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minimamoralia

Austen, Texas

di Gloria Baldoni

Pubblichiamo un pezzo di Gloria Baldoni apparso su inutile, ringraziando l’autrice e la rivista

Winchester, 18 luglio 1817: probabilmente stroncata da una malattia del sistema endocrino chiamata morbo di Addison (ma alcuni suggeriscono un ben più romanzesco avvelenamento da arsenico), muore Jane Austen. Dietro di sé lascia sei romanzi, tutti pubblicati anonimamente, frammenti e opere giovanili in quantità, nessun marito, uno stuolo di nipoti, un carteggio chilometrico che la prudente sorella Cassandra si preoccupa per buona parte di dare alle fiamme, e un’eredità tutta da costruire.

Stiamo galoppando verso il cuore del Diciannovesimo secolo, tra vent’anni salirà al trono la regina Vittoria, il romanzo sociale è alle porte: niente è più facile che dimenticarsi di Jane Austen e delle sue storielle di matrimoni, ma questo non avviene. Piuttosto il contrario: tutti i più grandi scrittori si misurano con lei. Walter Scott la ammira, mentre le Brönte ne criticano la ristrettezza di sguardo. Mark Twain motteggia che una biblioteca vuota ha almeno il pregio di non contenere nessun romanzo di Jane Austen, mentre Henry James, impegnato in una polemica con Emerson, lo accusa con disprezzo di non interessarsi a lei. Virginia Woolf adora in egual misura la brillantezza del suo ingegno e la perfezione del suo stile, mentre Auden è scandalizzato dalla sua audacia nel maneggiare questioni di denaro («beside her Joyce seems innocent as grass», si lamenta in una poesia).

Tra lodi e ingiurie, e traghettata oltre il moralismo vittoriano da una biografia quasi agiografica compilata dal nipote Edward Austen-Leigh, Jane Austen è dunque sopravvissuta nella memoria collettiva, guadagnando lettori e imitatori (c’è un intero filone letterario, il Regency novel, che pretende d’ispirarsi a lei) fino all’incontro decisivo col cinema e con le serie tv che l’hanno definitivamente incisa nell’immaginario collettivo. Che io sappia, attorno a nessun romanziere (e di certo nessun romanziere che sia morto da due secoli) esiste il culto che si è via via creato attorno a Jane Austen — un culto fatto di letture pubbliche, di feste danzanti, di società sparse in tutto il globo, di interpolazioni della sua opera, di eterne riscritture, persino di manuali di self-help tratti dalle massime e dagli insegnamenti presenti nei suoi romanzi.

Per quanto la formazione della religione austeniana sia un fenomeno interessante da analizzare (e infatti c’è chi lo ha analizzato), a parer mio non lo è quanto l’infinito dibattito, destinato a non risolversi mai, su quello che Jane Austen abbia effettivamente voluto dirci rispetto all’amore, al matrimonio, al denaro e alla condizione femminile. Il discorso che va per la maggiore propone un immaginario di eroi forti e moralmente granitici che conquistano eroine intelligenti e piene di fascino. Nella finalizzazione del loro amore, che nel corso dei romanzi è chiamato a svilupparsi a dispetto di mille equivoci e ostacoli, risiede il fascino intramontabile delle storie austeniane, specialmente ora che Hollywood e la BBC hanno aiutato la nostra immaginazione dando ai tanto amati personaggi le fattezze di Colin Firth in camicia bagnata o di Romola Garai in abiti di mussola.

È senz’altro un’esperienza austeniana legittima perché tutte le esperienze austeniane sono legittime, ma ha il difetto nel manico di ridurre e semplificare la sua opera, che è invece ambigua e complessa, e di prestare il fianco alla creazione di stereotipi poco raffinati come quello che vorrebbe Jane Austen scrittrice di Harmony ante litteram o, peggio, Jane Austen promotrice dell’incasellamento femminile nel ruolo di sposa. E qui la faccenda si fa politica, al punto tale che non più di qualche mese fa l’alt-right statunitense si appropriava proprio di Jane Austen quale narratrice di storie caucasiche in cui la realizzazione femminile coincideva col matrimonio e la famiglia.

