scientifica economico-sociale, vuole fornire una spiegazione oggettiva, seppur provvisoria e ipotetica, dei processi del capitalismo avanzato. In questo senso può essere un ottimo strumento in mano ai dominati, come vengono definiti dallo stesso economista. Quello che però non può compiere, in quanto non si pone come filosofia della prassi dei soggetti dominati, è di innescare alcunché nell’autocoscienza delle classi subalterne. Il problema che quindi non risolve La Grassa, ponendosi dalla parte dei dominanti e disinteressandosi della condizione reale dei dominati, è quello dell’elaborazione di una filosofia come autocoscienza dei subalterni. Sia ben chiaro, La Grassa non potrebbe comunque farlo poiché mancano le condizioni oggettive per il dispiegamento di un processo rivoluzionario, e non possiamo sapere quale sarà la forma che assumerà nell’attuale situazione politico-sociale. Il problema però è la completa assenza di uno sforzo eminentemente filosofico in questa comprensione, come la mancanza di qualsiasi tipo di identificazione con le classi subalterne e di indagine sulle ragioni e le modalità dell’effettivo sfruttamento capitalistico nella tarda modernità. C’è quindi un’incapacità strutturale nella teoria del Professore di Conegliano di porsi come teoria della prassi per i dominati da cui consegue necessariamente un fallimento del tentativo di superare l’impasse in cui il marxismo novecentesco è caduto. Le opere di La Grassa rimangono comunque una lettura importante agli albori del XXI secolo per chi voglia provare, su altre basi filosofiche, a ripristinare una teoria prassistica dell’agire collettivo, anche se non possono avere valore fondativo, ma sono, come già detto, un utile strumento teorico per la comprensione della meccanica dei processi inter-capitalistici e imperialistici nella tarda modernità.

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