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effimera

Contrade. Storie di ZAD e NoTav

di Andrea Fumagalli

È di pochi giorni fa (17 gennaio) la notizia che l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes a sud di Nantes non verrà costruito[1]. Il governo rinuncia, dopo 50 anni di polemiche. È la fine di una dura lotta per la riappropriazione di quel territorio che era stato destinato alla costruzione di un hub aeroportuale di grandi dimensioni, inizialmente progettato per l’arrivo e il decollo dei Concorde, ponte privilegiato per il continente nord-americano. Sebbene il tempo del Concorde sia definitivamente tramontato più di 15 anni fa (2003), l’idea di proseguire comunque nel progetto del grande scalo è continuata, nonostante la forte opposizione degli abitanti e soprattutto dei contadini locali.

Come raccontato da Anna Maria Merlo sulle pagine de Il Manifesto e da Ivan du Roy e Nolwenn Weiler in un bell’articolo su Dinamo Press, la storia emblematica dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes inizia nel 1968, quando la zona viene individuata per la costruzione di questa nuova infrastruttura aeroportuale, che avrebbe dovuto sostituire Nantes-Atlantique, nato negli anni ‘30.

Viene creata la Zad, che ufficialmente significa zone d’aménagement différée (zona di sfruttamento razionale differito) e che il movimento di protesta e di occupazione dei luoghi interpreta come zone à défendre (zona da difendere).

Nel 2009 prende forma la Zad militante, decine di oppositori occupano le terre e le fattorie. Nel 2012, con l’operazione César, che si conclude con un clamoroso fallimento, il governo di Jean-Marc Ayraud (ex sindaco di Nantes, primo governo della presidenza Hollande) cerca di espellere con la forza gli occupanti, senza successo…

La storia di questo movimento di resistenza vittoriosa viene raccontata in un libro a cura del collettivo “Mauvaise Troupe”, dal titolo “Contrade. Storie di Zad e NoTav” (Euro 12.00, pp.415), stampato in proprio dalla piccola casa editrice militante Tabor (localizzata, non a caso, in Valle di Susa) con la formula “No profit – No copyright”.

Le lotte Zad e NoTav sono strettamente imparentate e il libro mette bene in luce l’origine e lo sviluppo di questo rapporto sinergico che va ben al di là dei comuni obiettivi materiali per andare a inchiestare il cambiamento di un modo di vivere che ha interessato entrambe le aree.

Non è un caso, infatti, che il volume si dipani lungo una duplice direttrice: quella del racconto orale dei protagonisti delle due lotte e della loro presa di coscienza e quella più analitica relativa ai contesti sociali, geografici e storici in cui le due lotte si sono sedimentate.  È ovvio che questi due piani sono strettamente interrelati e sinergici e la nostra divisione è puramente fittizia. Lo scopo è quello di fare perno su due concetti, oggi ineludibili se vogliamo indagare (con-ricercare) l’ambito della conflittualità contemporanea: territorio e popolo.

Dopo lo smantellamento della grande fabbrica di tayloristica memoria, lo spazio territoriale è diventato il nuovo luogo della produzione e quindi dell’accumulazione. Con la crescente trasformazione della produzione da stock in flussi, all’interno di filiere produttive sempre più internazionalizzate, il territorio e la sua logistica sono fattori centrali della governance del (plus)valore.  È una funzione terziaria-produttiva che sempre più incide sulla modalità sino a essere direttamente produttiva. Già nel VI capitolo inedito de Il Capitale, Marx ricordava come il trasporto fosse un elemento strettamente produttivo di plus-lavoro. A tale storica funzione, si è aggiunta l’estrazione diretta di valore dal territorio sia tramite processi di “gentrification” che di “espropriazione”. David Harvey ha parlato in proposito di “dispossession”[2].

Al riguardo, il caso ZAD e il caso Tav sono esempi paradigmatici. In entrambi i contesti, il territorio viene privatizzato ed espropriato sia per finalità produttive e di trasporto di merci e di persone che per obiettivi di valorizzazione legata alla gentrification, con l’obiettivo di sviluppare un indotto all’interno del quale le condizioni di lavoro e vita diventino sussunte all’imperativo della filiera produttiva.