Qualche tempo fa è uscito un saggio intitolato Jane Austen, The secret radicaldi Helena Kelly. Io non l’ho ancora letto per cui devo balzare un po’ più indietro nel tempo e appoggiarmi sulle spalle di Mary Butler, un’accademica statunitense che nel 1975 pubblicò uno studio fondamentale per chiunque anche al giorno d’oggi desideri affrontare seriamente la questione dell’orientamento politico di Jane Austen.

In Jane Austen and the war of ideas Mary Butler offre un quadro dettagliato e circostanziato del clima culturale in cui sono nati i romanzi di Jane Austen e lo fa partendo dalla Rivoluzione Francese, cioè l’evento che tentò di spazzare via molte autorità intoccabili: quella monarchica, certo, ma anche quella nobiliare, quella del clero e non ultima quella patriarcale. Nel 1792 la riforma dello stato civile separò definitivamente il matrimonio secolare da quello religioso e soprattutto introdusse il divorzio. Il matrimonio smetteva così di essere un patto indissolubile spesso non deciso dai contraenti per diventare un’unione fondata sulla felicità di due persone e immediatamente dipendente da essa. Era una rivoluzione nella rivoluzione perché fino a quel momento il diritto di essere felice all’interno dell’unione matrimoniale non era esistito — tutt’al più si poteva essere fortunati. Poco dopo arrivò per decreto l’abolizione della potestà paterna in favore della tutela condivisa. Due colpi terribili erano stati assestati al ruolo e all’autorità del pater familias.

L’abbiamo presa un po’ larga ma ora possiamo riavvicinarci a Jane Austen: mentre in Francia spirava questo vento progressista, i conservatori d’Inghilterra osservavano con preoccupazione e ben presto accadde ciò che spesso accade quando i privilegi vengono minacciati dalla richiesta di diritti: nacque, cioè, un blocco culturale di stampo fortemente tradizionalista (adesso diremmo quasi reazionario). Rifiorirono per esempio i conduct book, manuali di buon comportamento per signorine e signorini, e la produzione letteraria si polarizzò sempre di più fino a che non fu addirittura possibile parlare di romanzi giacobini e antigiacobini. Negli uni si abbracciavano le idee francesi, negli altri si evidenziava l’assoluta necessità di non discostarsi da Dio, di moderare le proprie passioni e di sottomettersi ai consigli dei genitori anche a discapito delle proprie inclinazioni.

La più formidabile paladina di questo genere di romanzo fu la filantropa Hannah More: basta sfogliare il suo Coelebs in search of a wife, storia di un giovane alla ricerca della sposa piuccheperfetta, per capire l’intransigenza che permeava questo genere di romanzo. Coelebs si sposta infatti dalla campagna a Londra, dove naturalmente inorridisce di fronte alla sfrontatezza delle signore, per poi finire a casa di un amico del padre che gli fa da guida spirituale e lo istruisce su tutte le qualità di una buona moglie. Coelebs troverà la compagna ideale proprio nella figlia maggiore del suo mentore: la signorina, introdotta molto presto nel libro, non avrà mai il privilegio di una linea di dialogo e anche di fronte all’attesa proposta si limiterà a sorridere, lasciando al padre e al futuro marito ogni decisione importante circa il suo matrimonio. Ecco dunque il ruolo della donna nel romanzo antigiacobino: sorridere, pregare, lasciar fare agli uomini.

Chiunque conosca Jane Austen e le sue eroine così piene di personalità sa che è il caso di prendere le distanze da questo genere di letteratura. Tuttavia, il romanzo antigiacobino non era sempre così deciso e normativo: talvolta si limitava a presentare due modelli di donna, una obbediente e razionale e l’altra assertiva e sentimentale, e riservando alla prima una sorte felice e all’altra la totale rovina (salvo ravvedimenti dell’ultim’ora) lasciava alla lettrice il compito di fare due più due. E qui, col contrast novel, siamo pericolosamente vicini a Sense and sensibility.

Le premesse di Mary Butler e lo scorcio che ci offre sono essenziali per capire che cosa c’era intorno a Jane Austen quando si sedeva a scrivere. Butler parte da qui per argomentare, con ottime ragioni e un approccio molto vicino al testo, che Jane Austen fu essenzialmente una conservatrice. Altri la credono una rivoluzionaria, addirittura una protofemminista. Questa è la spaccatura che attraversa la critica e l’ambiguità dei suoi romanzi, in apparenza così semplici ma a un esame più attento così sfuggenti e misteriosi, non aiuta: ognuno può leggerci quasi tutto ciò che vuole.

