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Così gli Stati Uniti rafforzano l’alleanza fra Russia, Cina ed Iran

di Lorenzo Vita

Qual è il vero rischio, o la vera e ultima conseguenza dell’inasprimento delle ostilità fra Washington (e i suoi alleati) e Mosca? Che la Russia, inevitabilmente, scelga l’Oriente come suo luogo naturale di crescita e sviluppo, allontanandosi dalla collaborazione con l’Europa. Se questo è l’obiettivo principale della geopolitica statunitense, cioè fare in modo che Mosca non sia più un Paese europeo o a cavallo di Asia ed Europa, ma che sia isolato dall’Occidente, l’ulteriore conseguenza, tutt’altro che positiva per gli Stati Uniti, è che si rinsaldi l’asse eurasiatico tra Mosca, Pechino e Teheran. Una prospettiva che già da tempo si stava delineando nel contesto mondiale, e che la politica statunitense degli ultimi mesi sta inevitabilmente rendendo una realtà ineluttabile per il destino di queste tre nazioni e dei loro alleati dell’Asia. In pochissimi giorni, il Congresso americano ha varato sanzioni contro Russia, Iran e Corea del Nord e non sono mancate dichiarazioni contro la Cina per non aver risolto il problema di Pyongyang uniti ai rafforzamenti militari nei mari dell’orbita cinese.

Queste azioni hanno confermato l’esistenza di larghi settori della politica americana, il cosiddetto deep-State, che non considera auspicabile una pacificazione fra Washington e questi competitor internazionali, ma che al contrario vuole una recrudescenza del conflitto in vari ambiti, da quello militare a quello commerciale ed energetico. Una vera e propria guerra, per ora senza scontri diretti, che sta di nuovo rimodulando il pianeta in uno scontro bipolare, ma questa volta tra Oriente e Occidente, con un Oriente che ha più potenze fra loro in collaborazione e un Occidente instabile a forte preminenza USA con settori dell’opinione pubblica e politici contrari allo scontro. Una tendenza poco lucida, per certi versi, da parte statunitense, che rende però di fatto inevitabile che il resto del mondo si adegui. E che dunque i nemici dichiarati della Casa Bianca si uniscano in un fronte comune.

Se siamo veramente di fronte a una concentrazione eurasiatica di vasta portata, militare, economica e politica, il primo complice di questa costruzione è proprio chi vuole indebolire le tre potenze asiatiche che fanno parte di questo blocco. Tre potenze, in altre parole Cina, Russia e Iran, che non hanno esattamente gli stessi interessi, ma che, attualmente, non hanno alcun interesse a ostacolarsi a vicenda, perché uniti da un avversario comune che ha deciso di attaccare per primo. Proprio per questo motivo, la loro collaborazione si sta rafforzando in tutti quei settori dove c’è piena convergenza d’interessi, a cominciare dal settore energetico – vero fulcro della geopolitica asiatica – e da quello militare. Un ultimo episodio, di pochissimi giorni fa, che manifesta questa idea di unire le forze nel settore dell’energia, è la scelta Di Iran, Russia e Cina, con l’aggiunta della Norvegia, di cooperare nell’estrazione petrolifera nel Mar Caspio: uno specchio d’acqua cruciale nel continente asiatico e che, tra l’altro, è ancora oggetto di dispute sulla sua definizione giuridica come lago o come mare per delimitare le zone di sfruttamento. E questo è solo l’ultimo di una serie di accordi stipulati fra le tre potenze nell’ambito energetico, basti pensare agli accordi conclusi tra Russia e Cina nella distribuzione del petrolio, che hanno reso la Russia il maggiore esportatore di greggio in Cina, superando addirittura l’Arabia Saudita.

Anche tematiche più strettamente politiche e strategiche, come i conflitti in corso, mostrano una crescente unità d’intenti fra questi tre Stati, pur su diversi livelli e con diverse modulazioni, e in cui la Russia generalmente è sempre presente. La Corea del Nord, in queste settimane uno degli scenari più caldi nel contesto mondiale, mostra un asse Mosca-Pechino che vuole una risoluzione pacifica alle controversie con gli Stati Uniti e Seul, anche perché sia la Cina che la Russia cercano di fare il possibile per evitare che gli Stati Uniti portino la guerra al confine russo e al confine cinese. Ma anche la Siria, e la guerra al Califfato, dimostra un’unione d’intenti notevole tra Russia, Cina e Iran: tutte e tre coinvolti con diverse modalità nel conflitto siriano e tutte tre unite dall’idea di mantenere la costruzione di una Siria unita e sotto il governo di Bashar Al Assad. Lo stesso investimento cinese sulla ricostruzione siriana dopo gli interventi militari di Russia ed Iran può essere considerato il suggellamento di un’unione eurasiatica sul fronte siriano che fa comprendere la profondità di quest’alleanza rispetto alle politiche di Washington per quanto concerne Damasco e il suo futuro.

Non va commesso l’errore di considerare Iran, Cina e Russia come un blocco monolitico. Sono tre Stati profondamente diversi, che hanno strutture politiche, culturali, religiose ed economiche molto differenti l’uno dall’altro. Va tuttavia considerato che, in questa fase storica, i tre Stati non hanno interessi divergenti, o, se li hanno, questi sono inferiori a quelli comuni fra loro. E un nemico comune, per esempio, è un collante sicuramente più forte rispetto a tanti altri fattori di divisione. L’errore politico dell’amministrazione Trump, o comune di quello Stato profondo che governa gli Stati Uniti, è di non aver compreso che con gli attacchi politici ed economici simultanei a Mosca, a Teheran e a Pechino, il mondo sta assumendo una costruzione multipolare in cui i più isolati stanno diventando proprio gli stessi Stati Uniti, mentre le tre potenze avversarie hanno raggiunto un livello di collaborazione molto più solido di prima. Con tutti i rischi che questo comporta per un Occidente che non sembra avere ancora le idee chiare sul proprio futuro.

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