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L’euro di Maastricht: l’elefante nella stanza

di Piergiorgio Gawronski

Cosa impedisce alla sinistra europea di fare il suo mestiere quando va al governo? Non la globalizzazione: è solo economia di mercato (internazionale). Non gli Stati Uniti: sono con noi (come i mercati globali) da almeno due secoli, durante i quali la sinistra è cresciuta e ha cambiato il mondo. L’URSS non c’è più? D’accordo, ma non c’era neppure nel 1820-1920. Né il successivo progresso sociale è stato determinato solo dal comunismo: non in Germania, ad esempio, dove han fatto tutto sinistra cattolica e socialisti; non negli USA, dove ha fatto tutto la sinistra liberale. No! L’elefante nella stanza è l’euro di Maastricht: moneta fondata su istituzioni e regole non soltanto disfunzionali, ma anche ostili ai ceti deboli e ai lavoratori. Un problema gigantesco che i leader fingono di non vedere.

Non è possibile “rilanciare la sinistra” senza fare i conti con i meccanismi che – a furor di popolo – provocano la deriva liberista. Il primo di questi, che introduco in questo articolo, è la competitività.

In: “Le false partenze della sinistra: la globalizzazione è una scusa” ho sostenuto che la competizione commerciale fra nazioni è un falso problema, che non obbliga affatto i governi a ‘svalutare il lavoro’ (salari, diritti, welfare, sicurezza sul lavoro, ecc.), relativamente ad altri fattori produttivi. Ciò grazie ai tassi di cambio, che riequilibrano le differenze competitive internazionali, “svalutando” o “rivalutando” indistintamente tutti i fattori produttivi di una nazione. Ma l’eurozona è priva di tassi di cambio, e questo cambia tutto. La Francia è un caso emblematico.

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La tabella presenta (a) e (b) una misura dell’andamento della competitività: il CLUP = (Salario – Produttività). Come si vede nelle colonne (c) e (d), la crescita della produttività in Francia negli ultimi 20 anni è stata forse persino superiore a quella della Germania. E il livello medio della produttività (grafico di Picketty) è oggi identico nei due paesi (55 euro l’ora; 42 in Italia).

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Nonostante ciò, ai fini della competitività internazionale, la Germania nel 1999-2008 ha più che compensato la minore crescita della produttività agendo sul costo del lavoro, mettendo così fuori mercato la Francia. Questa politica è evidenziata dalla col. (e), ove la crescita salariale in Germania (+1,6% l’anno) è nettamente inferiore non solo a quella francese (3,6%) ma anche alla crescita della produttività tedesca, pari a 2,4% (c): di essa si appropriano i profitti e le rendite, che in parte la “cedono” per alimentare la competitività (e i fatturati), spingendo l’inflazione nettamente sotto i livelli concordati in Europa. E così la Germania guadagna, col. (a), anno dopo anno 0,6% di competitività (di costo e prezzo) sulla Francia  [-0,7 -(-0,1) = -0,6] provocando infine una crisi oltre Reno (10% di disoccupati, debito/Pil in crescita, ecc.). La Francia paga il rifiuto di “svalutare il lavoro” del primo decennio di vigenza dell’euro. Non per nulla le politiche mercantiliste della Germania vengono dette “beggar thy neighbour”, frega il tuo vicino.

I lavoratori tedeschi, pur difendendosi molto meglio dei colleghi di altri paesi – almeno hanno evitato la crisi occupazionale – hanno pagato il prezzo delle politiche mercantiliste: la quota di PIL che va a remunerare il Lavoro è scesa di tre punti. E l’ingiustizia sociale, anche in Germania, cresce (grafico)[1].

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Con cambi flessibili o regolabili tutto ciò non sarebbe mai successo, o sarebbe presto risolto: un paese che esporta assai più di quanto importa, genera sui mercati valutari un eccesso di domanda per la propria valuta, che apprezza il cambio e annulla il vantaggio competitivo. In tutto il mondo quindi, i CLUP tendono a convergere. Per questo la globalizzazione non impone una race to the bottom (gara al ribasso) sui salari e le tutele sociali.

Nell’eurozona invece, in assenza dei cambi, entrano in funzione altri meccanismi automatici di mercato, che anch’essi – molto lentamente – tendono a riequilibrare la competitività fra paesi membri. Essi agiscono sul livello generale dei prezzi: nei paesi in surplus tende a salire, e nei paesi in deficit (relativamente) a scendere. Questa c.d. svalutazione interna è il meccanismo di aggiustamento competitivo previsto dai padri dell’euro. Qual è la sua natura? Nei paesi in deficit, secondo i liberisti, la debolezza della domanda (vendite delle imprese) fa scendere i prezzi e i salari direttamente, simultaneamente, e in modo indolore; i salari reali scendono marginalmente; l’occupazione non cambia. Secondo i Keynesiani invece, i prezzi sono “rigidi verso il basso”: perciò scenderanno solo dopo che sono fortemente scesi i salari; e i salari scenderanno solo dopo che la crisi dei fatturati e dell’occupazione avrà messo i lavoratori in condizioni di debolezza contrattuale e politica. Il pareggio commerciale verrà conseguito innanzitutto con la depressione dei consumi, che rallenterà le importazioni, e spingerà le imprese a indirizzare le vendite all’estero.