Di cosa parliamo quando parliamo di Jane Austen? Di una che amava la commedia, la satira, il rovesciamento scherzoso, l’understatement e che di conseguenza detestava il sentimentalismo. Essere passata alla storia come una specie di scrittrice di romanzi rosa, lei che sbuffava di fronte alle svenevolezze e cercava di chiudere in due frasi i momenti di passione tra i suoi personaggi, è un paradosso che non mancherebbe di divertirla. Tuttavia c’era una cosa che aveva capito e che ogni volta nascose dietro l’apparente lievità dei suoi romanzi: che il matrimonio era un terreno su cui si giocavano partite assai importanti, come quella fra genitori e figli o quella tra soldi e sentimenti. Sono questioni affrontate con spirito e umorismo (che a dire il vero scemano con l’avanzare della sua carriera), nondimeno sono sempre lì e se possono far sorridere noi non vale lo stesso per i personaggi che le stanno affrontando.

In Pride and prejudice Lady Catherine de Bourgh o il signor Collins sono due macchiette grottesche per il lettore, ma per Elizabeth sono un ostacolo serio: lei rappresenta la barriera di classe e la possibilità che al suo amato signor Darcy sia impedito di sposarla, lui rappresenta i rapporti di forza familiari e lo spauracchio di essere costretta dai genitori a sposarsi senza amore. Per questa ragione dopo il confronto con lei arriva subito la risoluzione sentimentale e dopo la proposta di lui uno dei momenti comici di maggior efficacia del romanzo: entrambi i momenti hanno bisogno di un rassicurante scarico della tensione.

Giova insistere sulla questione del matrimonio perché uno degli argomenti più solidi in sfavore della teoria che vorrebbe Jane Austen progressista è proprio la soluzione matrimoniale alla quale non sfugge mai, nemmeno quando la trama la mette in una situazione disperata. Impossibile negarlo: tutte le sue protagoniste si sposano, anche quelle che non ne avrebbero bisogno e quelle che dichiarano di non volerlo fare, e nessuna di loro per farlo si pone in serio conflitto con la sua famiglia. Le macrostorie sembrano dunque perfettamente allineate all’antigiacobinismo, ma il fatto è che con Jane Austen non bisogna mai fermarsi allo sguardo d’insieme ma concentrarsi attentamente sul particolare. Fu lei stessa a scrivere che il suo lavoro di scrittrice è paragonabile a quello di chi con un pennello sottilissimo si affaccendi attorno a un pezzettino d’avorio largo appena due centimetri, producendo minuscoli risultati con grande sforzo: è un’indicazione da non sottovalutare.

È dunque un’ermeneutica ben grossolana quella dell’ultradestra statunitense, che verifica che i sei romanzi di Jane Austen parlano di giovani donne del ceto medio-alto che finiscono con lo sposarsi e da queste premesse la promuove a paladina dell’etnostato e della white supremacy, della purezza sessuale e della rigida gerarchia dei sessi. La prima questione la possiamo abbattere in due parole: Jane Austen, per metodo, non parlava di ciò che non conosceva. Visse sempre tra le campagne inglesi e Bath e frequentò solo la gentry, per cui non ebbe mai la possibilità di venire a contatto con altre realtà etniche e sociali e dunque non le affrontò nei suoi romanzi. Tuttavia, il capofamiglia di Mansfield Park, sir Thomas Bertram, ha dei possedimenti coloniali in Antigua.

In un discusso passaggio del romanzo, la nipote e protagonista del romanzo Fanny tenta di porgli qualche domanda sulla questione degli schiavi ma viene immediatamente zittita; né giova che sir Bertram sia un pater familias piuttosto discutibile, autoritario piuttosto che autorevole, che dispone di sua figlia sposandola a un uomo che evidentemente non ama e tenta di fare lo stesso con la nipote. Si può tracciare un parallelismo tra la gestione degli schiavi di sua proprietà e quella del corpo delle donne che dipendono da lui? Edward Said in un saggio e Patricia Rozema in un film credettero di sì e in effetti è un legame affascinante. Non è l’interpretazione definitiva perché interpretazioni definitive non esistono ma allora restano da stabilire il valore e il significato del cenno agli schiavi, per non dir del fatto che sir Thomas ne possieda, da parte di un’autrice che era abituata a soppesare anche le virgole.

