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Nell’interesse dell’Italia, sostegno trasversale al Progetto Savona

di Stefano Fassina

Nei giorni scorsi, il ministro per gli Affari europei Paolo Savona ha inviato ai governi dell’Unione e alla Commissione europea un progetto già dal titolo opportunamente ambizioso: “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa“. Il riferimento, come indicato nella premessa, a “una politeia, invece della consueta governance, esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda – mutuata dalle discipline di management – indica le regole di gestione delle risorse”.

Il progetto di Savona è un testo politico, nonostante il rigore tecnico da tempo inusuale nel discorso pubblico. È un’operazione del governo italiano in netta discontinuità con il passato. Anzi, è la prima volta che viene ufficialmente proposta da un governo dell’Unione una discussione sui “difetti” di impianto dei Trattati europei e delle istituzioni dell’eurozona, cause delle insostenibili divergenze economiche, non soltanto tra Paesi membri, ma tra territori e tra interessi sociali.

È anche la prima volta, a parte il precedente del governo Tsipras-Varoufakis, che un governo dell’Unione evidenzia ufficialmente che il problema prioritario della tenuta della moneta unica e dell’Unione è la sistematica, strutturale carenza di domanda aggregata: soffocata da politiche fiscali, per rigido disegno, pro-cicliche, in coerenza con il mercantilismo estremo diffuso dall’epicentro tedesco e olandese al resto della “comunità” (causa primaria della risposta protezionista della presidenza Trump).

È anche la prima volta che un governo dell’eurozona propone ufficialmente la revisione dello statuto della Bce al fine di consentire all’istituto di Francoforte di fare il prestatore di ultima istanza, quando necessario (ossia acquistare direttamente titoli di debito pubblico).

In alternativa alla autolesionistica agenda liberista dominante, sulla base della fondata analisi richiamata, il documento Savona propone una rotta keynesiana per la crescita e la riduzione del debito pubblico attraverso il rilancio degli investimenti pubblici e un obiettivo di “deficit dinamico”. Non è esplicitato nel testo e il ministro non ne ha mai neanche accennato, ma il documento italiano inviato a Bruxelles da Paolo Savona “dialoga” con la Dichiarazione di Meseberg, sottoscritta dalla Cancelliera Merkel e dal Presidente Macron a metà giugno scorso con l’obiettivo, poi giustamente bloccato dal governo italiano e dai governi degli altri “Piigs”, di introdurne i punti principali nel documento finale del vertice dei Capi di Stato e di governo del 28-29 giugno scorso.

A Meseberg, i campioni di europeismo hanno codificato il “Modello Grecia” e definito per i Paesi ad alto debito pubblico “soluzioni” di ristrutturazione sotto pesanti conditionality e totale espropriazione di spazi di decisione democratica tramite un Fondo Monetario Europeo dominato dai Paesi “core“. L’arresto dell’offensiva franco-tedesca è temporaneo. Torneranno alla carica.

L’iniziativa del ministro Savona, a nome del governo italiano, l’avrebbe dovuta fare, come avevamo suggerito su questo blog a maggio e luglio 2014, il governo Renzi forte, a maggio di quattro anni fa, del 40,8% dei voti raccolti alle elezioni europee e dotato della Presidenza dell’Unione dal 1 luglio 2014. Invece, per inconsapevolezza o ossessione elettorale, il neo-nato governo negoziò un po’ di flessibilità di deficit per la politica dei bonus e le costose e inutili misure supply side del Jobs Act.

Come allora, un’iniziativa necessaria rischia di essere sprecata anche ora, dove a Roma siede un governo con una significativa maggioranza parlamentare e un largo consenso popolare. In sostituzione di pirotecniche, scomposte e inutili reazioni (come il “ricatto” con sequestro di persone sulla nave Diciotti) all’ottusa chiusura nazionalistica dei partner dell’Unione e alle inaccettabili valutazioni politiche di spompati Commissari, il documento definito dal Ministro Savona dovrebbe essere la trama dell’offensiva dei nostri battaglieri Vice-Premier a Bruxelles.

Dovrebbero proporla, loro per primi, a tutte le forze politiche presenti in Parlamento e a tutte le rappresentanze economiche e sociali. I partiti di opposizione dovrebbero raccoglierla, invece di confidare nel “Generale Spread” e nelle contraddizioni imposte alla maggioranza duale dai vincoli della prossima Legge di Bilancio.

Sarebbe un messaggio di straordinaria lungimiranza politica, di adeguatezza delle classi dirigenti italiane, un’atto parlamentare, approvato all’unanimità, di sostegno alla proposta del governo italiano elaborata dal ministro Savona. L’occasione utile per discuterla e votarla è il passaggio parlamentare, tra un paio di settimane, della risoluzione di approvazione della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. È interesse dell’Italia, non della Lega o del M5S. Sarebbe utile anche per una “Finanziaria” meno elettorale. Va cambiato spartito. Proviamoci.

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