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carmilla

Per un rilancio della «ragione ecologica»

di Paolo Lago

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Prefazione di Piero Bevilacqua, Postfazione di Manlio Iofrida, Mucchi, Modena, 2017, pp. 189, € 16,00

Comincio con un aneddoto personale. Alcuni anni fa, nella strada in cui abito venne abbattuto un abete. Era proprio un bell’albero, alto e, soprattutto in estate, guardarlo dalla finestra mi comunicava un senso di frescura e di tranquillità. Ricordo che provai un lancinante dolore nel vedere le motoseghe che tagliavano quell’abete che, in un modo o in un altro, mi era stato amico. L’albero non si trovava però sul suolo pubblico ma all’interno di un giardino condominiale. A detta degli abitanti del palazzo, infatti, quell’abete, nelle giornate di vento, si muoveva troppo e rischiava di cadere (ma forse non sapevano quanto sia bello ascoltare il fruscio del vento fra i rami). E così è stato abbattuto. Questo è un esempio di scissione della cultura dell’uomo e della sua coscienza dall’ambiente naturale: l’essere umano, senza porsi troppe domande, decide di abbattere un albero nello stesso identico modo in cui elimina dalla sua proprietà un vecchio oggetto ingombrante. L’abbattimento di questo abete è solo una infinitesimale goccia nel mare magnum degli scempi ambientali che quotidianamente vengono perpetrati sulla faccia della Terra.

Tale ricordo personale mi serve dunque per arrivare a parlare dell’ultimo saggio di Stefano Righetti, La ragione ecologica, uscito recentemente per i tipi di Mucchi, il quale pone al centro della sua analisi la necessità di rilanciare la «ragione ecologica» all’interno del contesto sociale contemporaneo, in cui sempre più forte si fa sentire l’emergenza ambientale. Secondo l’analisi critica dell’autore (che si presenta, come scrive Manlio Iofrida nella Postfazione, come «un’appendice politica» del suo precedente lavoro Etica dello spazio), «è nel particolare rapporto tra cultura e natura che oggi si condensa il pericolo rappresentato dall’azione umana per la tenuta dell’intero ecosistema e, insieme, l’aspetto verso il quale dovrebbe indirizzarsi la nostra necessaria auto-critica» (p. 146). Un sicuro punto di riferimento per il pensiero dell’autore sono gli studi sull’ambiente realizzati da Gregory Bateson. Come giustamente osserva quest’ultimo, all’interno della cultura occidentale si è da tempo provocata una scissione insanabile fra coscienza individuale umana e natura. Infatti, secondo Bateson, «quando si restringe la propria epistemologia e si agisce sulla premessa: “Ciò che interessa me sono io, o la mia organizzazione, si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura» (p. 147). Per cui, in nome del profitto si potrà inquinare un lago o un prato con i «sottoprodotti della vita umana», scorie di varia provenienza più o meno inquinanti, dimenticando che quel lago o quel prato «sono una parte del nostro più ampio sistema ecomentale» e che se essi vengono spinti alla «follia» (efficace metafora per indicare lo stato di un elemento naturale in preda all’inquinamento umano), la loro follia «viene incorporata nel più vasto sistema del nostro pensiero e della nostra esperienza». La scissione fra coscienza umana e ambiente biologico – osserva Righetti – assume la sua conformazione moderna a partire dal XVIII secolo, quando il sapere occidentale si struttura in ragione del progresso. Il sistema biologico della natura viene quindi sottoposto a un’accelerazione fino a quel momento sconosciuta e inglobato in modo indiscriminato all’interno dell’apparato economico-produttivo. La natura e il suo sistema autonomo e complesso, secondo l’acuta analisi di Righetti, «sono divenuti oggetto della coscienza produttiva del lavoro, che nel mondo occidentale ha dato forma all’economia del capitale». Del resto, come ribadisce il Manifesto contro il lavoro del Gruppo Krisis (tradotto nel 2003 per DeriveApprodi), in una società come quella contemporanea, totalmente asservita all’economia del capitale, non si esita un solo istante a devastare l’ambiente e la natura in nome di sempre nuovi, improbabili posti di lavoro.

Si giunge quindi ad un altro importante tema toccato nel libro, e cioè «l’ecologia nell’illusione postmoderna». Partendo da importanti studi di André Gorz (soprattutto Capitalismo, socialismo, ecologia, uscito nel 1991) l’autore afferma che la «razionalità ecologica» consiste nel soddisfare i propri bisogni con un minimo di lavoro, di capitale e di risorse naturali. Alla base del pensiero di Gorz vi è infatti la liberazione dal lavoro alienato. Per codificare al meglio una prospettiva ecologica è necessario quindi riorganizzare in toto lo spazio politico e sociale. Queste istanze (vicine alla teoria della decrescita di Serge Latouche) sono la base necessaria per riorganizzare il pensiero ecologico nell’Europa della seconda metà degli anni Ottanta, ferita dall’incidente della centrale nucleare di Cernobyl, in Ucraina, avvenuto nel 1986. La condizione attuale vede poi i movimenti e il pensiero ecologista in netta rottura con il socialismo liberista europeo, il quale invece pretende spesso di inglobarli e rappresentarli al solo scopo di neutralizzarne le lotte, come è avvenuto e sta avvenendo in Italia con l’Ilva di Taranto.

Lo spazio e la natura, secondo Righetti, lungi dall’essere considerate un prodotto all’interno della struttura neocapitalistica, devono invece essere riempiti di senso e densità grazie a una messa in discussione dello stesso tempo della produzione, una decrescita che sia «una sottrazione in grado di aprire un vuoto nelle viscere stesse della macchina produttiva» (p. 61). La natura appare in definitiva come un limite che può mettere in discussione la scissione uomo-natura, come si è affermata nell’Idealismo e si è poi sviluppata nel modello di produzione del capitale. L’ambiente, perciò, dovrebbe essere considerato come un unico corpo, insieme al corpo dell’uomo. Per capire, finalmente, che ogni volta che si devasta l’ambiente e che si inquina, si infligge una profonda ferita al nostro stesso corpo. Perché, come suona la frase di Thathanka Lyothake, detto Toro Seduto (quasi il simbolo di una sinergia uomo-natura vittima dell’avanzata distruttiva del conquistatore americano ‘bianco’), citata in esergo al saggio di Righetti, «solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato». E sarà troppo tardi.

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