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ilsimplicissimus

La "spia" Trump ci dice cos’è la democrazia americana

di ilsimplicissimus

Tutta la vicenda Trump con i suoi aspetti inquietanti, angosciosi, ma anche farseschi per una democrazia che pretende di essere un modello, ha rilanciato al massimo grado un tema che si è affacciato all’inizio degli anni ‘90 e ha acquistato forza man mano che le  bugie per la guerra, i patriot act, le invasioni, le rivoluzioni indotte, l’uso strumentale del terrorismo diventavano centrali nella politica americana: ovvero quello dello “stato profondo”, della governance reale di una elite che manipola i governi  visibili in vista dei propri interessi e che quando non riesce a far eleggere chi vuole cerca ogni modo e ogni pretesto per colpirlo. Tuttavia lo stupore e l’inquietudine nascono soltanto dallo scoprire delle crepe nella mitologia della democrazia americana che in realtà non è mai stata ciò che si pensa: l’elitarismo e il settarismo, sono la base sulla quale il Paese è stato costruito.

In realtà non c’è alcun bisogno di ricorrere a nozioni esoteriche o di evocare i simboli massonici nel dollaro e quant’altro faccia parte di questa contro mitologia ingenua e complottista, basta leggere “The American Journey : A History of the United States” , un testo universitario tra i più diffusi, per trovare un’illustrazione (senza tuttavia una spiegazione) di quell’ideologia repubblicana che normalmente  nei nostri testi scolastici viene in qualche modo affiancata alla Rivoluzione Francese con la quale ha tuttavia in comune pochissimo. Bene, leggiamo uno dei brani introduttivi sulle vicende della Fondazione Usa che è di una impressionante chiarezza:

“Il loro principale baluardo contro la tirannide era la libertà civile, ovvero il diritto delle persone di partecipare al governo. Per i repubblicani del XVIII secolo, i cittadini virtuosi erano quelli che non si concentravano sui propri interessi privati, ma piuttosto su quello che era buono per il grande pubblico”.

E fin qui tutto bene. Ma chi erano questi cittadini virtuosi? Presso detto e non senza sorprese da parte del lettore europeo:

“Essi erano necessariamente i proprietari, perché solo quegli individui avrebbero potuto esercitare un giudizio indipendente, impossibile per coloro che si affidano ai datori di lavoro, ai possidenti agricoli, ai dirigenti o (nel caso di donne e bambini) a un marito e a un padre.“

C’è da rimanere esterrefatti di fronte a una così singolare tesi che tuttavia rende il repubblicanesimo americano della fondazione assai simile al liberismo oligarchico dei nostri giorni che propone la saggezza delle elites contrapposta alla barbarie del popolo e se ne distingue solo per l’ipocrisia ancora medioevale di considerare i proprietari al di là degli interessi di parte, cosa che oggi non è proponibile nemmeno per scherzo. Del resto nelle colonie di allora il 90 per cento delle persone era in una condizione servile nelle campagne, una modesta fetta di abitanti era dedita ad attività artigianali e il resto, ovvero quelli deputati a governare, erano proprietari terrieri, mercanti e banchieri, mentre le cariche venivano distribuite a seconda dell’entità dei beni. Una società nella quale la maggioranza degli stati avevano religioni ufficiali, istituivano l’obbligo di andare in chiesa con una frequenza stabilita, pena pesanti multe, i debitori venivano imprigionati, molti genitori dovevano vendere i propri figli come schiavi: insomma qualcosa di radicalmente diverso da quello che ci viene presentato come “ribalta di gloria”.

