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conness precarie

Affinità divergenti tra il compagno Bezos, il compagno Gentiloni e noi

Care compagne e cari compagni, dopo anni di lotte, di discussioni e di critica dell’esistente, dobbiamo rilevare con Gentiloni che siamo a un passo dal socialismo reale in quanto la tecnologia è riuscita a intaccare e forse a superare lo strumento principe dello sfruttamento capitalista, il lavoro. Il nostro caro ex-presidente del Consiglio, infatti, ci avverte attraverso un sentito proclama della messa in discussione della natura stessa del lavoro.

Che cosa, quindi, mette in discussione questo pilastro fondamentale della società? Un braccialetto. Questo precipitato tecnologico rivoluzionario al servizio del capitale, introdotto da Amazon per controllare i suoi dipendenti, è diventato oggetto di discussione e di riflessione sulle malepratiche del lavoro. Insomma, finché i facchini si spaccano la schiena nei magazzini va bene e se osano bloccare i cancelli gli danno dei mafiosi. Ma un braccialetto no. Vorremmo qui dire due cose non solo al signor Gentiloni, ma anche a chi, sgomento, si indigna di fronte ai prodigi della tecnica cattiva e vorrebbe correre ai ripari. Certo, concordiamo sul fatto che il lavoro sia la sfida ossessiva di chi è al governo, un po’ meno sul fatto che questo governo abbia introdotto delle ottime leggi sul mercato del lavoro.

In fondo, la risposta di Amazon ‒ «facciamo tutto nella norma» ‒ è brutalmente vera e se oggi si possono utilizzare queste tecnologie è anche grazie alle novità introdotte dal Jobs Act, che vanno a ridurre le pur misere norme che garantivano ai lavoratori la loro privacy, ad esempio legittimando l’utilizzo di telecamere sul posto di lavoro. Ma le vere nostre perplessità riguardano esattamente quale sia il buon lavoro e se sia mai esistito.

Che la situazione sia sfuggita di mano noi ce ne eravamo già accorti da tempo e di certo il braccialetto non è una novità. L’ossessivo controllo dei padroni sui lavoratori è pratica assai antica e comune e non servono braccialetti per ricordarci che il lavoro salariato è una schiavitù. Ciò è talmente vero che la coazione al lavoro oggi assume forme nuove e persino gratuite, per i quali i più astuti hanno inventato tanti bei nomi glamour: tirocinio, stage, lavoro «volontario» per rifugiati, gli esotici mini-jobs. Chiunque lavori sa che la tecnologia, il fantomatico digitale, è già ben presente nei luoghi di lavoro. Questa tecnologia è un terreno di lotta, tutto fuorché neutrale, ma piuttosto costruita e ideata appositamente per contenere le tendenze drapetomani dei lavoratori, che come gli schiavi nelle piantagioni hanno la folle tendenza a sfuggire al controllo del padrone e allo sfruttamento. Parte integrante di questa tecnologia sono norme e leggi che istituzionalizzano il lavoro precario, il debito di cittadinanza rappresentato dal permesso di soggiorno e lo smantellamento del welfare. La concezione del lavoro, caro Gentiloni, è sempre la stessa e ben più antica degli anni Settanta e Ottanta. Di solito nascosta, più spesso semplicemente ignorata, la schiavitù del lavoro salariato è sempre stata un pilastro della società. Ma fino a oggi tutto questo andava bene per i governanti ossessionati dal lavoro. Cos’è è cambiato quindi? Cos’è che dà tanto fastidio del braccialetto di Amazon?

Avendo maturato una buona dose di pelo sullo stomaco, riusciamo quasi ad apprezzare la sottile ironia simbolica con cui il compagno Bezos interpreta l’innovazione tecnologica dandole quel tocco steampunk che apprezziamo tanto. Non ci sono solo i braccialetti, ma anche i tamburi che scandiscono i tempi. Fanno parte del nuovo che avanza col tocco vintage. Questa brutale franchezza ha i suoi vantaggi, e terrorizza i medio-progressisti, come Gentiloni, che dagli anni Settanta in poi hanno fatto di tutto per eliminare dalla lingua le parole brutte, quelle che ricordavano ai più lo stato dei fatti. Non si può non citare il «Mega Presidente Galattico» che ricorda al rivoluzionario Fantozzi che, seppur sostanzialmente concorde nella visione del mondo, le parole che utilizza sono diverse, più neutre: datori di lavoro al posto di padroni, benestanti al posto di sfruttatori, classe meno abbiente al posto di morti di fame. Quello che ci dice Jeff (e non solo Jeff), invece, è che lui è il padrone e noi gli schiavi. Questo terrorizza soprattutto chi ha continuato a ripeterci che il capitalismo è una cosa buona e umana, l’unica possibile, e che i padroni non esistono, illudendoci così che non ci fossero neanche gli schiavi. Ma a noi piace questa franchezza, perché ci permette di tornare a dire le cose come stanno, e forse sono giunti tempi in cui la ciurma anemica al lavoro, contro l’illusione di una mai esistita pace sociale, riprenda a urlare parole di rifiuto e di libertà.

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