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Sciovinismo a comando

Perché la mossa libica di Macron ha scatenato l’indignazione italiana (in chiave anti-Haftar)

di Federico Dezzani

Martedì 25 luglio, in un castello alle porte di Parigi, il neo-presidente francese ha ricevuto i due massimi rappresentanti della martoriata Libia: il premier Faiez Al-Serraj, installato a Tripoli, ed il generale Khalifa Haftar, basato in Cirenaica. L’incontro, mirato a tracciare un percorso di riconciliazione nazionale, ha scatenato un’inaspettata indignazione del governo e della stampa italiani, solitamente allergici ai toni “nazionalisti”: la reazione è ancora più sospetta se si considera che l’attacco al “Macron-De Gaulle” è partito dagli stessi ambienti che hanno montato il caso Regeni. Col summit parigino, il presidente francese ha legittimato il generale Haftar, vicino a Mosca ed al Cairo: la nostra Italietta è stata invasa da un’ondata di francofobia su ordine di Londra.

Come l’Italietta francofobica di Francesco Crispi…

Profitti in calo, mercati saturi, domanda asfittica, commercio mondiale stagnante, rendono il mondo cattivo: è questa una verità universalmente accettata da storici e geopolitici, non soltanto di scuola marxista. Se a questo contesto si aggiungono alcune criticità mai sperimentate prima (anni e anni di denaro a costo zero e la più grande bolla finanziaria di tutti i tempi in nuce), si può capire perché l’attuale panorama internazionale sia così deteriorato, teso e torbido: si registrano frizioni non soltanto tra il blocco atlantico e quello euro-asiatico (Siria, Ucraina e Nord Corea), ma addirittura dentro lo stesso schieramento euro-atlantico che, lungi dall’essere monolitico, è attraversato da tensioni crescenti, man mano che la presa americana sul Vecchio Continente si affievolisce e l’Unione Europea si avvicina alla dissoluzione. Dentro la stessa NATO/UE è quindi scattato il “primum vivere” ed ogni potenza, in barba a qualsiasi obbligo di lealtà, cerca unicamente di ritagliarsi i propri spazi: a spese degli alleati.

Capita così che il neo-presidente francese, Emmanuel Macron, salutato dall’establishment euro-atlantico come l’ultima speranza per rianimare le moribonde istituzione di Bruxelles, dia non pochi dispiaceri a quegli stessi ambienti da cui il nuovo capo dello Stato proviene (vedasi la sua esperienza presso la Banca Rothschild): gli interessi dell’Esagono, oberato da un debito pubblico galoppante e attraversato da acute tensioni sociali, prevalgono sugli obblighi verso gli alleati europei ed atlantici. “La France d’abord”, versione dell’America First accompagnata da foie gras.

È però scontato che se il neo-inquilino dell’Eliseo, anziché muoversi secondo i desiderata degli ambienti liberal, cerchi di massimizzare il tornaconto francese, l’aurea di “enfant prodige” si dissolva velocemente: spuntano accuse di autoritarismo, di pulsioni nazionaliste, di derive “lepeniste”, di velleità golliste (altro personaggio, Charles De Gaulle, mai digerito all’oligarchia atlantica). L’appannamento mediatico di Macron coincide, infatti, con il suo attivismo in Libia, fonte di non pochi malumori a Londra ed a Washington (eccezion fatta per il presidente Trump che è, come sempre, un caso a parte).

Già durante la presidenza di François Hollande, la Francia dimostrò un certa autonomia rispetto agli “alleati” angloamericani: se Londra e Washington (cui vanno aggiunti attori regionali come Ankara e Doha) sostengono le formazioni islamiste che si installano in Tripolitania, Parigi sceglie di giocare in proprio, puntando (in un primo momento, affiancata dall’Italia) sulle forze laico-nazionaliste del generale Khalifa Haftar. In questo modo, la Francia si avvicina progressivamente all’Egitto di Abd Al-Sisi ed alla Russia di Vladimir Putin, entrambi sostenitori del governo laico situato a Tobruk ed entrambi, ça va sans rien dire, invisi ai poteri atlantici: il misterioso disastro aereo del volo Egyptair sulla tratta Parigi-il Cairo, seguito dall’abbattimento a Bengasi di un elicottero dei servizi segreti francesi1, fu un inequivocabile “messaggio” inviato dagli angloamericani affinché i francesi interrompessero ogni legame con Khalifa Haftar, seguendo così l’esempio italiano. I governi Renzi-Gentiloni scelgono infatti, sotto pressione di Londra e Washington, di abbandonare l’asse Tobruk-il Cairo per abbracciare il “governo d’unità nazionale” di Faiez Al-Serraj, una scialba riverniciatura della giunta islamista che controlla la Tripolitania: il caso Regeni e la conseguente crisi diplomatica tra Italia ed Egitto allargano ulteriormente il fossato tra Roma ed il generale Haftar, spalleggiato con convinzione da Al-Sisi.

