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goofynomics

I nemici del paese

di Alberto Bagnai

L'austerità, chi è qui lo ha capito da tempo, e chi non è qui lo sta capendo a sue spese, è non tanto e non solo una politica sulla quantità del reddito (le spese pubbliche sono per definizione redditi privati: nessuno immagina che i Ministeri gettino banconote nel cratere dell'Etna), quanto e soprattutto una politica di redistribuzione del reddito. Innalzare il livello di disoccupazione serve ad abbassare le pretese dei lavoratori e quindi i loro salari, a beneficio di chi vive di profitti. Questa politica potrebbe non sembrare del tutto razionale: a cosa serve avere una fetta più grande di una torta più piccola? Ma una razionalità c'è: il fatto è che, a loro volta, quelli che si spartiscono la fetta più piccola sono sempre meno (si chiama "svuotamento della classe media": l'eutanasia sociale di piccoli imprenditori, grandi professionisti, ecc.).

Naturalmente l'austerità è una politica dolorosa. Non per nulla i fascisti la battezzarono accortamente nel 1926 (come spiega Clara Elisabetta Mattei, in un articolo poi pubblicato qui), dandole questa connotazione morale, sperando che ciò bastasse a renderla palatable (come dicono quelli fichi) agli elettori. Fatto sta che la retorica moralistica non basta ad annichilire la giusta percezione che di norma e in media gli uomini hanno dei propri interessi (percezione che spiega perché il mercato, pur fallendo, sia meglio dell'alternativa: se poi lo Stato ne corregge i fallimenti, è ancora meglio).

E allora, come spiegavo ieri a un illustre collega, forse il più famoso worldwide, qui in Italia i governi che ci hanno preceduto, e le loro incrostazioni che ancora resistono, hanno dovuto ricorrere a un'altra retorica, molto più cogente, quella dell'emergenza: FATE PRESTO! Per convincere gli elettori ad accettare politiche che li danneggiavano, li si doveva convincere che la Patria fosse in pericolo. Altro stilema fascista, naturalmente: date oro (o pensioni, o tutele del lavoro, o prestazioni sanitarie...) alla Patria!

Per sostenere questa retorica interessata occorreva, naturalmente, dare dell'Italia una visione distorta in senso negativo, come di un paese che fosse sull'orlo del baratro; e questo è infatti quello che ci sentiamo dire, con brevi pause, da oltre trent'anni (un buon excursus lo trovate all'inizio di La costituzione nella palude). Fatto sta che siccome il mondo è piccolo, e i mercati mormorano, questa "narrazione" (o, per dirla ancor più cialtronescamente: "narrativa") fatta ad uso degli elettori nazionali, è diventata egemone preso gli investitori esteri, i quali sono effettivamente convinti che l'Italia sia un paese spacciato, senza chiedersi come mai un paese che da trent'anni sarebbe spacciato a detta di chi lo governa, dopo trent'anni sia ancora in piedi nonostante chi lo ha governato.

Non aiuta i mercati il fatto di non aver fatto pace con i dati, con la buona teoria economica, e nemmeno con le comunicazioni delle istituzioni (teoricamente) più prestigiose, quali, ad esempio, la Commissione Europea, che fino al 2015 confermava come il nostro debito fosse sostenibile (dal 2015 il giudizio è meno favorevole, essenzialmente perché le politiche di austerità, facendo aumentare il rapporto debito/Pil di 13 punti, hanno peggiorato la "initial fiscal position", come abbiamo mostrato qui: che è poi il motivo per cui non vogliamo altra austerità). Ma il punto non è tanto questo (cioè la sfolgorante economic illiteracy di alcuni operatori di mercato: d'altronde, se fossero tutti bravi, per definizione non ci sarebbero crisi...), quanto quello di fondo, che spiegavo all'illustre collega: la percezione che dell'Italia si ha all'estero è stata criminosamente distorta dai governi italiani che volevano usare la retorica dell'emergenza per imporre una loro agenda classista agli elettori, estorcendone il consenso col ricatto.

Tuttavia, questa percezione non corrisponde alla realtà, come gli stessi governi cialtroni e nemici del paese che hanno finora imperato sono stato costretti ad ammettere quando hanno capito che spalando merda su un'intera comunità di persone di norma e in media laboriose, ingegnose e oneste, stavano segando il ramo sul quale erano essi stessi seduti. Sono nati così progetti quali pride and prejudice (già il titolo la dice lunga), nei quali gli "esperti" di quelle stesse forze politiche che avevano vilipeso il paese rasentando (e secondo me oltrepassando, ma io faccio solo il parlamentare) il limite del codice penale, dicevano, con il consueto ritardo di alcuni anni, quanto i miei lettori sanno benissimo, ovvero che i fondamentali economici del Paese sono solidi.

Spiegavo, quindi, all'illustre collega, che scommettere contro l'Italia non è essere particolarmente lungimiranti. Certo, ci si possono fare dei soldi, anche dei bei soldi, magari, nell'immediato, e si possono creare problemi, anche grossi problemi al paese. Ma, anche astraendo dal fatto che in questo periodo di rifiuto della globalizzazione non credo convenga ai mercati dichiararsi nemici della democrazia (Trump c'è), e in questo periodo di elezioni europee non conviene all'Unione Europea dichiararsi nemica dell'Italia (volete una maggioranza euroscettica all'Europarlamento?), resta il fatto che i soldi veri li farà chi scommetterà a favore, chi scommetterà sulla capacità degli italiani di creare valore col loro ingegno e la loro tenacia. Quanto a noi, alla nostra comunità, occorre che riprendiamo coscienza del nostro valore partendo dai dati, e che, nel rispetto dello stato di diritto, facciamo valere quei pesi e contrappesi che sono l'argine contro derive eversive, cominciando dal chiedere nelle sedi opportune a chi per evidenti fini strumentiali di manipolazione del consenso politico o del mercato vilipende la nazione, o ne pronostica in sedi inappropriate una futura, imminente catastrofe, su quali basi appoggi i suoi argomenti, e quali dati abbia che smentiscano le (postume) slides del MEF.

Attendiamo fiduciosi.

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