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Il Sessantotto, eredità ed attualità a distanza di cinquant’anni

di Nello Russo

Cinquanta anni fa sbocciava il sessantotto, un anno, un movimento. Un lungo periodo di lotte, durante il quale la ragione, la passione e la fantasia davano forma al concetto di utopia, come strumento creativo verso un grande obiettivo: costruire le basi per la liberazione dalle convenzioni e dall’oppressione dell’occidente capitalistico e per soffiare sul vento dell’autodeterminazione dell’uomo, dei popoli e della società.

Le universitá divennero il luogo dell’opposizione al controllo e della critica pura al dominio, che i governi volevano a tutti i costi estendere sull’attivitá materiale ed intellettuale, in particolare sulla ricerca scientifica; furono altresì il luogo del rifiuto dell’ingerenza dell’apparato militare ed industriale nella vita civile.

La nuova resistenza fece il suo primo vagito negli USA nel cuore degli anni sessanta, per diffondersi in Francia, in Germania e in Italia, ma coinvolse altre nazioni del mondo. Anche l’Africa fu in subbuglio ed in molte sue regioni si infittiva la guerriglia contro l’occidente colonialista. In oriente il Laos, la Cambogia, il Vietnam erano già terreni di una guerra di occupazione impressionante, decisa proprio dall’apparato statunitense.

Se nel resto del mondo i fuochi della ribellione e della rivolta studentesca e civile si spegneranno nel corso degli anni seguenti, in Italia essi resteranno ancora accesi per tutti gli anni settanta ed alimenteranno la stagione delle grandi battaglie degli operai, degli artigiani, dei contadini (l’autunno caldo del ‘69 per antonomasia) e degli intellettuali, ma anche della gente comune incontrata sulla strada della conquista di importanti e qualificati diritti civili. Nel tempo, piccole e grandi città furono il palcoscenico di una lotta aspra e diretta Torino, Milano, Trento, Bologna, Roma, Napoli, Catania, Avola.

Ebbene, oltre ogni retorica, o operazione di nostalgia, o di reminiscenza di quel formidabile periodo, ripassare la storia e rivivere quegli anni non è un gioco di artificio mediatico, ma uno strabiliante momento di lettura di una delle pagine più intense e travagliate della storia dell’Italia (e del mondo), affinchè da quella esperienza possa ancora essere irradiata e tenuta viva la coscienza come strumento “di integrazione del sapere e del percepire” e per non smettere di coltivare, nel nostro tempo, il seme del diritto ad una esistenza dignitosa e compiuta in tutta la sua libertà e bellezza.

Sapere, in quanto costante ricerca della verità e dello scibile; percepire, perchè dall’incontro della ragione col mondo sensibile l’individuo possa sviluppare la consapevolezza del suo agire e della storia.

Sul movimento del sessantotto è stato scritto più volte, ovviamente e canonicamente al sopraggiungere di ogni ricorrenza decennale; a volte con toni di disprezzo e persino di condanna, riducendolo ad una semplice esperienza addebitata ai cattivi maestri; altre volte con argomenti che hanno sfiorato un compiacimento d’occasione; altre ancora per celebrare un macabro rituale della fine di un’era.

Di fatto, pochissimi hanno detto e scritto su di esso con precisione storica e dovizia documentale, cogliendo il significato vero che quell’anno (quegli anni) ha avuto nella storia contemporanea sul piano della trasformazione degli usi e delle relazioni sociali e che propose un nuovo modello di rapporti interpersonali e privati; un periodo che ha contribuito alla crescita di un nuovo modo di intendere ed interpretare l’arte, il cinema, la musica, il teatro; che ha interessato persino la Chiesa, la quale si aprì ad una nuova dottrina sociale, alla teologia della liberazione. Liberazione ed Emancipazione, questi i temi che vennero sviluppati, partendo da letture di libri importanti, che passavano da Marcuse, Horkeimer, Adorno, Fromm, Sant’Agostino e dal marxismo, nel tentativo di fondare una visione del mondo diversa dall’immagine creata dalla cultura dominante, fortemente informata ai canoni del clericalismo, dell’espansione industriale, dell’opulenza e della morale borghese, e tentare così di trovare nuovi ed innovativi percorsi di analisi sociale.