L’avvicendamento dei presidenti all’Eliseo non muta la strategia francese: Emmanuel Macron, benché sia accolto con soddisfazione dagli ambienti liberal, conferma il sostegno francese al generale Khalifa Haftar con cui Parigi, giocando di sponda con l’Egitto, conta di conquistare un’influenza preponderante nella ex-colonia italiana (a spese, soprattutto, del Regno Unito, data l’inconsistenza geopolitica dell’Italia). Il neo-presidente francese, inoltre, sa inserirsi rapidamente nel nuovo contesto internazionale: alla Casa Bianca non siede più Barack Hussein Obama, pro-Fratellanza Mussulmana, bensì il “neo-isolazionista” Donald Trump, ed il Cremlino è occupato da un pragmatico Vladimir Putin che non disdegna certo alleanza tattiche utili alla Russia. Con il doppio incontro con il presidente russo (29 maggio) e quello americano (13 luglio), Emmanuel Macron getta così le fondamenta della sua manovra libica: con la benedizione di Trump e Putin, la Francia si incarica di riconciliare la fazione “angloamericana” (Faiez Al-Serraj, islamisti e Tripolitania) con quella “russa” (Haftar, nazionalisti e Cirenaica), incamerando gli utili dell’operazione in termini di influenza sul Paese. Il 25 luglio, quindi, nel castello di La Celle-Saint-Cloud, Macron “patrocina” la stretta di mano tra Al-Serrai ed Haftar: i due si impegnano a sospendere qualsiasi ostilità ed avviare un processo per tenere le elezioni presidenziali entro la primavera del 2018.

Un vertice simile (e con gli stessi propositi) si era già svolto ai primi di maggio negli Emirati Arabi Uniti, dove i due “massimi rappresentanti” della Libia si erano già scambiati i convenevoli promettendo pace e concordia. Il summit di Abu Dhabi, però, ebbe un’eco molto minore, considerato il minor peso politico del Paese ospitante: se Emmanuel Macron riceve il premier Al-Serraj, sponsorizzato dall’ONU e dalla vecchia amministrazione Obama, ed il “reietto” generale Haftar, Parigi sdogana ufficialmente (con la benedizione di Trump e Putin) il capo dell’Esercito Nazionale Libico, pro-Egitto, pro-Russia ed anti-Fratellanza Mussulmana. Data la conclamata marginalità del premier Al-Serraj negli equilibri libici, la mossa di Macron è il primo passo verso l’investitura di Haftar come nuovo “rais” della Libia: uno scenario che preoccupa molto chi aveva puntato sulle fazioni islamiste per allargare la propria sfera d’influenza nell’ex-colonia italiana. Londra e l’establishment americano anti-Trump.

Che fare? L’oligarchia atlantica potrebbe sferrare qualche colpo basso a Macron, sulla falsariga del volo Egyptair inabissatosi nel Mar Mediterraneo (e non è escludibile che ciò avvenga nei prossimi mesi), ma nell’immediato è molto più utile contrattaccare servendosi degli ascari locali: nella fattispecie, il governo italiano, lo stesso che, su ordine di Barack Hussein Obama, ha abbandonato Haftar per legare le sue fortune ad Al-Serraj ed ha addirittura inviato 300 militari a Misurata, roccaforte della Fratellanza Mussulmana e base operativa delle truppe britanniche. Ecco spiegata l’ondata “francofobica” che si è riversata in Italia all’indomani del vertice di Parigi: come l’Italietta di Francesco Crispi era usata un secolo fa dagli inglesi in funzione anti-francese, così l’Italietta del conte Paolo Gentiloni Silverj di Filottrano è adoperata dall’oligarchia atlantica per protestare contro l’attivismo francese e l’insidioso attacco agli interessi di Londra in Libia.

