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lacausadellecose

Davos fa rima con caos

di Michele Castaldo

Proviamo a tradurre con parole semplici e chiare che cosa sta succedendo in questo inizio del 2018 nel movimento generale del modo di produzione capitalistico che si riflette nell’incontro di Davos, dove si tiene in questi giorni il Forum mondiale dell’economia. Premettiamo che i migliori economisti si dimostrano sempre dei dilettanti allo sbaraglio, poiché la natura dell’economia capitalistica ha leggi proprie che sfuggono a ogni razionalità, in modo particolare a questo stadio di sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio. In questo modo l’uomo è dominato da tali leggi e non viceversa.

Quando diciamo movimento generale di un modo di produzione intendiamo semplicemente prendere le distanze dalla stragrande maggioranza di accademici e studiosi che si prostrano ai piedi del dio capitale nel tentativo di risolvere una crisi generale di sistema. Trump, Merkel, Macron, Gentiloni et similia non sono altro che dei poveri cristi che pestano l’acqua nel mortaio. Peggio ancora tutti quei personaggi (“personaggetti” direbbe il filosofo De Luca da Salerno) reduci del ‘900 che fu, alla ricerca della via perduta, cioè di quando il movimento dell’accumulazione capitalistica cresceva e si espandeva e con esso il proletariato lottava rivendicando quota parte di quell’accumulazione che avveniva sulla sua pelle.

Partiti, sindacati e “personalità” d’alto profilo elaboravano ricette e programmi vendendosi come grandi sapientoni della politica, cioè l’arte del tenere insieme gli interessi della collettività, e dunque della democrazia, della libertà, della civile convivenza ecc. ecc.

Poi però la storia procede per vie proprie, che sfuggono alla volontà degli uomini, e presenta il conto. E arriviamo a Davos 2018, dove si riuniscono i personaggi (-getti) per tentare di porre un freno all’irrazionalità dell’economia che procede per vie proprie e sta combinando disastri in ogni settore, col rischio – certo – che l’aumento del caos possa portare l’intero sistema a sfracellarsi sugli scogli della sovrapproduzione sia delle merci che dei mezzi di produzione.

Che Trump possa apparire più un fenomeno da baraccone piuttosto che un capo di Stato, di uno Stato fra i più potenti del mondo, la dice lunga sulla fase che sta attraversando il movimento generale dell’accumulazione. Il punto però non è questo. Criticare Trump è come dar credito al “guappo innamorato” di Raffaele Viviani che veniva deriso dagli abitanti dei vicoli di Napoli per la sua vuota spavalderia. Sia chiaro, Trump non rappresenta sé stesso e se il poveraccio deve firmare l’aumento di dazi doganali per impedire che l’importazione di merci asiatiche battano la concorrenza di quelle prodotte in patria, questo la dice lunga sulle difficoltà in cui versano gli Usa, il paese che un tempo veniva ritenuto l’Eldorado del mondo, cioè il più grande gangster capace di rapinare intere aree geografiche ed essere per ciò temuto, ammirato e ambito.

Ora, se gli industriali di alcuni settori sono costretti a ricorrere a mezzucci simili per battere la concorrenza asiatica, dopo aver voluto e cavalcato la liberalizzazione e la mondializzazione delle merci, vuol dire che economisti e politici occidentali – stranissime razze prone al capitale – si sono comportati da apprendisti stregoni, evocando cioè fantasmi che puntualmente poi però si sono presentati all’incasso. Fossero solo i pannelli solari a disturbare il sonno dei capitalisti americani, figurarsi. Il paese a stelle e strisce importa lavatrici per mezzo miliardo di dollari all’anno dal Vietnam, cioè da un paese a economia contadina fino a 40 anni fa, che li cacciò a calci in culo dal proprio territorio negli anni settanta e che oggi gli compete per i bassi costi della propria industria. Stesso dicasi per la Thailandia, la Corea del sud, il Messico, per non parlare della Cina, il vero drago dalla lingua di fuoco che atterrisce l’Occidente. Un fuoco, quello cinese, che non è eterno e i cui tassi di sviluppo cominciano già a calare seppure irraggiungibili dalle sgonfie ruote occidentali.

La domanda da porre è: gli Usa sono ancora il più potente Stato del mondo? E’ vero che il suo arsenale atomico e militare nel suo insieme è in grado di distruggere più volte l’intero pianeta, ma come fa a mantenere la forza se non ha energia riproduttiva continua che lo sorregga? La finanza? Ma – diceva l’arguta Rosa Luxemburg – non figlia valore. E allora delle due l’una: o la potenza dello Stato è data dalla forza della produzione capitalistica oppure non si capisce in che modo si rigenera un apparato che racchiude tale forza. Se è così, gli Usa all’oggi appaiono come un gigante che fa la voce grossa per la sua statura, ma fa fatica a muoversi proprio perché non riesce ad alimentare il suo apparato digerente, tanta è la sproporzione tra la sua fame e le risorse disponibili. Come sono lontani i tempi del 1991 quando in pochi giorni con l’operazione denominata Desert Storm sterminarono decine di migliaia di iracheni al confine tra Iraq e Kuwait facendo capitolare il governo di Saddam Hussein, per riprendere il controllo dell’emirato inventato dall’Occidente per il controllo petrolifero dell’intera area, mentre oggi Kim Jong-un minaccia di colpire il paese più potente al mondo con i propri missili.

