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eticaeconomia

Produzione di dati a mezzo di dati

Il capitalismo delle piattaforme secondo Nick Srnicek

di Fabrizio Leone

In un mondo in cui spesso si ritiene che le città debbano essere smart, le attività imprenditoriali visionarie, i lavoratori sempre più flessibili e i governi snelli e minimalisti, riconoscere nella digital economy la cifra peculiare del capitalismo contemporaneo è una cogente necessità politica per la sinistra del ventunesimo secolo. Comprendere le conseguenze dell’utilizzo di internet per la produzione e il consumo di massa rappresenta infatti la chiave principale per agire sul presente e anticipare il prossimo futuro. Con queste decise parole Nick Srnicek, giornalista e docente di economia digitale al King’s College di Londra, motiva le ragioni che lo hanno portato a scrivere Platform Capitalism (Polity Press, 2017).

Il libro si propone principalmente come una guida a termini e concetti arrivati di recente alle orecchie del grande pubblico – ad esempio quelli di big data, di gig economy e di online platform– in chiave storica, economica e politica. Il saggio verte attorno a due idee principali. La prima è che, a seguito del lungo declino della profittabilità della manifattura, il capitalismo stia trovando nelle informazioni che ciascuno di noi lascia sulla rete la principale fonte di crescita economica; la seconda, invece, è che questo tipo di produzione sia il risultato della progressiva sparizione del rapporto di lavoro classico-fordista in favore di forme sempre più diversificate e precarie.

Oltretutto, avverte Srnicek, queste dinamiche sono destinate a durare e rinforzarsi in futuro. La ramificata estensione dell’uso di internet negli ultimi anni, unita all’introduzione di tecnologie volte alla raccolta, all’analisi e all’utilizzo commerciale dei dati, ha infatti dato vita ad un nuovo modello di business: la piattaforma, per l’appunto. Una struttura virtuale capace di ricoprire allo stesso tempo il ruolo di attore commerciale e infrastruttura economica.

Alcuni casi particolarmente noti sono rappresentati da Facebook, Amazon e Google. Ciascuna di queste imprese non trae profitti tanto dal costo pagato dai consumatori per i loro servizi, che spesso sono anzi gratuiti, bensì dal network che riescono a creare. Il fatto che ogni giorno persone da ogni lato del mondo comprino prodotti attraverso Amazon, raccontino le proprie storie su Facebook e usino la posta di Google, da un lato migliora le quotazioni finanziarie e il giro di mercato di queste imprese, e dall’altro ne afferma il ruolo di infrastruttura chiave per molte attività commerciali e personali.

Comprendere tali dinamiche, analizzandone l’impatto sociale e industriale e scovarne continuità ed elementi innovativi rispetto alle tendenze di lungo periodo del capitalismo, costituisce un passo necessario per controllare lo sviluppo di questa emergente industria. In linea con l’idea di scrivere una guida politica sull’economia digitale, Srnicek offre dunque un’interpretazione del fenomeno alla luce della storia della produzione capitalistica contemporanea. E per farlo parte da un momento ben preciso: gli anni ’70 e la fine dall’embedded liberalism.

La crisi del Taylorismo classico e la perdita di competitività degli Stati Uniti nel settore manifatturiero a causa della crisi petrolifera e dell’ingresso dei paesi asiatici nel mercato globale, ha infatti segnato l’inizio della lunga stagione economica del neoliberismo. Tra gli effetti principali di questo processo, volto essenzialmente a ridare spazio alla competizione di mercato dopo un ventennio di keynesismo diffuso, il più significativo ai fini della tesi dell’autore è stato il progressivo e crescente spostamento delle risorse produttive e degli investimenti dalla manifattura al mondo dei servizi, in particolare a quello delle telecomunicazioni. È infatti in quel momento che la digital economy, seppur in forme ancora primitive e sperimentali, ha iniziato a fare la sua comparsa.

Gli avanzamenti tecnologici degli anni ’80 e ’90, uniti ad una serie di innovazioni finanziare e all’espansione dei mercati, hanno successivamente segnato l’ascesa dell’industria di internet come motore trainante di molte economie, e nemmeno la crisi del mercato azionario asiatico è riuscita ad arginare la tendenza. Una dinamica molto simile si è infine riproposta anche dopo la crisi del 2008. Le misure volte alla riduzione del debito pubblico, le riforme per la flessibilizzazione del mercato del lavoro e le nuove espansioni monetarie con mezzi non convenzionali da parte maggiori banche centrali mondiali hanno, da un lato, redistribuito ulteriormente dallo stato al mercato il ruolo dell’iniziativa economica e, dall’altro, generato un eccesso di risparmio sui mercati finanziari in cerca di investimenti redditizi in un’epoca di tassi di interesse prossimi allo zero. Ed è a questo punto che la digital economy fa il suo ingresso in scena, proponendosi come paradigma produttivo del capitalismo post-crisi e portando con sé il suo frutto più pregiato: i dati.