Per quanto riguarda la purezza sessuale, prendere come riferimento i costumi di una società lontana due secoli e mitizzarli, sperando pure di ripristinarli come se nel frattempo il contesto non fosse mutato è molto ingenuo nel migliore dei casi e giocare sporchissimo nel peggiore. Qui non è possibile forzare Jane Austen e trasformarla nella paladina dei rapporti prematrimoniali o del libertinaggio che non era né sarebbe mai potuta essere: nei suoi romanzi contiamo due donne perdute e tre libertini e tutti, come si conviene, subiscono estrema riprovazione sociale.

Tuttavia, a meno che non siano le premesse narrative a renderlo impossibile Jane Austen non è troppo severa. L’adultera Maria Bertram viene esiliata da Mansfield Park precisamente perché Mansfield Park è roccaforte dei vecchi valori della gentry e chi non condivide tali valori non può entrare, ma la fuggitiva Lydia Bennett, che è scappata con uno dei peggiori furfanti austeniani e l’ha infine sposato solo perché costretta, seppur con molti malumori viene riaccolta in seno alla famiglia. In termini strettamente narrativi questa mossa non era necessaria: era necessario farla sposare perché è il suo matrimonio a favorire quello dei due protagonisti, ma una volta esaurita questa funzione tutto ciò che segue è libera scelta dell’autrice.

Anche la questione della gerarchia dei sessi va presa di peso e sistemata nel suo contesto storico. Sì, le eroine di Jane Austen si sposano e la cosa viene generalmente presentata in toni positivi (anche se sfido chiunque a ritenersi soddisfatto del matrimonio di Marianne Dashwood, in cui lei è esplicitamente raccontata come premio per un uomo meritevole, o di quello di Fanny Bertram, su cui proprio nell’ultimo capoverso del romanzo viene gettata la perfida ombra dell’incesto). Ma le eroine di Jane Austen, salvo Emma, sono povere e il Women’s Property Act, la legge che permetterà alle donne di possedere e amministrare in autonomia dei beni, non arriverà che nel 1882. La condizione femminile sul finire del Diciottesimo secolo, dunque, rendeva il matrimonio una scelta obbligata la cui unica alternativa rispettabile era il lavoro da governante (come ben illustrato dalla situazione di Jane Fairfax in Emma) e non c’è un momento in cui le donne austeniane non lo sappiano, o non lo tengano in considerazione quando si innamorano.

Uno dei problemi principali di queste eroine, oltre alla scoperta del sé attraverso l’altro e attraverso l’amore, è esattamente la ricerca del maggior spazio di felicità possibile all’interno di una struttura che invece considera la loro felicità irrilevante, o accessoria. Il dato da tenere in considerazione non è perciò che tutte si sposino, ma che tutte si sposino per amore. Tutto il percorso del romanzo, tutte le difficoltà, le lacrime e i momenti di dubbio, tutti i momenti in cui devono imporsi sull’autorità genitoriale (che in Jane Austen è sempre, sempre deficitaria: l’eroina è sola a decidere del proprio bene), tutti i potenziali partner che devono valutare e scartare dopo esserne state debitamente deluse — tutto tende non a un matrimonio, ma a quell’unico matrimonio che potrà renderle felici. E questo fa tutta la differenza del mondo.

Cosa fare di Jane Austen a duecento anni dalla sua morte? Parlarle e soprattutto lasciare che ci parli e ci racconti di coraggio, indipendenza di pensiero e fedeltà a se stessi anche nei momenti di maggior avversità, che (e anche qui ci aveva indovinato con decenni di anticipo) non risiedono nelle avventure e disavventure grandiose, nei rovesci da romanzo dumasiano, nei momenti decisivi; bensì, ciò che è più semplice ma anche più difficile da affrontare, nelle relazioni familiari e col vicinato, nelle aspettative che gli altri ripongono su di noi, nelle forze che bisogna raccogliere per dire no a chi ci vuole bene. Provare a non ridurla a narratrice di un passato idealizzato, ma a portarla nel 2017 e verificare se ha qualcosa da dirci o se i problemi che affronta hanno attinenza coi nostri problemi. Oggi ricordiamo la sua morte ma è un’ingiustizia trasformarla in un santino: Jane Austen è più viva che mai.

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