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piovonorane

Fine turno mai

di Alessandro Gilioli

A volte anche i giornalisti capiscono qualcosa. E vanno a indagare su quel qualcosa. Ad esempio, sul modello economico vincente degli ultimi anni: quello basato sul precariato, sul cottimo, sul dumping salariale, sul lavoro a chiamata, somministrato, intermittente, insomma ad arbitrio.

I giornalisti in questione, nel caso, sono Maurizio Di Fazio e Riccardo Staglianò, autori di due diversi libri usciti in questi giorni.

Di Fazio ha scritto “Italian job, viaggio nel cuore nero del mercato del lavoro italiano” (Sperling & Kupfer); Staglianò è autore di “Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” (Einaudi). Due viaggi paralleli nelle dinamiche produttive le cui conseguenze poi finiscono per riguardare tutta la società, compresa quella parte non (ancora?) caduta nei gironi infernali di cui nei due libri si parla.

“Italian job” raccoglie una serie di inchieste realizzate sul campo da Di Fazio, con nomi e cognomi delle aziende in cui è stato o di cui ha raccolto le testimonianze: Lidl, Amazon, Deliveroo, Foodora, RyanAir, Almaviva, MondoConvenienza. Ma il viaggio attraversa anche il mondo della sanità, dell’editoria, dello spettacolo.

New e old economy accomunate dalle stessa corsa al ribasso, con i dipendenti privati dei diritti più elementari come quello di fare pipì, costretti a timbrare l’uscita e poi rientrare per continuare a lavorare gratis, imbottiti di psicofarmaci per tenere i ritmi di produzione richiesti, schiavi di software che li geolocalizzano e li spediscono a consegnare cene in bicicletta, sfidando la neve e il traffico pena “l’esclusione dall’algoritmo”, che è un modo moderno di chiamare il licenziamento.

Il tutto con paghe da sussistenza, che spesso spariscono del tutto in caso di malattia o maternità.

E sullo sfondo, le risposte arroganti e sempre uguali delle aziende: «Nessuno li obbliga a lavorare per noi». Come se la sopravvivenza non fosse un obbligo.

“Lavoretti” di Staglianò ha il pregio di sgombrare un equivoco fin dal titolo: quella che ancora molti chiamano “sharing economy” è invece solo “gig economy”, cioè appunto economia dei lavoretti. Sottopagati, cottimizzati, saltuari per definizione, contrabbandati da “idee per arrotondare”, ma in realtà per molti unica fonte di reddito personale se non familiare. L’autore viaggia dalla Silicon Valley al Vesuvio per mostrare i meccanismi con cui le grandi piattaforme digitali e le corporation della rete sfruttano il lavoro, evadono il fisco, accentrano i capitali e alla fine - a parte ogni giudizio etico - guastano il meccanismo stesso del capitalismo: quello basato su una classe media con abbastanza soldi e abbastanza prospettive per consumare e quindi alimentare la produzione.

Lontano da ogni tentazione neoluddista - in quanto appassionato e amante delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie - Staglianò punta il dito piuttosto sulla latitanza della politica, sulla mancata governance della rivoluzione digitale.

Una fuga dalle responsabilità chissà se dovuta a insipienza o piuttosto a complicità con la ristrettissima minoranza che di questa assenza si è giovata, accumulando miliardi e impoverendo tutti gli altri.

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