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controlacrisi

"La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra"

di Fabio Nobile

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018

Con molto piacere scrivo del nuovo lavoro di Domenico Moro: "La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra.". Questo nuovo libro è in continuità con il punto di vista da lui esplicitato in questi ultimi anni sulla natura dell’euro e la necessità di un suo superamento. La chiave è però originale rispetto al consueto approccio economico con cui è affrontato il tema dalle diverse impostazioni che si confrontano ormai da tempo. Prova ad affrontare la questione partendo dalle radici strutturali del nazionalismo contestualizzandolo nelle diverse fasi storiche in cui questo ha assunto diverse connotazioni. Costruisce una risposta razionale a quelle obiezioni che provengono anche da sinistra all’uscita dall’euro. Obiezioni che indicano questa scelta come regressiva e portatrice del “ritorno alla nazione” contrapposta ad un campo sovranazionale che, in qualche modo, anche la moneta unica garantirebbe seppure con politiche da contrastare. Ed è proprio la connotazione negativa che la nazione assume nella prima metà del Novecento, ci dice Moro, che determina una tale rigida lettura. Ma in questo ragionamento si sottovaluta che in quella fase storica la base nazionale di accumulazione rendeva “utile” per le borghesie dominanti il nazionalismo che deflagherà nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.

Mentre nel XXI secolo la tendenza all’internazionalizzazione del capitale è estremamente avanzata e preponderante. L'esempio della Fiat, oggi FCA-Crysler è estremamente esemplificativo. Mentre prima il mercato decisivo per la crescita dell’azienda (prima con sede a Torino, oggi a Londra e Amsterdam) era l’Italia, oggi con tutta evidenza sia gli assetti proprietari, che la produzione e la circolazione hanno una base globale ed integrata sul piano sovranazionale.

In questo filo di ragionamento si inserisce la netta distinzione tra internazionalismo e cosmopolitismo. Il primo come parte del pensiero socialista . “L’internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall’esistenza delle nazioni e dagli stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalità nazionali e statali mediante la costruzione di una solidarietà e di una unità di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalità differenti, nei confronti del capitale. L’internazionalismo tiene conto dell’esistenza delle nazionalità e sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l’oppressione dell’imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati."

Il secondo “ …nasce come ideologia nel periodo illuminista ed è fatto proprio dalla massoneria, organizzazione segreta che nasce con una impostazione universalistica, e in genere delle élite capitalistiche legate a interessi globali e a reti di relazioni sovranazionali, piuttosto che soltanto a specifiche relazioni territoriali”.

La lettura dialettica della realtà lo porta a soppesare gli ingredienti della miscela che nelle diverse fasi storiche hanno determinato il concetto di nazione e il peso dell’internazionalizzazione del capitale. Da quello ottocentesco in cui la borghesia consolidava il suo potere, a quello della prima metà del novecento accennato prima, fino a quello contemporaneo in cui il peso dello Stato nazionale non perde la sua funzione di tutela delle frazioni dominanti della borghesia come dimostrano i contrasti franco-italiani sulla Libia, quindi nella stessa Europa, o quelli tra Germania ed Usa sul piano commerciale, ma in cui l’elemento transnazionale è centrale e con esso il cosmopolitismo che diviene la base ideologica dell’attuale integrazione economica e valutaria in Europa.

Nella sostanza quello che condivido a fondo con Moro è che i pericoli reazionari che provengono dalle classi dominanti non sono tanto legati al riemergere della nazione ma alla capacità del capitale e della borghesia transnazionale di utilizzare con grande disinvoltura la nazione insieme allo spirito cosmopolita finalizzandolo al dominio di classe, togliendo alle classi subalterne qualsiasi capacità di resistenza e di difesa che nel corso del novecento in particolare in Europa erano riuscite a conquistarsi. In questo senso lo strumento di dominio è il trasferimento di funzioni statali a organismi sovranazionali, spesso non eletti, che aggirano gli organismi nazionali e la democrazia rappresentativa, in primis il Parlamento, nei quali i rapporti di forza più favorevoli ai lavoratori. Da tale punto di vista il recupero dello spirito internazionalista passa per l’individuazione di un nemico e di obiettivi comuni tra i lavoratori e i proletari nel nostro campo d’azione che è l’Europa, che ne permettano in primo luogo la riconquista del senso di se. E certamente, se questi ragionamenti hanno una loro linearità, non è la sinistra che da battaglia contro l’integrazione valutaria a favorire o ad andare incontro al riemergere del nazionalismo di destra e della xenofobia, ma è proprio l’attuale integrazione ad allevare quel tipo di risposta irrazionale con l’aumento delle divergenze economiche tra i Paesi e l’assoluta assenza di sovranità democratica condita da un impoverimento di massa. Un lettura attenta di questo testo può aiutare a superare alcuni dei nodi che attraversano il dibattito a sinistra su questo cruciale argomento e fare dei passi avanti. Lo consiglio.

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