Le diverse testimonianze raccolte nel libro ne sono una conferma evidente – e anche le contraddizioni che nascono soprattutto nella prima fase della lotta Zad evidenziano efficacemente come una parte della popolazione si illuda che la costruzione dell’aeroporto possa rappresentare una opportunità economica. Qui sta forse la maggior differenza con il movimento NoTav, anche in seguito alla diversa orografia dei due territori: pianura da un lato, con sbocco sul mare (quindi più economicamente sfruttabile), montagna e confini ristretti in dall’altro. Non è un caso, infatti, che le autorità locali francesi indicano un referendum nella regione di Nantes (che si pronuncerà, seppur di poco, a favore del progetto) mentre in Val di Susa nessuno dei fautori della grande opera avrà mai l’ardire di chiedere direttamente il parere della popolazione locale.

Il concetto di popolo, come sappiamo, è ambiguo. I processi di frammentazione sociale, indotti da oggettive condizioni di precarizzazione e da soggettive condizioni di individualizzazione della vita (lavoro), hanno modificato in profondità la tradizionale composizione di classe che ha caratterizzato lo sviluppo del fordismo nel II dopoguerra. Lo stesso concetto di classe subalterna, ieri definita essenzialmente dalla condizione operaia salariata, non si presenta più in modo sufficientemente omogeno. Oggi siamo di fronte a una differenziata composizione tecnica del lavoro. Il capitalismo bio-cognitivo si basa, infatti, su una molteplice e variabile modalità di messa al lavoro della soggettività lavorativa – potremmo dire della vita. Le differenze creano valore. E sono differenze che permeano le esperienze soggettive degli individui, sino a prescindere da genere, etnia e religione, a tal punto da far diventare queste stesse categorie fonti di valore di scambio.

Tale eterogeneità, esemplificata dalla precarietà esistenziale, tende a declinarsi in soggetti molteplici, che il termine popolo difficilmente riesce a rappresentare in modo adeguato.

Questa problematicità tende a ridursi sino a svanire quando si ha come ambito di riferimento un territorio. È infatti rispetto al territorio che è possibile riutilizzare il concetto di popolo in senso pieno.

La lotta Zad come la lotta NoTav possono dunque essere definite a pieno tiolo “lotte di popolo”, al cui interno le diverse stratificazioni sociali, di genere, di età, le diverse soggettività e percezioni della propria condizione socio-economica  vengono superate dall’obiettivo comune di riappropriazione di una capacità di gestione autonoma  dell’ambito territoriale. Le interviste presentate nel libro ne sono una poderosa testimonianza e ciò rende questo testo particolarmente significativo. Anche i diversi metodi di lotta utilizzati a seconda del carico di illegalità e di pratiche di insubordinazione (es. sabotaggio, ma non solo), nonostante l’uso strumentale fatto dai media, non sono in grado di segmentare forme di eterogeneità e creare forme fittizie di distinguo.

Come viene più volte raccontato sia a Notre-Dame-des-Landes che in Val di Susa, tutti i “resistenti”, a prescindere dalla propria collocazione politica, assumono come elemento comune unico le diverse modalità di lotta, anche quelle più estremistiche. Ed è proprio questa compattezza di “popolo” che consente alla Val di Susa di continuare a essere un vulnus per i poteri economici del saccheggio e ha consentito alla ZAD di Nantes di vincere.

Tale compattezza, invece, si perde, quando si esprime conflittualità sul terreno dei diritti sociali e delle condizioni di lavoro, a partire dalle condizioni materiali di sopravvivenza. Le diverse percezioni soggettive delle condizioni di lavoro e di vita danno adito ad una pluralità di soggettivazioni e di presa di coscienza. La ricomposizione sociale ha difficoltà a definirsi.

E quindi solo sui territori che si può parlare di “classe popolare”, ovvero di popolo? La domanda è mal posta. Se il territorio oggi è fattore di sfruttamento economico in grado di ricomporre una rivendicazione unitaria, altrettanto non lo è (o almeno non ancora) lo sfruttamento del lavoro.

Si può superare questa idiosincrasia, come ha dimostrato la Val di Susa e la Zad di Nantes, sperimentando, nel corso della lotta, nuove modalità di governance sociale in grado di muoversi al di fuori della logica capitalistica di mercificazione e di espropriazione.  La “Libera Repubblica della Maddalena” finché non è stata repressa, lo ha dimostrato. Così come lo hanno dimostrato le sperimentazioni autonome all’interno della Zad francese.

Da qui occorre ripartire.


Note
[1] Per una cronaca di questa storica giornata, si veda qui
[2] D. Harvey, “The New Imperialism: Accumulation by Dispossession“, Socialist Register, 40, 2009.
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