Presero forma in quegli anni discipline come la sociologia, la psicoanalisi e l’antipsichiatria con le quali studiare e mettere al centro l’uomo, il suo intelletto e la sua sfera emotiva e la sua capacità relazionale nella societá, mortificato di contro dalla maniera della produzione industriale e dai gangli del profitto, per mezzo dei quali il Potere, nelle sue svariate sfaccettature, intendeva plasmare “l’uomo ad una dimensione” in una sorta di catena di montaggio, un prodotto che fosse in tal modo un oggetto imbavagliato, condizionato, sorvegliato e privo di memoria.

Si è detto che i capi storici, qualche anno dopo, si sono perfettamente integrati nel sistema corrente, trasformati da studenti ribelli e da infaticabili critici in burocrati viziosi dell’apparato pubblico e privato. È vero in parte, cosí come lo è l’impegno di tanti altri, che hanno diffuso l’eredità di quel periodo, portando ancora oggi un grande messaggio “libertario” nell’attuale sistema: combattere la povertà e l’emarginazione, in tono con i principi dell’equità, della solidarietà, della partecipazione in ogni campo della vita, che fonda la sua proliferazione sulle relazioni umane.

I principali obiettivi da raggiungere sono la perfetta sintonia tra uomo e natura, in un equilibrio dinamico ed in una simbiosi scevri dalla logica dello sfruttamento selvaggio, e la costruzione di una grande piattaforma di pace sulla quale ogni popolo possa edificare e sviluppare modelli organizzativi di democrazia diretta, di autogoverno e di autodeterminazione, per superare le barriere e i limiti imposti dagli Stati più forti, più ricchi ed egemonici.

Ridurre ai minimi termini la globalizzazione economica e finanziaria ed osteggiarne il mercato – che stanno stravolgendo il mondo mediante la concentrazione di maggiore ricchezza nelle mani delle superpotenze militari e l’accensione di nuovi e maggiori conflitti nei territori, cosicchè da un maggior disordine sia generato un controllo maggiormente dispotico sui popoli e sulle loro risorse, messi alle corde dalla crescente povertà – non puó non essere il motivo di una politica nuova, di un sentimento nuovo contro ogni forma di emarginazione, di repressione e di riduzione in schiavitù.

Il sessantotto è ancora questo, la sua attualitá risiede nella continua ricerca del sapere e nell’applicazione dell’etica rivoluzionaria nella forma e nella sostanza delle cose e degli eventi.

