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linterferenza

Sul concetto di patria

di Fabrizio Marchi

La nascita dell’associazione, “Patria e Costituzione”, recentemente fondata da Stefano Fassina (ex PD, SI, e LeU), Alfredo D’Attorre (ex PD e SI) e altri (fra cui l’economista comunista Vladimiro Giacchè), ha suscitato nella “sinistra liberale” e ancor più in quella “radicale” reazioni a dir poco veementi e in taluni casi anche violente.

La critica più feroce e ormai anche scontata è quella di “rossobrunismo”, etichetta che viene appiccicata a chiunque osi criticare l’ideologia politicamente corretta che accomuna da tempo destra e “sinistra” liberali (e liberiste) ma anche la “sinistra” cosiddetta “radicale”, quindi tutto l’arco politico che va da Macron a Tsipras e, per quanto riguarda le vicende di casa nostra, da Berlusconi alla Boldrini con tutto quello che c’è in mezzo.

Una delle ragioni per cui tale associazione è stata accusata di flirtare o comunque di essere ideologicamente e politicamente subalterna alla destra e alla Lega in particolare è proprio, fra gli altri, il richiamo alla patria (oltre alla sovranità nazionale di cui ci occuperemo in un altro articolo ad hoc) a cui si ispira, che viene letto e interpretato dai suddetti critici solo ed esclusivamente in chiave neo conservatrice e reazionaria.

Questo è un errore madornale. Il rischio che tale associazione finisca – e chi scrive non se lo augura di certo – per essere subalterna alla destra esiste ed è molto concreto, a mio parere, ma su altre questioni, fra cui, ad esempio, il modo di posizionarsi rispetto al fenomeno dell’immigrazione. Ma di questa questione mi occuperò in altro momento.

Ora, che il concetto di patria sia stato in buona parte storicamente egemonizzato dalla destra è sicuramente vero. Ma questo è stato un errore della sinistra (di quella occidentale, per la verità, sia essa socialdemocratica, liberale e anche marxista, ma non di quella comunista e socialista non occidentale e certamente non dei movimenti di liberazione nazionale e anticolonialisti di tutto il mondo…) che lo ha “regalato” alla destra, la quale se ne è solo appropriata in modo ambiguo, strumentale ed ipocrita.

Le ragioni di questa ipocrisia sono peraltro evidenti. Per la destra o, per meglio dire, le destre, la sola patria che conta è la propria, quella degli altri può essere tranquillamente calpestata, occupata, bombardata. Non credo ci sia bisogna di ricorrere alla storia per sapere come i regimi fascisti e nazisti che del concetto di patria facevano una loro bandiera, abbiano sistematicamente e platealmente calpestato l’altrui suolo patrio e insieme a questo il diritto degli altri popoli e delle altre nazioni a godere della propria indipendenza e autodeterminazione.

Ma lo stesso identico discorso vale per le grandi potenze liberali e occidentali da sempre intrise di nazionalismo e di “amor patrio”, quindi in primis per la Gran Bretagna, la Francia, gli Stati Uniti d’America e prima ancora la Spagna e il Portogallo. Tutti stati e nazioni nei quali il concetto di patria è stato addirittura esaltato anche se, il più delle volte se non sempre, in modo assolutamente ipocrita e strumentale, come dicevo poc’anzi. Se, infatti, si considera la patria come un valore imprescindibile e se, di conseguenza, la si considera sacra ed inviolabile, logica e coerenza vorrebbero che anche le patrie altrui siano considerate altrettanto sacre ed inviolabili. Anche in questo caso, sappiamo perfettamente come è andata la storia. I “sacri valori” della patria sono stati utilizzati per coprire e giustificare ideologicamente l’aggressione, l’occupazione, la colonizzazione e in ultima analisi l’assoggettamento di tutti i popoli del mondo, dall’Asia, all’Africa, alle Americhe fino all’Oceania.

Le destre, quindi, sia quelle fasciste che quelle conservatrici e/o liberali, sono quelle che meno di chiunque altro hanno il diritto di gonfiarsi il petto parlando di patria.

Al contrario – come accennavo poc’anzi – i movimenti comunisti, socialisti, “nazionalisti progressisti” (pensiamo ad esempio al nazionalismo arabo laico e socialista) e anticolonialisti sono quelli che coerentemente hanno avuto nella patria uno dei loro principali riferimenti per rivendicare il loro diritto alla libertà, all’indipendenza e all’autodeterminazione.