Che la Merkel faccia la voce grossa, seguita in ciò da timidi, divisi e indecisi europei, vuol dire che le contraddizioni non sono di facciata, e men che meno che si possa trattare di un gioco delle parti. Il gioco si fa veramente duro: la concorrenza fra capitali e fra Stati sta entrando in un vortice dagli esiti imprevedibili. Non ci vogliono particolari scienziati per capire che in un movimento economico mondializzato niente e nessuno può chiudersi sotto una campana di vetro, era così già alla fine del 18° secolo, figurarsi ai giorni d’oggi. Non vogliamo neppure tentare di dimostrare il ginepraio di contraddizioni che generano alcune pretese iniziative protezionistiche per rilanciare l’economia degli Usa. Lo slogan “America first” è una espressione d’impotenza, il grido di chi pensava di godere all’infinito dei favori della storia, di un movimento che aveva portato sulla cresta dell’onda il nuovo mondo.

C’è un primo ed allarmante dato per l’economia americana: il proletariato di questo paese, non solo si è notevolmente ridotto numericamente, ma nel suo insieme, oggi è più povero del 40% rispetto a 50 anni fa. E se si schiera con la destra è per un motivo molto semplice: gli operai sono come i girasoli, volgono sempre lo sguardo verso il sole del capitale proprio come i girasoli volgono sempre il fiore verso il sole da cui dipendono per la loro vita.

Un ragionamento semplice a proposito delle lavatrici: se quelle orientali, grazie all’aumento dei dazi, si presentano sul mercato allo stesso prezzo di quelle americane, i consumatori di lavatrici calano e le reti commerciali che distribuiscono quel prodotto hanno minori entrate. Perché le merci vengono vendute non in rapporto ai costi di produzione, ma in rapporto alla possibilità di acquistarle. E la riduzione delle tasse da parte dello Stato non garantisce affatto la riduzione dei costi per unità di prodotto perché devono comunque essere salvaguardati i livelli di plusvalore per tenere in vita l’impresa. Si moltiplichi questo per tutti i prodotti e si esamini il risultato finale. Non solo. Si prenda in considerazione poi il contraccolpo sul Pil nei paesi asiatici che producono le merci a un costo inferiore del 30, 40, 50 o anche il 60% rispetto ai paesi occidentali. E non solo sul Pil, ma innanzitutto sul proletariato di quelle aree con i rispettivi risvolti in termini di stabilità della pace sociale.

Ora, che Trump sia un fenomeno da baraccone non ci vuole molto per capirlo, quello che invece fa impressione è che gli europei gli rimproverano di non conoscere la storia e di non trarre lezioni da essa. Ovviamente è la Merkel che fa da testa d’ariete come sempre la Germania si è comportata negli ultimi cento anni.

A nostro parere i gruppi capitalistici americani non possono che comportarsi come si stanno comportando e Trump non fa che essere il loro megafono, proprio come si comportano alcuni gruppi capitalistici in Italia e in Europa e a cui i Salvini danno fiato. Si sta innescando un processo a spirale di una logica di tutti contro tutti i cui esiti non sono affatto prevedibili. Un generalizzato e inquietante caos nel quale ogni nazione cerca una sempre meno probabile coalizione sociale al proprio interno nel tentativo di battere la concorrenza sia nell’acquisto delle materie prime che nella vendita dei propri prodotti e far lievitare a proprio favore la bilancia commerciale dei pagamenti. Pertanto le decisioni di Trump sono delle vere e proprie dichiarazioni di guerra commerciale e, se non lui, chiunque altro sarebbe costretto a farlo per tenere insieme un paese che comincia a fare acqua da tutte le parti; anzi più fa acqua da tutte le parti e più fa la voce grossa per coprire le falle. Se in Occidente si addensano nubi grigie, in Asia, per i paesi che tanto speravano di inserirsi nel modo di produzione capitalistico per uno sviluppo autoctono del proprio paese, i nembi hanno il colore del fumo di Londra.

La domanda dell’uomo della strada, dell’inquilino della porta accanto è: a cosa andiamo incontro? Cosa si può fare? Rispondiamo senza mezzi termini: non c’è soluzione capitalistica alla crisi del movimento generale del modo di produzione capitalistico. Chiunque prospetta ipotesi correttive o è un pover’uomo, se onesto, oppure è un disonesto al servizio del dio capitale, perché quando si innesta un caos generale – e siamo solo ai prodromi – questo non può che procedere spedito fino alle estreme conseguenze. Con quali esiti? Imprevedibili e da comunisti materialisti ne dobbiamo avere piena consapevolezza. E il proletariato? Gli operai sono uomini fra gli uomini e merce fra le merci nel modo di produzione capitalistico. All’oggi dobbiamo purtroppo constatare che le previsioni di Marx e di Engels sulla possibilità che la classe operaia potesse ingaggiare una lotta contro il capitalismo per abbatterlo si sono rivelate ideali e dunque illusorie. Ciononostante ne prendiamo atto con coraggio e guardiamo avanti con fiducia proprio perché riteniamo che il capitalismo non può razionalizzarsi e riprodursi all’infinito. Dunque oggi ci sono maggiori possibilità che, implodendo il modo di produzione capitalistico, dalle sue ceneri possa svilupparsi un diverso movimento storico capace di superare i criteri della concorrenza e dello scambio rispetto ai mezzi di produzione. Oggi, non ieri, quando il capitalismo cresceva.

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