In un certo senso i dati sono simili al petrolio. Sono reperibili principalmente in forma grezza, spesso solo dopo aver investito ingenti risorse nella loro ricerca ed estrazione, e per essere utilizzati hanno bisogno di essere raffinati e trattati. La differenza dell’economia digitale rispetto al passato consiste però nel pensare la produzione e il ciclo di vita dei prodotti come un processo in grado di generare dati a mezzo di dati. In questo modo, mentre si produce, si riescono anche a collezionare preziose informazioni relative all’efficienza dei processi aziendali, al comportamento dei lavoratori, alle preferenze e alle ricerche dei consumatori e ad altri aspetti ancora, generando così un circolo virtuoso capace di autoalimentarsi grazie all’effetto network. Pensiamo a cosa succede con Google. Più ciascuno di noi lo usa come unico motore di ricerca, maggiori e migliori sono le informazioni che riesce ad acquisire sui nostri gusti, più grandi sono i profitti che può ricavare dalla vendita di queste informazioni alle imprese che fanno pubblicità online, più solido è il suo ruolo di infrastruttura comunicativa e dunque maggiore la sua attrattività per gli utenti. In un certo senso è come se Google fosse una raffineria capace di ottenere petrolio sempre più pregiato grazie a quello estratto in precedenza.

Al di là delle sfaccettature prettamente commerciali, questo nuovo fenomeno fa sorgere altre questioni di significativa urgenza politica. Tra queste, Srnicek si pone quella dei diritti dei lavoratori a fronte del controllo sempre più capillare della loro attività, come nel caso della versione cinese di Uber, quella dei rischi per la privacy dei consumatori, quella della sostituibilità tra intelligenza artificiale e umana, nonché quella dei differenziali di welfare tra persone con un accesso e un uso diverso di internet, la c.d. “disuguaglianza digitale.

Se, dunque, la precarizzazione del lavoro e la relegazione dello stato ad osservatore imparziale delle vicende economiche sono tendenze di lungo periodo, l’utilizzo dei dati come meccanismo di massimizzazione dei profitti all’interno di questo contesto è un fattore decisamente nuovo che produce almeno due effetti: in primo luogo rafforza la tendenza di fondo e, in seconda istanza, fa della data analysis la principale leva competitiva del presente e del prossimo futuro. La posizione economica della piattaforma, che produce servizi capaci di auto-generare dati, tende dunque naturalmente a quella del monopolista (qualora sia l’unico offerente) o del monopsonista (qualora sia l’unico acquirente, come Amazon per molti piccoli distributori locali, Facebook per molte start-up pubblicitarie, Google per molti sviluppatori di programmi) nel proprio mercato, con conseguenze non banali per l’organizzazione industriale di interi settori. A mano a mano che imprese diverse penetrano all’interno dello stesso campo, le loro necessità di informazioni digitali convergono infatti di pari passo ai loro modus operandi, con il risultato, già nell’imminente futuro, di una netta separazione tra piattaforme e non-piattaforme digitali: entrambe potranno competere nello stesso settore ma le seconde dipenderanno a ritmi crescenti dai dati e dalle azioni delle prime. La recente protesta di molti tassisti nei confronti di Uber è un limpido esempio del fenomeno.

Appare quindi necessario che questi nuovi processi, veloci e tendenzialmente negletti da parte dei grandi media, inizino ad essere studiati e metabolizzati da un pubblico sempre maggiore al fine di disegnare politiche pubbliche adeguate al problema. A tal proposito, Srnicek auspica la creazione di piattaforme universali, ovvero infrastrutture digitali gestite da gruppi aperti di persone, con lo scopo di usare i dati digitali per redistribuire ricchezza e migliorare l’efficacia dei servizi pubblici. I dettagli della proposta sono tutti da discutere, ma andando in questa direzione si potrebbe ricondurre sotto il dominio pubblico una notevole quantità di capitali privati in cerca di profitti sempre più difficili da conseguire e si potrebbe ridimensionare notevolmente il potere politico ed economico delle maggiori piattaforme attualmente esistenti.

In conclusione, il libro di Srnicek ha il pregio di offrire una  spiegazione chiara ed efficace delle caratteristiche dell’economia digitale e di collocarne lo sviluppo  all’interno delle tendenze di lungo periodo del capitalismo moderno.

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