Nell’URSS, dalla sua nascita fino al suo scioglimento, la patria era celebrata con grande enfasi. La seconda guerra mondiale è stata, nell’immaginario di tutti i russi (e, a suo tempo, di tutti i sovietici) la Grande Guerra Patriottica che portò alla sconfitta del nazifascismo. Stesso discorso per la Cuba rivoluzionaria (celebre il famoso “Patria o muerte” con cui Guevara concluse un suo discorso all’ONU nel 1964 https://youtu.be/y1gX5NzBeIQ ) e anche per quella attuale dove l’elemento patriottico è uno dei pilastri ideologici della resistenza al tentativo di strangolamento da parte degli USA.

Alla difesa della patria – una patria socialista, certamente – fece appello il Presidente Allende, nel suo ultimo drammatico discorso al popolo cileno, prima di cadere vittima dei golpisti fascisti (e liberisti) sostenuti e armati dalla CIA. Alla patria facevano riferimento i movimenti anticolonialisti e antimperialisti (e molto spesso, se non quasi sempre, socialisti e comunisti), dell’Algeria, dell’Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau, della Palestina, del Vietnam e di tanti altri ancora.  Alla patria faceva e fa riferimento il “socialismo bolivariano” latinoamericano proprio come arma ideologica e politica contro le ingerenze degli USA. Alla patria hanno fatto riferimento i comunisti jugoslavi guidati da Tito contro l’occupazione nazista e la Resistenza dei partigiani in Italia da cui è scaturita la Costituzione di questo paese. Alla patria, facendo un salto un po’ più indietro, facevano appunto riferimento Mazzini, Garibaldi, e tutti gli altri che hanno dato vita al Risorgimento e al processo di unificazione (o di annessione imperialista da parte del Regno di Sardegna…) dell’Italia, pur con tutte le sue contraddizioni…

Gran parte di quei movimenti erano e sono (per lo meno di ciò che rimane…) al contempo anche internazionalisti, nel senso che coniugavano il concetto di patria (fondamentale per rivendicare il diritto all’autodeterminazione dei rispettivi popoli) con quello della solidarietà di classe fra tutti i proletari e i poveri del mondo, indipendentemente dalla loro nazionalità. Non c’è contraddizione, infatti, fra i due concetti, come vorrebbe una certa vulgata “marxista (meglio dire, post marxista) occidentale”. Il punto vero sono i contenuti. E’ infatti ovvio, se non scontato, che un movimento marxista e/o socialista non potrà mai sostenere il concetto di patria in sé e per sè, come un valore assoluto e quindi decontestualizzato. Ed è quindi altrettanto ovvio che non potrà sostenerlo anche e soprattutto nel momento in cui quel concetto viene utilizzato come falsa coscienza per coprire politiche imperialiste e colonialiste oppure stati-nazione capitalisti e reazionari o addirittura fascisti.

Come vediamo, dunque, il concetto di patria può rappresentare un valore così come un dis-valore, un principio nobile così come uno strumento ideologico, a seconda dei contenuti e del contesto.

Scrivo queste parole indipendentemente dal mio personale giudizio sulla neonata associazione e su quelle che orbitano in quella stessa area politica. Credo infatti che in questa particolare fase storica non sia rivalutando o riproponendo in una diversa (e pur condivisibile) chiave il concetto di patria che si possa ricostruire un rapporto con quelle masse popolari colpevolmente abbandonate dalla sinistra e che negli ultimi anni si sono rivolte alla destra o alle diverse forze populiste. I circa 12 (dicasi dodici) milioni di cittadini italiani, in larghissima parte appartenenti ai ceti popolari, che hanno dato il loro voto al M5S alle scorse elezioni del 4 marzo, non lo hanno fatto per “amor di patria” bensì perchè hanno visto in quella forza politica lo strumento per veicolare e dare una risposta concreta al loro disagio sociale.

In questo senso, credo che la “riabilitazione” a sinistra del concetto di patria proposta dai promotori di “Patria e Costituzione” (ma anche da quelli della contigua e anch’essa neonata associazione Rinascita!) – pur giusta e necessaria nei termini generali che ho cercato di spiegare – possa concretamente declinarsi, nel caso e nel momento specifico, nel tentativo di rincorrere la destra sul suo stesso terreno (così come sulla risposta che quella stessa area politica o parte di quella stessa area politica sembrerebbe paventare sulla questione dell’immigrazione) nella speranza di riconquistare credibilità e consensi per lo meno presso una parte dei ceti popolari.

Penso che la strada per ricostruire quel rapporto sia di altro genere ma anche di questo tratterò in un successivo e specifico articolo.

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