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Lezioni di fisica buddhista: le cose sono solo relazioni

di Carlo Rovelli

Capita poche volte di incontrare un libro capace di influenzare nettamente il nostro modo di pensare. Ancora più raramente di incontrarne uno di cui non sapevamo nulla. Mi è capitato. Non è un testo sconosciuto: al contrario è famosissimo, commentato da secoli da generazioni di studiosi, addirittura venerato. Io non lo conoscevo, e penso che molti dei miei connazionali italiani, come me, non lo conoscano. L’autore si chiama Nagarjuna. È un breve e asciutto testo filosofico scritto 18 secoli fa in India e divenuto classico di riferimento della filosofia buddhista. Il titolo è una di quelle interminabili parole indiane, Mulamadhyamakakarika, reso in vari modi, per esempio I versi fondamentali del cammino di mezzo. L’ho letto nella traduzione inglese di un filosofo, Jay Garfield, accompagnata da un ottimo commento che aiuta a penetrarne il linguaggio. Garfield conosce a fondo la tradizione orientale, ma viene dalla filosofia analitica anglosassone, e presenta le idee di Nagarjuna con la chiarezza e la concretezza che caratterizzano questa scuola, mettendole in relazione con il pensiero occidentale.

Non sono capitato su questo libro per caso. Persone disparate mi chiedevano: «Hai letto Nagarjuna?», soprattutto a seguito di discussioni sulla meccanica quantistica, o altri argomenti di fondamenti della fisica. Io non ho mai guardato con simpatia ai tentativi di legare scienza moderna e pensiero orientale antico: mi sono sempre sembrati tirati per i capelli, riduttivi da entrambi i lati.

Ma all’ennesimo: «Hai letto Nagarjuna?», ho deciso di farlo, ed è stata una scoperta stupefacente. Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro. Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.

E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggetto svaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.

Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo. L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il Nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.

Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota. Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci. In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla?

Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Ma il fascino di questo pensiero va al di là dei problemi della fisica moderna. La prospettiva di Nagarjuna ha qualcosa di vertiginoso. Sembra risuonare con il meglio di tanta filosofia occidentale, classica e recente. Con lo scetticismo radicale di Hume, con la dissoluzione delle domande mal poste di Wittgenstein. Nagarjuna non cade nelle trappole in cui si impiglia tanta filosofia postulando punti di partenza che finiscono sempre per rivelarsi a lungo andare insoddisfacenti. Parla della realtà e della sua complessità, schermandoci dalla trappola concettuale di volerne trovare il fondamento.

È un linguaggio vicino all’anti-fondazionalismo contemporaneo. La sua non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà. E nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante: è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza; è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso.

Questo è il Nagarjuna filtrato da Garfield. Esistono interpretazioni diverse del testo, commentato da secoli. Oggi se ne discutono di kantiane, pragmatiste, neoplatoniche, misticheggianti, zen… La molteplicità di possibili letture non è una debolezza del libro. Al contrario, è la testimonianza della vitalità e della capacità di parlare che può avere uno straordinario testo antico. Quello che davvero ci interessa non è cosa effettivamente pensasse il priore di un monastero nel Sud dell’India di quasi due millenni or sono — quelli sono affari suoi; ciò che ci interessa è la forza di idee che emana oggi dalle righe che lui ha scritto, e quanto queste, intersecandosi con la nostra cultura e il nostro sapere, possano aprirci spazi di pensieri nuovi. Perché questa è la cultura: un dialogo interminabile che ci arricchisce continuando a nutrirsi di esperienze, sapere e soprattutto scambi.


