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La “pazzia rivoluzionaria” e il “manicomio” della sinistra

di Thomas Müntzer

A sinistra, tra un’elezione e l’altra, il tempo sembra congelato. I governi di Centrosinistra continuano a fare politiche di destra, e fuori dalle tornate elettorali in pochi sperimentano nuovo radicamento sociale, nuovo conflitto e nuove forme della politica. Poi arrivano le elezioni, e il tempo sembra non esserci più. Tutto a quel punto accelera inesorabilmente verso gli stessi dibattiti: «bisogna unire i comunisti», dicono in pochissimi; «no per salvarci bisogna unire la sinistra», risponde qualcuno; «si ma poi per battere le destre e Grillo bisogna unire il Centrosinistra», fa eco il benpensante.

Se leggiamo Repubblica siamo sicuri che ci stanno provando, non vorrebbero rassegnarsi allo scenario ad oggi più accreditato, quello in cui, dopo la collezione di sconfitte del Pd renziano, i due principali schieramenti elettorali sembrano ormai i Cinquestelle e il Centrodestra. E siccome la garanzia della crescita di Grillo – nonostante tutte le esperienze amministrative – e della resurrezione di Berlusconi sembra proprio Matteo Renzi, adesso tutti evocano la Coalizione. Sembra un po’ tardi, ma per riuscirci pare abbiano messo in campo il fior fiore del loro personale politico.

Nel ruolo di mediatore è stato scelto Piero Fassino, che nel 2007 era il segretario dei Ds e traghettò il vecchio partito nel Pd, successivamente è divenuto famoso per le sue profezie («Se Grillo vuole fondare un partito lo faccia, vediamo quanti voti prende…»).

Nel ruolo di Garante, da un’idea di Giuliano Pisapia, è stato scelto Romano Prodi, che nel 2007 era il presidente del Consiglio di un Governo che continuava le missioni militari, proseguiva il progetto della Tav e varava Finanziarie “lacrime e sangue”, mentre la sinistra radicale si sgretolava e perdeva ogni credibilità pur di sostenerlo: «perché bello o brutto è il mio Governo». Non a caso sempre in quell’anno, a settembre, surfando sulla perdita di credibilità della sinistra, Grillo convocava a Bologna il primo “Vaffa day”.

Nel ruolo di “padre nobile” è stato scelto Walter Veltroni, che nel 2007 divenne il primo segretario del Partito Democratico, mentre oggi è uno scrittore di romanzi. Proprio ieri su Repubblica il “padre nobile” ammoniva: «Se il problema è regolare i conti a sinistra, resteranno solo le macerie». Del resto lo ha scritto Christian Raimo qualche giorno fa recensendo l’ultimo libro di Veltroni, e a dieci anni di distanza dal 2007 sembra davvero che sia così: «La storia si ripresenta tre volte: prima in tragedia, poi in farsa, poi in romanzo di Veltroni».

Nel frattempo la lista della sinistra radicale alternativa al Pd, che tiene insieme anche Sinistra italiana e Civati, è capitanata da D’Alema e Bersani, che nel 2007 di quel Governo Prodi erano rispettivamente Ministro degli Esteri e dello Sviluppo economico.

Insomma proprio così, chi ha ucciso la sinistra e in larga parte favorito prima l’ascesa di Berlusconi e poi la nascita del fenomeno Grillo oggi dovrebbe salvarci dalle destre e da Grillo. Questo illuminante dibattito sembra appassionare anche il manifesto, ed ha caratterizzato le assemblee del Brancaccio organizzate da Tomaso Montanari e Anna Falcone, rappresentanti di una “società civile” che si è sciolta al primo accordo di vertice tra i partiti.

