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ilcomunista

Noi tutti, comunisti compresi, ci siamo abituati a vivere nel capitalismo...

Aristide Bellacicco*

Insomma, è vero o no che il capitale non riesce più a valorizzarsi attraverso la vendita delle merci? E che questo è il primum movens della crisi che colpisce la maggioranza di noi tutti? E' vero o no, in altri termini, che la cosiddetta "crisi finanziaria" è in realtà l'effetto di una crisi di sovrapproduzione? Sì, è vero: e non tanto e non solo perchè "ce lo insegna Marx" ma perchè chiunque si sottoponga allo sforzo di un minimo approfondimento della letteratura economica internazionale (un fiume di parole) può constatare che tale consapevolezza giace nell'inconscio del capitale allo stesso modo di un ricordo o di una scena primaria vittima della rimozione nell'inconscio freudiano.

Dunque, il capitale "sa" - ma nella maniera vile e ipocrita che gli è solita - che l'economia da esso generata poggia sulla sabbia. Spesso, nei periodi di crisi, tale consapevolezza è affiorata: la soluzione roosveltiana del '29 e il pensiero economico di Keynes ne costituiscono, credo, due delle maggiori testimonianze nel ventesimo secolo. Ma il capitale è il capitale: non ci si può aspettare che si superi o si neghi da sè, così come non si può chiedere a un nevrotico di prendere coscienza, senza, appunto, l'intervento di un altra "coscienza", dei problemi che lo affliggono. Allora viene la tentazione di prendere per buona la seguente domanda: chi è, o chi può essere, "l'analista" del capitale? Chi può "aiutarlo"? Ma è una domanda sbagliata e, dunque, non prevede risposte. Tutti coloro, PD in testa, che hanno votato le norme sulla stabilizzazione del bilancio pubblico (orribilmente denominate fiscal compact) sono caduti, consapevolmente o meno, in una sorta di trappola logica o psicologica. Qualsiasi tentativo, infatti, di ripristinare condizioni favorevoli alla ripresa della vendita di merci non farebbe altro che riprodurre, nel caso improbabile di un esito positivo, lo stesso meccansimo che genera le crisi.

So perfettamente che si tratta di un'analisi estremamente semplificata e addirittura rozza: ma non più rozza e superficiale della maniera in cui il capitale pensa se stesso - ammesso che lo faccia. Non si può aiutare il capitalismo: l'unica via è abbatterlo. E' il compito principale che il genere umano si trova davanti. Ma è qui e ora, in modo determinato, che questo problema si pone, non in astratto o in generale. E' "questo" capitalismo che deve essere abbattuto; siamo nel punto più basso di uno dei cicli periodici di cui parlava Trockij, e la determinatezza della situazione storica richiede risposte altrettanto determinate. La classe operaia (Italia, Spagna, Grecia) è in condizioni di estrema difficoltà: quando scende in campo, come nel caso dell'Illva è solo per difendersi, per salvare posti di lavoro e salari.E anche le forme più di "sinistra" del sindacalismo italiano (FIOM) giocano partite in difesa.Sul fronte dell' intellighenzia ufficiale c'è il più assoluto silenzio o il puro e semplice servaggio ideologico.E'come in uno di quei sogni dove ti sembra di non poterti muovere benchè il mostro sia lì a due passi e stia per sbranarti: ma tu sei fermo e provi solo angoscia.

Se le persone - tutte - non impareranno nulla da questa crisi - e tutto ciò che c'è da imparare è che il capitalismo deve essere rovesciato - allora sarà il capitale a prevalere: e la sua vittoria di Pirro trascinerà tutti con sé nella sconfitta, le cui dimensioni sono difficilmente immaginabili.E' necessario che i comunisti abbandonino slogan e parole d'ordine che oscillano fra la nostalgia e il velleitarismo e che si dedichino seriamente allo studio e al'analisi del reale. I comunisti non possono fare tutto da soli, è evidente: ma appare sempre più chiaro che l'assenza di un Partito Comunista degno di questo nome è, insieme, una delle cause e uno degli effetti della situazione che si sta attraversando.Mai come oggi il socialismo è all'ordine del giorno come unica soluzione razionale e ragionevole: mai come oggi sembra lontano il momento di una ripresa di un pensiero critico che sappia farsi largo fra le masse.

E una delle ragioni di ciò, a mio avviso sta in questo:noi tutti, comunisti compresi, ci siamo abituati a vivere nel capitalismo e per tanti anni la deriva riformistica del PCI - pur riconoscendo l'importanza di quell'esperienza - ha contribuito a questo processo. Bisogna uscire dal sogno e dall'incubo. E' vero che le teorie da sole non cambiano magicamente la storia, ma è altrettanto vero che le teorie fanno parte integrante della storia. La ricostituzione di un'avanguardia politica e culturale è il primo dei nostri compiti: la frase di Marx che dice "le società si pongono solo i problemi che hanno la capacità di risolvere" non è una profezia ma un'indicazione di lavoro.


*(Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni")
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