Pubblicato su La lettura del 10/12/2017 -

Bibliografia
Il testo inglese di Jay Garfield a cui si fa riferimento nell’articolo è The Fundamental Wisdom of the Middle Way: Nagarjuna’s Mulamadhyamakakarika (Oxford University Press, 1995). Garfield traduce dalla lingua tibetana. Un’ottima traduzione direttamente dall’originale sanscrito, con commento, è Nagarjuna’s Middle Way: Mulamadhyamakakarika (Wisdom Publications, 2013) di Mark Siderits e Shoryu Katsura.
Un’eccellente analisi filosofica del testo è Nagarjuna’s Madhyamaka: A Philosophical Introduction (Oxford University Press, 2009) di Jan Westerhoff. In italiano esiste una traduzione del Mulamadhyamakakarika di Raniero Gnoli, pubblicata da Boringhieri nel 1979, con un’introduzione che lo mette in relazione con tradizioni neoplatoniche. Segnaliamo poi Nagarjuna. Logica, dialettica e soteriologia (Mimesis, 2013)di Emanuela Magno, curatrice anche di Nagarjuna. Il cammino di mezzo tradotto da Marcello Meli (edizione multilingue, Unipress, 2004). Un’altra edizione italiana è quella a cura di Thubten Rinchen ed Edmondo Turci (La via di mezzo. Con le stanze di Nagarjuna Madhyamaka Karika, editore Psiche, 2000). Come testi generali, Laterza ha ripubblicato nel 2012 la Storia della filosofia indiana di Giuseppe Tucci, un classico, mentre di quattro anni prima è Il pensiero dell’India. Un’introduzione di Raffaele Torella (Carocci)
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Comments   

#1 Eros Barone 2018-01-07 18:39
L'autore, illuminato dal verbo di Nagarjuna, ci informa che "la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità", in altre parole "non c’è". Sennonché, se l'informativa trasmessaci da Rovelli può risultare stimolante per un metafisico udenologo, pochi cultori delle discipline filosofiche sarebbero disposti a sottoscrivere un giudizio così enfatico, a meno che non vogliano prestare un omaggio all’attuale ‘vague’ nichilista, postmoderna e anti-fondazionalista, cui il nuovo adepto di Nagarjuna reca il suo deferente tributo. Anzi, a pensarci bene, uno vi sarebbe e, se fosse vivo, si compiacerebbe sicuramente dell'importante scoperta filosofica di Rovelli, secondo il quale "le cose sono solo relazioni": si tratta di Giovanni Gentile (certo, è più 'chic' evocare Nagarjuna, ma la stretta parentela con l'idealismo è sempre la medesima). In effetti, come non rammentare a proposito di tale ‘vague’, usando una celebre immagine del grande Hegel (vero bersaglio di quell’irrazionalismo contemporaneo che da Schelling giunge sino a Nietzsche e da Hitler sino a Heidegger), “la notte in cui tutte le vacche sono grigie”? Una simile notte è, ad un tempo, il luogo da cui muove (e in cui è destinato a scomparire) l’attacco degli irrazionalisti contemporanei alla ragione materialistica. Basta un solo raggio di luce affinché questa potente lampada fumivora dissolva i riti misteriosofici di quelli.
Così, don Rovelli, che noi conoscevamo come un fisico ed ora ci appare vestito di arancione secondo la foggia buddhista, dopo aver proclamato l'inesistenza della dura realtà, ci offre la tazza del consolo assicurandoci che quella di Nagarjuna "non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà" e "nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante", che il suo portavoce occidentale riassume in questi termini: "è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza". Va bene, la verità che ci regala è degna di un redivivo Monsieur de La Palice e obiettarvi sarebbe come mettere in discussione che l'autunno viene prima dell'inverno, ma don Rovelli, per avvalorare le sue opzioni filosofico-religiose di stampo cripto-gentiliano e buddhistico, non dovrebbe giocare sui significati delle parole e, scambiando il relazionismo con il relativismo e la fisica con "Alice nel paese delle meraviglie", non dovrebbe darci ad intendere che essa coonesta il relativismo e smentisce il realismo: quel realismo che, quando viene attaccato dai preti di tutte le risme (con o senza abito talare), viene sempre definito "ingenuo", come se ciò, per gli epistemologi superciliosi, fosse un difetto e non un pregio. Così, a distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione di "Materialismo ed empiriocriticismo" di Lenin (1909), ci tocca prendere atto che non mancano (e forse abbondano) nella comunità scientifica ricercatori che, attaccando il materialismo e il realismo, portano acqua al mulino delle forze reazionarie. Ci dispiace per Rovelli. Leggendo alcuni suoi contributi, avevamo avuto una diversa impressione, dalla quale ore ci dobbiamo ricredere.
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