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La Merkel prepara il suo “piano B”

Gli scenari per un’uscita dall’euro

di Andrea Muratore

Nelle ultime settimane in Germania si è acceso un interessante dibattito sul tema dell’euro e sulla riforma dei trattati comunitari, nel quale ha assunto risonanza la proposta avanzata a un convegno del 14 marzo scorso da un gruppo di influenti economisti vicini all’attuale esecutivo, formato da Hans-Werner Sinn, Clemens Fuest, Kai Konrad e Christoph Schmid, consistente nell’inserimento nella legislazione dell’Unione europea di una procedura espressamente dedicata all’uscita di un Paese dalla moneta unica.

La discussione è decisamente rilevante, dato che la Germania è universalmente riconosciuta come il grande “vincitore” dell’integrazione monetaria, che ha di fatto rappresentato un sostegno fondamentale per la dilatazione del suo surplus commerciale nei confronti del resto del mondo, e indicativa: di fatto, un decennio di crisi economica ha portato in emersione tutte le criticità dell’euro, compresa la mancanza di sostegni concreti alla sua fondamentale irreversibilità.

 

Le lacune del diritto comunitario sull’euro

Il Trattato di Lisbona del 2007 ha riempito una lacuna notevole nel diritto dell’Ue esplicitando, tramite l’Articolo 50, la procedura formale con cui un Paese può richiedere formalmente l’uscita dalla divisa comunitaria. Allo stato attuale delle cose, l’Articolo 50 rappresenta l’unica via legale che permetterebbe a una nazione di sganciarsi volontariamente dall’euro, ma al tempo stesso comporterebbe l’esclusione dall’Unione nel suo complesso e dal mercato comune.

Già nel 1997, in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, l’economista statunitense Martin Feldstein notava come proprio le pretese di irreversibilità dell’unione monetaria europea ne avrebbero minato la solidità: “Si tratta di un’unione celeste destinata a durare per sempre […] L’esperienza statunitense con la secessione del Sud potrebbe offrire alcune lezioni circa i pericoli di un trattato o di una costituzione che non prevedono vie d’uscita”.

 

La Germania tra la riforma dell’Unione e il piano B sull’euro

Per la Germania, infatti, l’inserimento della clausola regolatoria per l’uscita dall’euro sarebbe il naturale contraltare a una riforma delle istituzioni europee proposta a fine 2017 dalla Commissione che prevedono l’introduzione di strumenti normativi volti a garantire un certo livello di condivisione del rischio sui debiti pubblici comunitari e un incremento dei trasferimenti ai Paesi periferici. Un varo di tale riforma, ha scritto Marcello Minenna sull’ultimo numero di Limes, “significherebbe per la Germania rinunciare all’assetto corrente […] nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni ultracompetitive”.

La Germania uscirebbe dall’euro solo se questa decisione servisse a preservare il proprio interesse nazionale: e una valutazione fondamentale dell’opportunità passerà dall’analisi di un importante parametro economico europeo, i saldi del cosiddetto Target2.

 

Quel credito da 900 miliardi di euro di Berlino nel Target2

Usando le parole della Bce, il saldo Target2 è “la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. […] Target2 è un sistema di pagamento che consente il trasferimento di moneta tra le banche dell’Ue in tempo reale. Questa funzione è definita regolamento lordo in tempo reale”.

Il quantitative easing in via di esaurimento della Bce e i suoi predecessori hanno, negli ultimi anni, portato Francoforte a imponenti acquisti di titoli di debito nazionali che hanno coinvolto le banche centrali nazionali come intermediatori, dilatando di conseguenza i bilanci del Target2, che rifletto debiti e crediti virtuali nel momento in cui due Paesi rimangono ancorati al sistema euro.

Non è un caso che la discussione sull’opportunità per la Germania di uscire dall’euro in futuro si sia palesata dopo che le elezioni italiane avevano turbato notevolmente il panorama continentale: l’Italia, con i 442 miliardi di debito della Banca d’Italia nel Target2, è agli antipodi rispetto alla Germania, che ha visto la Bundesbank raggiungere il credito-record di 913 miliardi!

 

La Germania non vuole perdere il credito nel Target2

Come scritto da Minenna su Business Insider, “ecco dunque che in questa prospettiva si capiscono le preoccupazioni tedesche. Il loro credito “potenziale” di oltre 900 miliardi verso l’Eurozona potrebbe essere di impossibile riscossione se si trovassero di fronte ad un’uscita unilaterale di un Paese Periferico come Italia e Spagna, o anche se fosse il governo tedesco ad optare per il ritorno ad un nuovo marco”. Diversa cosa sarebbe invece una procedura concordata alla cui eventualità di fatto la Bundesbank si prepara da anni, tanto che dal 2012 il suo direttore Weidmann propone un’ipotesi di collateralizzazione dei saldi Target2 dove le banche centrali dovrebbero porre a garanzia di eventuali deficit degli attivi di sicuro valore, come l’oro.

Dalla sua posizione di forza, la Germania si può permettere di stabilire le regole del gioco con cui impostare la riforma dei trattati: mai quanto nel caso in questione è necessario che i Paesi europei mitighino le pretese di Berlino in sede comunitaria, per evitare che la Germania, già vincitrice dell’integrazione, risulti anche l’unica nazione di successo della dissoluzione dell’unione monetaria o di un suo abbandono. Il nuovo governo italiano, sul tema della solidarietà intercomunitaria, sarà chiamato a una sfida cruciale.

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