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Per una critica dell’anti-complottismo

La lezione di Montesquieu

di Edoardo Schinco

«Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».(Mt. 5, 37)

Ad oggi, non è necessario fare una ricerca approfondita per avvertire una crescita vertiginosa dell’uso del termine «complottismo» nell’ambito della discussione pubblica; in particolare, la morte del sociologo Zygmut Bauman (9 gennaio 2017) ha segnato suo malgrado un punto di svolta per la diffusione di termini quali fake news o «post-verità», termini accuratamente svuotati di senso in modo che ognuno potesse interpretarli a proprio piacimento. Che si parli dell’abuso della farmacovigilanza, della dittatura dello spread, dei rettiliani, dell’utilizzo dei big data, della burocrazia europea a Bruxelles, delle scie chimiche, del condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa, dei chip sottopelle, degli avvistamenti delle sirene, dell’influenza degli interessi delle lobbies oppure dell’operato di George Soros, tutto questo è ricondotto pacificamente sotto la categoria onnicomprensiva del “complotto” e da qui, una volta ridipinto con qualche tinta naïf, viene delegittimato come una sorta di recrudescenza oscurantista da Alto Medioevo (Polibio avrebbe parlato di «oclocrazia») che i Lumi del «buon senso» hanno tardato a dissolvere una volta per tutte.

In verità, spingendosi un po’ oltre la pura chiacchiera da social network, varrebbe la pena di affrontare il tema in maniera più “analitica”, ovvero – secondo l’etimologia greca del termine – fissando qualche distinguo utile a farci compiere alcuni passi in avanti; d’altra parte, se accostare ipotesi verosimili (ma per noi scomode) a credenze insostenibili può essere un trucco retorico efficace per poterle svalutare entrambe d’un sol colpo, già uno sguardo poco più attento ci restituisce evidenze di tutt’altro tipo, non proprio collimanti con quelle che una sedicente classe di istruiti sente di dover difendere dall’attacco della massa volgare ed ignorante. Facciamo solo due brevi esempi.

a) Durante il periodo della cosiddetta «crisi del debito sovrano» (2010-2011) per la santa opinione pubblica denunciare il conflitto di interessi fra agenzie di rating ed esponenti dell’alta finanza era sintomo di bolscevismo acuto: peccato che, in realtà, già al tempo lo stesso Sole24Ore – noto organo comunista – poneva più di un interrogativo in merito e, evidenziando come il rapporto fra controllori e certi controllati fosse ambiguo e di reciproca co-appartenenza, seguiva il filo di una problematica che ha attraversato l’intero Novecento e che vede negli azionisti di maggioranza delle agenzie di rating proprio quei soggetti sulla cui affidabilità le stesse agenzie sono chiamate ad esprimersi1.

b) Che le grandi industrie farmaceutiche – altro intoccabile totem contemporaneo – sottopongano all’arida logica del profitto le questioni inerenti alla salute mondiale, è una tematica largamente diffusa nell’ambito scientifico e soltanto recentemente è divenuta una novità di cui stupirsi. Prova ne sia il caso emblematico degli anni ’90, che vide il celeberrimo cartello industriale Big Pharma portare davanti al giudice il Sudafrica di Nelson Mandela. Questi, infatti, aveva promulgato una legge – il Medical Act – che permetteva di aggirare le norme globali sui brevetti (insostenibili per l’economia del paese), facendo così abbassare di molto il prezzo dei nuovi farmaci antiretrovirali prodotti dalle industrie farmaceutiche. Se si pensa che, nel 1997, il Sudafrica contava circa 3 milioni di cittadini infettati dall’AIDS ed oltre 100.000 morti l’anno, è possibile comprendere quanto valore Big Pharma riconoscesse a queste esistenze, condannate a morte senza alcuna remora pur di non vedere diminuiti i propri introiti2.

Il timore dell’esistenza di «poteri forti», più o meno occulti, capaci di influenzare le decisioni dei governi, la promulgazione di determinate leggi o l’andamento dei mercati finanziari, non è dunque poi così infondato; anzi – a voler parlare con sincerità – è soltanto di recente che a questo salutare esercizio di scepsi ed a questo bisogno costante di trasparenza si è andata sostituendo una visione della democrazia liberale eccessivamente ottimistica, al limite dell’ingenuo, secondo la quale in fondo non c’è alcun retroscena rilevante dietro le vicende politiche. Infatti, quel sospetto che oggi è ricondotto ad attività da paranoici, è stato un tratto costante di molti classici del pensiero liberale, i quali – impegnati ad esaminare i fondamenti del nascente Stato di diritto – si interessarono alle criticità che tale ordinamento avrebbe incrociato. Se, fra questi, apriamo l’opus maius di Montesquieu, dal titolo Lo spirito delle leggi, diviene evidente la finezza analitica di cui parlavamo: nel celebre passo relativo alla separazione dei poteri (Libro XI, Capitolo VI) l’autore tematizza dettagliatamente la necessità di tenere distinti fra loro i poteri giudiziario, esecutivo e legislativo, esponendo i rischi dispotici che sarebbero potuti derivare dal loro accentramento (anche presi in coppia) in un solo organo statale. Basta leggere la disamina di Montesquieu, quasi al limite del pedante, per notare che non c’è la minima traccia dell’ingenuità con cui si vorrebbero trattare i problemi di oggi; piuttosto, nel discorso sviluppato è costantemente attiva l’esigenza di distribuire prerogative e margini d’azione diversi ai vari poteri, affinché l’uno possa opporsi all’altro – se richiesto dalla situazione – senza per questo prevaricarlo, ma andando così a costruire un salubre equilibrio fra poteri in possibile conflitto: in breve, nel testo aleggia una profonda sfiducia verso la «buona fede» dei detentori del potere, non tanto perché debbano essere ab origine corrotti, quanto perché è la situazione stessa che potrebbe indurli ad abusare della loro posizione.

Come allora similmente oggi, in una democrazia partecipata, il controllo responsabile e la limitazione reciproca da parte dei cittadini e delle istituzioni in merito all’andamento degli affari di Stato vale come la risposta più efficace da fornire – insieme alla richiesta di trasparenza – per combattere i pericoli di gestione oligarchica del potere contro l’interesse comune.

P.s.: a proposito di separazione dei poteri, si è notato che i Trattati Europei assegnano alla Commissione Europea – organo esecutivo e non elettivo dell’UE (art. 17, TUE) – il quasi monopolio dell’iniziativa legislativa (specie art. 289-291, TFUE)? Curioso! Chissà che lo Stato di diritto non sia un concetto troppo volgare per la nostra gloriosa Unione Europea.


Note
1 P. GILA, M. MISCALI, I signori del rating, Bollati Boringhieri, Torino 2012
2 G. MACIOCCO, Big Pharma. Una storia che si ripete in “Salute Internazionale”: http://www.saluteinternazionale.info/2016/07/big-pharma-una-storia-che-si-ripete/

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