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“Cinquant’anni dopo” di Chiara Cruciati e Michele Giorgio

Francesco Giordano

Dedico questa recensione ad Abdul Qsder Abu al-Fahem, primo prigioniero palestinese morto dopo essere stato nutrito con la forza nel carcere di Ashkelon, era il 1970.

Il libro è dedicato a Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino, tre persone che dedicarono la loro vita alla causa palestinese.

C’è chi scrive per convincere, per indurre altri a fare determinate scelte, c’è chi scrive affinché i lettori abbiano gli elementi per conoscere, riflettere, scegliere.

Con “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei due Stati”, Chiara Cruciati e Michele Giorgio, giornalisti de Il Manifesto, dimostrano di appartenere alla seconda categoria di scrittori. Le loro biografie lo confermano chiaramente.

L’occasione sono i 50 anni dalla guerra dei “Sei giorni” del 1967, quindi dall’inizio dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ovvero di quel territorio in cui i palestinesi avrebbero dovuto programmare il loro Stato, ma l’ombra si estende fino a 100 anni prima, con la dichiarazione di Balfour.

223 pagine suddivise in 9 capitoli, il primo dei quali affronta la guerra dei “Sei giorni” e l’occupazione militare. Poi Naksa, Intifada, accordi di Oslo fino all’ultimo dal titolo “La comunità internazionale e il mantenimento dello status quo”.

Il settimo capitolo è quello, a mio parere, più intenso e che meglio affronta la questione palestinese.

La resistenza palestinese, scrivono Cruciati e Giorgio, ha più di 100 anni, vissuta da un intero popolo in condizioni difficili, sia per la ferocia dell’occupazione sia a causa dei paesi arabi che, in buona sostanza, non hanno mai realmente sostenuto la lotta di liberazione.

Direi un testo necessario per tutti, per chi si avvicina per la prima volta alla questione palestinese e per chi da tempo se ne interessa e la studia. Un libro scritto dall’interno delle viscere della Palestina: i due giornalisti ne conoscono l’essenza e non si curano di prendere posizione, ma di far conoscere perché, come, cosa è avvenuto e avviene in Palestina.

Dice, in un intervista uno degli autori: “Noi semplicemente cerchiamo di spiegare quale è la situazione oggi nei territori palestinesi occupati, quale è la situazione anche in Israele, le dinamiche politiche  che si sono sviluppate in questi ultimi anni è che sono particolarmente importanti per capire quello che accade  soprattutto oggi, cercando di offrire però – parlando dell’oggi – anche una spiegazione, un racconto dei fatti più importanti, degli aspetti più decisivi di questi ultimi 50 anni. In modo che il lettore di questo libro possa avere un quadro che noi speriamo abbastanza completo, o sufficientemente completo, per capire quale è la situazione oggi e da quali radici è partita.”.

È un libro completo, la cui lettura desta curiosità e interesse, e ben curato anche nelle pagine di copertina con splendide fotografie di Tano D’Amico.

Mi piace, in ultimo, riprendere l’inizio e la fine del testo. La prefazione di Roberto Prinzi (giornalista e studioso del mondo arabo, redattore dell’agenzia di stampa Nena News, nonché collaboratore dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma) inizia con una citazione del grande poeta Mahmud Darwish: “Io e lui, due complici in un’unica trappola, due complici nel gioco delle probabilità aspettiamo la corda della salvezza per riemergere, ognuno per sé, dal ciglio della fossa-abisso verso quel che ci rimane di vita e di guerra, se mai potessimo salvarci”.

Per chiudere, quando guardiamo un film o leggiamo un libro, prestiamo  molta attenzione alla fine, che a volte dice tutto. Ecco, questo libro termina così: “La Palestina è scomparsa solo dalle cronache, ma il popolo palestinese esiste ancora”.

Io avrei aggiunto: “La lotta contro l’impresa sionista potrebbe durare un altro centinaio di anni; chi non ha la forza necessaria dovrebbe farsi da parte” (George Habash)

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