La Storia della zona Euro degli ultimi 10 anni, ha dimostrato che i Keynesiani avevano totalmente ragione. Chi ha anche una minima conoscenza dell’andamento della disoccupazione, dell’inflazione, dei consumi, e delle bilance commerciali nei paesi dell’eurozona non può avere dubbi. La flessibilità verso il basso dei salari e dei prezzi – che doveva impedire l’insorgere della disoccupazione di massa – fu una caratteristica del capitalismo del sec. XIX, quando le classi popolari non avevano diritto di voto né rappresentanza politica, i sindacati erano deboli o inesistenti, l’indigenza induceva grandi masse di persone ad emigrare in risposta al ciclo economico. Ma già fra le due guerre i salari erano diventati assai più rigidi, e più costoso l’aggiustamento macroeconomico basato sulla ‘svalutazione interna’. Ciò fu evidente durante la Grande Depressione, quando solo l’abbandono del gold standard e la svalutazione dei cambi consentirono uno alla volta alle nazioni di salvarsi. L’idea dei sostenitori dell’euro è dunque quella di ritornare al mondo flessibile di prima del 1914: il Jobs Act è un passo in quella direzione.

Un passo inevitabile. O mangi questa minestra o salti dalla finestra. Anche perché il calo dei profitti (prolungandosi per la lentezza della “svalutazione interna”) scoraggia gli investimenti (grafico) e riduce la base produttiva nel lungo termine.

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Così la Francia dal 2009, volente o nolente, per limitare i danni è costretta ad inseguire la Germania, a moderare la crescita salariale (1,9%, col. f), a ridurre le tutele dei lavoratori, a comprimere la domanda interna e l’occupazione nel momento peggiore. Ma – altro punto importante – recuperare (senza i cambi) non è facile: la Germania ora difende la sua posizione dominante, e – nonostante la piena occupazione – non consente alla sua crescita salariale (2,7%) di salire ai livelli francesi (+3,6%) del 1999-08, né all’inflazione di salire al 2% concordato (in realtà dovrebbe salire al 3% per compensare il passato). In tal modo la Germania si garantisce un futuro di piena occupazione e stabilità dei prezzi: in qualsiasi momento ne avrà bisogno, potrà spingere sull’acceleratore per creare nuovi posti di lavoro (oppure frenare) senza temere il deficit estero. E ha a disposizione un esercito di disoccupati a basso costo nei paesi vicini a cui delocalizzare selettivamente la componentistica. Tutto ciò induce alcuni osservatori stranieri a parlare di neo-colonialismo della Germania.

La questione della competitività nell’eurozona è stata qui trattata in modo molto semplificato. Molte cose si potrebbero aggiungere. Essa riguarda i rapporti fra i paesi membri, non quelli fra l’eurozona e il resto del mondo (regolati dall’euro); e dunque, non i saldi commerciali assoluti ma quelli relativi. (Ad es. l’Italia ha un surplus commerciale ma tuttavia ancora inferiore alla media dell’eurozona: deve perciò ancora abbassare il costo del lavoro relativamente al resto dell’eurozona). Il “vincolo estero” nel breve-medio termine (stante la profondità dei mercati finanziari internazionali) diventa cogente solo nelle fasi negative del ciclo, e in difetto di un chiaro ed equanime lender of last resort. In ogni caso, tutti vorrebbero essere nella posizione competitiva della Germania, e tutti sono impegnati nella ‘corsa al ribasso’ sociale: non perché i leader della sinistra siano “traditori”, ma perché non hanno scelta.

Se anche il divario competitivo venisse riassorbito, non cambierebbe la condizione subordinata di lungo termine di paesi come l’Italia. Anche perché la Germania, oltre ad avere accumulato un vantaggio competitivo duraturo ma potenzialmente ribaltabile, è anche strutturalmente più capace di agire come un sol blocco e con un’ottica di programmazione macroeconomica (con politiche dei redditi mercantiliste) di lungo termine. Inoltre, la forza del suo sistema politico-amministrativo, il suo peso politico, la ripresa del nazionalismo le consentono di promuovere sistematicamente regole europee e loro interpretazioni a lei favorevoli. Per queste ragioni l’euro è un fondamentale interesse nazionale della Germania (Schulz), non dell’Italia.


Note
[1] Fonte: The Chartbook of Economic Inequality. L’indice del Gini è riferito al reddito pro capite.
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