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Comments   

#2 Mario Galati 2018-01-13 16:24
"Berlusconi o il '68 realizzato" è un libricino di Mario Perniola, il quale, non primo e non ultimo, ha colto la natura ambigua e paradossale della "rivoluzione" sessantottina. Tra le innegabili spinte di progresso ed emancipazione di classe, femminile, anticoloniale, la direzione essenziale era rivolta alla liberazione individuale. L'antiautoritarismo, il vietato vietare, la fantasia al potere (realizzata dalle televisioni commerciali berlusconiane, dice gustosamente Perniola), hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione passiva, della gioventù neoborghese della libertà dei consumi rispetto alla tradizionale borghesia del "dio, patria e famiglia". È stata predisposta la forma più adeguata, libertaria, della nuova società borghese (qualcuno sostiene che non c'è più la borghesia (v. Costanzo Preve, per es. Ma io direi che non c'è più la borghesia tradizionale, sul piano dei costumi) della massima espansione dei consumi. Aver spostato l'asse dall'emancipazione sociale all'emancipazione individuale, "libertaria", ha rappresentato il carattere "passivo" di quella rivoluzione, al di là di ogni velleità esplicita di coniugare i diritti sociali con quelli individuali, civili, libertari.
Il marxismo non è stato sviluppato, ma attaccato e confuso. L'ideologia e la cultura postmodernista (l'individuo desiderante, libero da ogni freno "repressivo"; l'attacco ad una visione unitaria della realtà, ecc.) si sviluppò prepotentemente, per poi essere teorizzata espressamente.
Credo che dobbiamo rivedere più freddamente e oggettivamente quell'epoca, con le sue luci, senz'altro, ma soprattutto con le sue ombre. Senza farsi sopraffare dalle nostalgie, dagli affetti, dai giudizi e dalle convinzioni passate, e anche dall'attrazione estetica e dalla bellezza, forse, dei fenomeni artistici e culturali dell'epoca, che possono anche continuare a piacerci, senza per questo condividerne l'ideologia sottostante.
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#1 Eros Barone 2018-01-05 22:11
La contestazione del ‘principio di autorità’ ha costituito il nucleo ispiratore del Sessantotto. Tuttavia la crisi di tale principio, che ne è stata la conseguenza, non ha portato affatto ad un indebolimento, bensì ad un rafforzamento dell’autoritarismo. Una società in cui il principio di autorità è vanificato non entra in un periodo di libertà (come aveva ben capito Fichte, cui si deve la creazione della fondamentale categoria storico-filosofica della “terza epoca” o “epoca della compiuta peccaminosità”), ma in un periodo dominato dall’arbitrarietà e dall’anarchia. Così, la nostra società oscilla costantemente tra i due poli complementari della coercizione statuale e della seduzione commerciale, che non sono altro che due varianti dell’autoritarismo generato dalla relazione di asimmetria tra giovani e adulti. Non può sorprendere allora che su questo terreno si sviluppi la violenza, perché una relazione di questo tipo si fonda soltanto sulla forza. La differenza tra autorità ed autoritarismo deriva dalla presenza o dall’assenza di un fine comune che rende accettabile una relazione asimmetrica e credibile la prospettiva in cui tale fine si colloca. Sennonché, quando questa prospettiva viene meno (come è accaduto a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso), il terreno su cui far valere il principio di autorità frana e ai giovani che domandano il perché dell’ubbidienza non basta più la semplice risposta: “Perché io sono tuo padre… Perché io sono il tuo professore”. Sì, ma in nome di che cosa? E in nome di quale futuro? Sono queste le domande che, restando senza risposta, dànno luogo ad una situazione in cui i giovani cercano o di essere sedotti o di essere dominati (ancora le due varianti dell’autoritarismo).
Del tutto illusoria è poi la convinzione secondo cui la contestazione dell’autorità costituita e della gerarchia sociale è sempre, in ogni caso, veicolo ed espressione di istanze di libertà e di emancipazione. Che la lotta contro il colonialismo o il movimento del Sessantotto siano nati dalla contestazione del principio di autorità è indubbio, ma quei fenomeni di ribellione contro un potere oppressivo e di conseguente rivendicazione della giustizia non hanno alcun rapporto con la contestazione dell’autorità che caratterizza società come le nostre, pervase da un individualismo sfrenato e dominate dal primato che il neoliberismo attribuisce alla libertà di mercato e alle relazioni di scambio determinate dalla logica del consumo. Nel “regno animale dello spirito” di hegeliana memoria l’umanità appare infatti costituita da una serie di individui isolati che stabiliscono tra di loro relazioni contrattuali e competitive, dando vita a quell’universo fantasmagorico della merce che toglie ogni spazio alla solidarietà, alle affinità elettive e perfino agli affetti famigliari. Si realizza pienamente ciò che Marx ed Engels avevano descritto nel “Manifesto del partito comunista”: «Dove è giunta al potere, la borghesia ha dissolto ogni condizione feudale, patriarcale, idillica. Ha distrutto spietatamente ogni più disparato legame che univa gli uomini al loro superiore naturale, non lasciando tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti”. Ha fatto annegare nella gelida acqua del calcolo egoistico i sacri fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, del sentimentalismo piccolo-borghese. Ha risolto nel valore di scambio la dignità della persona e ha rimpiazzato le innumerevoli libertà riconosciute e acquisite con un’unica libertà, quella di un commercio senza freni. In conclusione, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche ha messo uno sfruttamento aperto, privo di scrupoli, diretto, arido. La borghesia ha tolto l’aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo di scienza in salariati da lei dipendenti. La borghesia ha stracciato nel rapporto familiare il velo di commovente sentimentalismo riducendolo a un mero rapporto di denaro».
Concludendo, sembra proprio che non vi sia condizione migliore per diventare adulti che l’essere orfani (anche del Sessansotto). Ma essere orfani è cosa assai impegnativa e tutt’altro che automatica (non basta il semplice dileguarsi della ‘imago patris’), poiché ci pone di fronte all’arduo passaggio da oggetti a soggetti di amore. Se questo discorso è fondato, allora è altamente plausibile la tesi secondo cui la lotta armata è stata, come diceva Ernesto Che Guevara, “il nuovo modo di amare” e coloro che l’hanno praticata sino in fondo sono stati non una superfetazione del modello edipico, ma la prefigurazione, per evocare ancora una volta Fichte, di quella “quarta epoca” dell’“incipiente giustificazione” in cui “la verità è la cosa più alta”.
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