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lantidiplomatico

La sinistra italiana sconfisse il fascismo ma è stata sconfitta dall’antifascismo

di Francesco Erspamer*

La sinistra italiana sconfisse il fascismo ma è stata sconfitta dall’antifascismo: che ha dato a chi voleva trasformarla in un movimento liberal all’americana l’alibi per disprezzare e dunque ignorare chiunque si opponesse alle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, del consumismo e della correttezza politica, e non importa se a opporsi fossero i lavoratori o le classi popolari – basta etichettarle come fasciste o razziste e non contano più nulla.

Però non è solo questo il problema; c’è anche la progressiva disabitudine al ragionamento e al confronto: coi fascisti non si discute e pertanto non è necessario argomentare le proprie posizioni, basta affermarle in nome di presunti princìpi universali e di categorie a priori. Un facile manicheismo che ha gradualmente reso la sinistra ottusa, banale, conservatrice, manipolabile e incapace di autocritica; come è quasi sempre la destra, solo che la destra può permettersi di esserlo perché elitista e individualista, mentre una sinistra che smetta di sentirsi populista ed espressione di una comunità snatura sé stressa.

Non stupisce dunque che l’attacco “da sinistra” contro il nuovo governo sia condotto da personaggi come Del Rio, cattolico ed egoista al punto da produrre nove figli in un mondo sovrappopolato nonché una delle margheritine renziane che hanno occupato il Pd trasformandolo nella nuova DC; il quale dopo aver denunciato presunte connivenze del M5S e della Lega “con i neofascisti europei”, ha chiarito cosa intenda per fascismo: “protezionismo e nazionalismo, una cosa pericolosa”.

Come a dire che chiunque non sia liberista e globalista è un fascista.

Temo che una nuova sinistra in Italia non rinascerà finché non si libererà dal troppo abusato escamotage dell’antifascismo. Il comunismo, il socialismo, i sindacati, non nacquero per combattere il fascismo; nacquero per lottare contro il capitalismo. Fu il capitalismo a inventarsi il fascismo per fermarli, subito dopo l’inatteso e minaccioso successo della rivoluzione russa. Sconfiggere il fascismo divenne a quel punto per la sinistra una necessità e una priorità, ma la guerra contro di esso è finita più di settant’anni ed è stata vinta in modo definitivo: prima militarmente grazie all’armata rossa e ai partigiani, poi economicamente per via della trasformazione del capitalismo da nazionalista a globalista. 

Non tutto ciò che è stato incluso nel programma di Di Maio e Salvini mi convince e alcuni aspetti (e alcuni ministri) proprio non mi piacciono; ma il fascismo non c’entra assolutamente nulla. Chi, come Del Rio, ne evochi oggi il fantasma sta cercando di fare della sinistra un oggettivo (e non so quanto inconsapevole) alleato delle multinazionali.


*Professore all'Harvard University. Post Facebook del 2 giugno.
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Comments   

#1 Eros Barone 2018-06-05 20:17
La questione del rapporto tra dominio capitalistico, sinistra e fascismo è una questione seria e liquidarla con una 'boutade' come questa rivela un grado di consapevolezza storica e politica piuttosto basso. Forse non si ha il coraggio di stabilire un'equazione secca tra populismo e fascismo, cosicché il nuovo fascismo sembra giovarsi, per la sua resistibile ascesa, di tre condizioni quanto mai favorevoli: a) non essere riconosciuto come fascismo, nel mentre sviluppa al massimo grado la mobilitazione reazionaria delle masse; b) giocare sull'equivoco, peraltro tipicamente fascista, delle 'terze vie', nominalmente 'né di destra né di sinistra'; c) trarre il massimo vantaggio dalla 'crisi organica' della borghesia e dall'attuale depotenziamento dell'antagonismo di classe operaio e proletario per proporsi ai padroni interni e internazionali come credibile alternativa di governo. Consiglio pertanto all'autore di questo articolo di andarsi a leggere un testo fondamentale che nessuno di coloro che discettano di populismo 'et similia' ha mai citato, forse perché dimostra come la 'trama nera' del populismo fosse già molto robusta e diffusa nella 'prima Repubblica'. Mi riferisco al volume di Carlo Tullio-Altan su "Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane", Milano, Feltrinelli 1989.
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