La reazione italiana alla mossa di Macron è, infatti, davvero singolare: gli stessi ambienti che da oltre un anno martellano sul caso Regeni per tagliare qualsiasi ponte tra Roma, Al-Sisi ed Haftar, si trasformano dall’oggi al domani nei più accessi accusatori dell’invadenza francese, con esiti quasi esilaranti. Su “Il Manifesto”, giornaletto della sinistra extra-parlamentare da sempre foraggiato da Londra e Washington, si può leggere il titolo dal sapore sciovinista: “Parigi scippa l’Italia: oggi Macron ospita Sarraj e Haftar2”. All’interno si dice:

Cosa fa la Francia per convincere le due parti? Da una parte gioca sulle paure strutturali di al-Sarraj, conscio della sua estrema debolezza nonostante l’endorsement internazionale; dall’altra sulle mire di Haftar che, consapevole di essere ormai indispensabile alla pacificazione, sfrutta gli interessi altrui per ergersi a leader del paese. Dove per altrui si intenda la Russia, che vuole uno sbocco sul Mediterraneo parallelo a quello siriano, e la stessa Francia che mai ha digerito il dominio italiano in Libia.

Ecco cosa temono a Londra ed al Dipartimento di Stato americano ed ecco la ragione del “nazionalismo indotto” del governo Gentiloni: un asse Parigi-Mosca-il Cairo che escluderebbe gli angloamericani (e gli ascari italiani) dalla Libia.

Ancora più utile per capire la faida in corso tra Parigi e Londra (dove noi italiani siamo solo figuranti) è la lettura del Financial Times. Nell’articolo “Macron’s Libya summit will make peace harder to reach, say critics” si può leggere:

“In a statement released on Tuesday by the Elysée Palace, the two Libyan leaders committed to a ceasefire as well as to “continue political dialogue” in an effort to achieve a “national reconciliation that involves all Libyans”. But analysts warned the French intervention could only make the situation in Libya worse by giving legitimacy to General Haftar. “The likely outcome will be Haftar’s international legitimisation without him actually having to give up anything. In this sense, it will make Italy’s goal of stabilising Libya even harder,” said Mattia Toaldo, senior policy fellow at the European Council on Foreign Relations think-tank.”

Gli italiani (leggasi “gli inglesi”) temono, secondo l’analista Mattia Toaldo (fellow at the Institute for the Americas in London and a postdoctoral fellow for the British School in Rome3) che Macron “legittimi” Haftar, rendendo così più difficile “stabilizzare la Libia”, ovvero preservare l’enclave islamista in Tripolitania così cara a Londra ed all’amministrazione Obama.

Analogamente all’Italietta francofobica di Crispi, il governo Gentiloni aumenta gli sforzi per puntellare il governo Al-Serraj e smontare i piani francesi non perché sia nostro interesse, ma perché così vogliono a Londra ed al Dipartimento di Stato Americano. Non c’è alcun dubbio, infatti, che la strategia vincente nel medio periodo sia quella francese (come aveva intuito, peraltro, la stessa Italia prima che il caso Regeni minasse i rapporti italo-egiziani): puntare su Haftar, giocando di sponda col Cairo e Mosca.

Data però la nostra totale subordinazione agli interessi atlantici ed il completo appiattimento del governo Gentiloni all’establishment liberal, dobbiamo accontentarci di uno sterile sciovinismo: dagli al francese e dagli al Macron gollista! E poco importa se, così facendo, non lavoriamo “pro domo nostra” ma “pro domo britannica”.

P.S. I dossier Telecom Italia e Fincantieri-Stx sono da trattare a parte. Si noti, tuttavia, il “sostegno” del Financial Times al nostro governo contro la nazionalizzazione dei cantieri navali francesi…


Note

1 http://www.lastampa.it/2016/07/21/esteri/libia-soldati-francesi-sullelicottero-abbattuto-bIKa3iNQ8tTIWssiAHJ8iN/pagina.html

2 https://ilmanifesto.it/parigi-scippa-litalia-oggi-macron-ospita-sarraj-e-haftar/

3 http://www.ecfr.eu/profile/C238

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Comments   

#1 Sasha 2017-08-06 18:32
Che bellezza! Ecco un altro ex marxista che in presenza di un classico conflitto interimperialista (questo sta accadendo in Libia) decide di schierarsi con uno dei blocchi imperialisti in campo invece di cercare la via per combatterli tutti (un tempo mi pare di chiamasse "lottare per la rivoluzione socialista" o qualcosa del genere). Vabbè, purtroppo non è l'unico. Una prece.
Quanto al quotidiano il manifesto pagato da Londra e Washington, siamo al surreale: che quel giornale sia sempre più annacquato e quasi illeggibile è un dato oggettivo, ma considerarlo sul libro paga di CIA e MI6 significa aver fumato davvero robaccia. Suggerisco di cambiare spacciatore.
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