E di fatto la “rivoluzione” si limitò a sostituire i signori inglesi con i “virtuosi” americani, ma non cambiò di molto le condizioni delle persone. Anzi la guerra di liberazione, con il relativo blocco inglese di merci e schiavi dall’Africa, rese la condizione dei contadini ancor peggiore e vide un aumento esponenziale di espropri fondiari, tanto da poter ipotizzare che fu dovuto proprio a questo la corsa verso ovest e quello “spirito di frontiera” che ancor oggi viene spacciato come moneta sonante, anche se contraffatta. Contraffatta soprattutto dal totale oblio caduto sulle rivolte contadine di quel periodo in un Paese liberatosi dalla dipendenza inglese ma costruito interamente sulla contrapposizione libero / schiavo, proprietario / inquilino, povero / ricco e nel quale solo se si era liberi, proprietari e ricchi si poteva pensare di avere quel “giudizio indipendente” necessario al governo delle cose. Di fatto i grandi ricchi di quegli anni, significativamente non ancora magnati, ma obbligazionisti con in mano tutto il denaro del Paese, accusarono i contadini in rivolta di essere “egualizzatori “, termine scandaloso come quello di comunisti, e di mettere in pericolo il governo elitario. Furono proprio questi, privi di qualsiasi mandato, che organizzarono la convenzione di Philadelphia dove venne redatta la costituzione. L’80 per cento dei 55 costituenti, delegati solo di se stessi, era obbligazionista, ciè viveva di finanza,  il 44 per cento anche usuraio, il 27 % anche proprietario di schiavi, il 25% anche speculatore immobiliare. Altro che “Noi, il popolo”, tanto più che nessuno conosce cosa successe alla convenzione, persino le finestre erano state inchiodate per evitare fughe di notizie: ma di certo il passaggio dalla Confederazione precedente delle colonie a una “unione più perfetta” fu profondamente influenzato dalla composizione del 55 e non mancarono proposte di assemblee permanenti nominate a vita o la tensione verso forme di governo utili al commercio mondiale, come in una prefigurazione imperiale. Di fatto in tutta la Costituzione e i suoi successivi emendamenti la parola democrazia non compare mai e la parola popolo solo una volta, mentre il diritto al voto fa la sua comparsa solo nel 1870, una cosa che ancora è abbastanza visibile nello stravagante meccanismo di elezione presidenziale nel quale i cittadini sono chiamati a eleggere una elite la quale a sua volta eleggerà il presidente.

Alla fine del post metto una breve bibliografia utile ad uscire al porto delle nebbie della mitologia, ma non c’è alcun dubbio che l’elemento elitario, lo “stato profondo” è quello che ha costruito l’America e non ci dovrebbe essere alcuna sorpresa nel vedere che anche oggi è pienamente operante anche se dai giorni della Convenzione di Philadelphia è stata progressivamente nascosta tramite gli emendamenti, grazie soprattutto alle immense risorse di un Paese continente che per due secoli hanno alimentato il cosiddetto “sogno americano”.  Con la vicenda Trump, altra ragione che mi convince dell’opportunità di un presidente che rivela l’America com’è e non come è stata raccontata, sta venendo invece tutta fuori come se i poteri profondi non temessero più di rivelarsi apertamente.

* * * *

Come è facile immaginare una bibliografia seria e non divulgativa e/o encomiastica sulla rivoluzione americana è difficile da reperire in un Paese – colonia dove tale mitologia è di fatto obbligatoria. Ad ogni modo si può trovare in inglese  The American Journey: A History of the United States di David Goldfield, Carl Abbott, Virginia DeJohn Anderson, reperibile in rete. Poi abbiamo Un’interpretazione economica della Costituzione degli Stati Uniti , di Charles A. Beard, un classico della letteratura critica assieme a La nascita della civiltà americana dello stesso autore, entrambi tradotti in italiano, ma di difficile reperibilità. Ancora  Founding finance di William Hogeland reperibile in inglese. E infine Towards an American Revolution : Exposing the Constitution & Other Illusions dello storico Jerry Fresia, anch’esso non tradotto, nonostante abbia trent’anni, dalla nostra editoria così impegnata a fornirci robaccia.

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