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Quel deficit è necessario, coraggioso e pericoloso

di Stefano Fassina

L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è necessario e coraggioso, quindi pericoloso, come evidenzia la prevedibile e prevista agitazione dei mercati. Non è un obiettivo significativamente espansivo, dato che il 2018 è previsto chiudersi intorno al 2% del Pil. Ma evita il soffocamento dell’economia reale, in particolare della domanda interna, conseguenza del quadro “tendenziale”, segnato dal l’inseguimento degli autolesionisti parametri del Fiscal Compact.

Evita anche la negazione ex ante del senso politico profondo del voto del 4 Marzo e della insopprimibile domanda di riscossa sociale delle periferie e delle classi medie. Un terreno dimenticato da chi è attento ai principi democratici quando sono violati i diritti civili in Ungheria, ma rimuove i colpi mortali ai diritti sociali imposti dai governi “europeisti” in Grecia.

L’obiettivo scritto nella Nota di Aggiornamento al Def, in quanto necessario e coraggioso, è pericoloso. Gli spread tornano sotto controllo, dopo uno scossone iniziale, e consentono una robusta ripresa della produzione e della buona occupazione, quindi la stabilizzazione del debito pubblico oppure scatta la spirale di segno opposto?

È evidente che le conseguenze macroeconomiche, finanziarie e sociali dipendono da due fattori cruciali: la variazione della composizione dei programmi di spesa e delle entrate ma soprattutto, le reazioni politiche dei grandi interessi colpiti e gli effetti sui “mercati”.

Sul primo fronte, rilevano tanto le misure da introdurre e il relativo peso di bilancio (le risorse aggiuntive rispetto al Rei dedicate al “reddito di cittadinanza”, l’innalzamento delle pensioni minime, l’allentamento della Legge Monti-Fornero, l’ampliamento del “forfettone” fiscale, l’integrazione dei programmi di investimenti pubblici, in particolare nel Mezzogiorno, per citare le principali), quanto i tagli ai programmi in essere e alle detrazioni fiscali. È infatti insufficiente l’extra deficit rispetto al “tendenziale” a politiche invariate, circa 8 miliardi di euro per il prossimo anno, per finanziare le promesse elettorali in via di attuazione.

Sul secondo fronte, è decisiva la risposta politica nazionale e, soprattutto, sovranazionale all’insubordinazione del Governo M5S-Lega. Quali saranno le scelte politiche della Bce in relazione al comportamento dei principali acquirenti dei nostri Titoli di Stato? L’interazione Berlino-Francoforte porterà a far prevalere la preoccupazione per il rischio di instabilità politica e istituzionale in Italia e per le conseguenti ricadute sistemiche sui mercati finanziari europei e globali del nostro ingente debito pubblico oppure condurrà alle frustate di disciplinamento per inibire ricadute imitative, come nel caso della Grecia di Syriza?

A Berlino, avrà un effetto di ammorbidimento sull’intransigenza mercantilista il patto politico avviato da Manfred Weber, candidato Csu alla presidenza della Commissione europea, tra Partito Popolare Europeo e i cosiddetti governi “sovranisti”? I governi di Stati Uniti, Russia e Cina visitati di recente dai nostri Ministri economici e dal Presidente del Consiglio, per i loro interessi geo-politici nel vecchio continente, azioneranno le leve dei loro potenti fondi più o meno sovrani?

Si apre una inedita partita. Finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, ahimè non sufficiente dati i rapporti di forza interni e esterni, al primato della sovranità costituzionale. La cosiddetta sinistra da che parte sta? Continua ad affidarsi al “Generale Spread” per miopi illusioni elettorali? Insiste a stare dalla parte degli interessi più forti e a fare coppia di fatto con Ms T.I.N.A. (“There is no alternative” al dominio neo-liberista)?

Torniamo dalla parte del lavoro e dell’Italia.

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