Di fronte a un tale incubo hanno sicuramente ragione i/le militanti dell’ex Opg - Je so’ pazzo di Napoli, quando nel testo di convocazione dell’assemblea di sabato 18 novembre per costruire una lista nazionale scrivono: «Siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro»; e ancora: «Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?». Non gli è mancato il coraggio, e hanno deciso di prendersi la scena lasciata vuota da quelli del Brancaccio. La loro assemblea, convocata con soli 4 giorni di anticipo, ha avuto un successo di partecipazione con più di 700 persone e un entusiasmo di cui sicuramente non c’era traccia nelle assemblee di Montanari e Falcone.

Abbiamo scritto spesso che in questa fase ha molta più credibilità politica un’esperienza esemplare di mutualismo sociale rispetto a qualsiasi soggettino puramente politico, e quelli di Je so’ pazzo lo hanno dimostrato. «Ieri sera abbiamo brindato – hanno scritto dopo l’assemblea – felici perché in tanti hanno accettato la sfida che avevamo lanciato, felici perché la politica è anche gioia, e per noi rompere un muro di rassegnazione e depressione, creare scompiglio, è già una vittoria».

Rompere la depressione che provoca l’attuale scenario politico è urgente, ed è insopportabile star solo a guardare. Viva quindi la “pazzia rivoluzionaria” dell’ex Opg. La “pazzia” però deve anche liberarsi dal “manicomio” della sinistra: rimanere lì dentro significa aver già perso.

Lanciare l’appello appena saltata l’assemblea del Brancaccio ha mostrato un tempismo notevole, ma allo stesso tempo ha avuto il limite di rivolgersi principalmente ai delusi di quel percorso, che di certo non aveva attratto nessuno al di fuori del solito recinto. Serve invece mettere insieme tutti quelli che, da Napoli a Milano passando per la Puglia e tanti altri territori, fanno esperienze di mutualismo e conflitto efficaci e innovative, non chi cerca solo un modo per provare a risolvere la propria crisi politica.

Lo scompiglio evocato nell’assemblea di sabato, lo creiamo se mettiamo in relazione chi prova davvero a dare “potere al popolo” con pratiche sociali conflittuali, a ricostruire legami di solidarietà di classe con progetti mutualistici autogestiti, e con nuove forme di organizzazione radicalmente democratiche. Non ricomponendo in una lista elettorale la diaspora comunista e mescolando i “filo-Assad” e i sovranisti “anti-euro” con compagni/e con cui abbiamo condiviso tante battaglie solo in nome di una presunta, e statica, comune identità.

Irrompere nelle elezioni funziona insomma se si produce qualcosa di realmente diverso dal già visto, che prescinda dalla nascita o meno di una lista. Lo scompiglio oggi lo creiamo se i movimenti, le lotte e le esperienze sociali riescono ad entrare direttamente nel dibattito pubblico, provando a incrinare i rapporti di forza e a ridare credibilità ad un programma radicalmente alternativo all’esistente. Lo scompiglio lo ha creato in questi mesi il movimento femminista “Non una di meno”, che scenderà ancora in piazza il 25 novembre e che verso l’8 marzo può inondare con i propri contenuti anche la campagna elettorale. Come possono crearlo i movimenti antirazzisti che saranno in piazza il 16 dicembre, le lotte delle lavoratrici di Almaviva, quelle dei lavoratori che hanno occupato e recuperato una fabbrica, i soggetti sociali che hanno dato vita ad esperienze di mutualismo autogestito. Inventandosi modalità creative con cui riprendersi anche la politica.

Vogliamo dare “potere al popolo” e non “una rappresentanza al popolo”, anche perché oggi sarebbe impossibile. Non è un percorso unicamente elettorale di soli 4 mesi che può rompere la frammentazione sociale creata da vent'anni di politiche liberiste e rispondere alla profonda crisi politica. Il "poder popular" va ricostruito e possiamo metterci in cammino in questa direzione, in varie forme e modalità, con o senza percorsi elettorali, ma dandoci mutualismo e autogestione come bussole di una ripartenza profonda. Rammentando che le scorciatoie è da tempo che non arrivano più da nessuna parte.

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