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La Commissione Ue gioca sporco. Il piano per piegare il governo

di Andrea Muratore

Respingendo la manovra economica dell’Italia la Commissione europea ha compiuto un atto senza precedenti, portando all’apice la tensione tra Bruxelles e Roma e il dibattito tra il “partito del rigore”, che i commissari Moscovici e Dombrovskis e il presidente Juncker hanno incarnato nelle ultime settimane, e l’esecutivo Movimento Cinque Stelle-Lega, che con l’obiettivo di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil ha imposto un cambio di direzione rispetto al recente passato.

Le criticità della manovra economica del governo Conte esistono, e sono ben note. La stessa eterogeneità ideologica tra le forze di governo contribuisce ad acuirne le componenti contraddittorie ma, al tempo stesso, è necessario sottolineare come con l’Italia, ultimamente, le istituzioni comunitarie abbiano trattato in una maniera a dir poco dilettantesca, non mostrando alcuna sintonia con l’avvenuto cambio di prospettive politiche nel Paese e, anzi, rilasciando molto spesso a mercati aperti dichiarazioni nette, cariche di afflato moralistico verso l’Italia, che hanno influenzato in maniera sfavorevole a Roma l’andamento delle borse e dello spread

 

La “fronda” italiana contro la Commissione

La Commissione percepisce la presa di posizione italiana come una vera e propria “fronda” contro i parametri comunitari: idea a suo modo bizzarra se si pensa che la manovra italiana, di fatto, è largamente all’interno della soglia del 3% nel rapporto debito/Pil.

Nei palazzi di potere dell’Unione si percepisce la stessa aria che si respirava all’inizio dell’estate 2015, quando in un sussulto d’orgoglio il primo ministro greco Alexis Tsipras impose un referendum sull’accettazione del memorandum di aiuti economici della Troika, che finì respinto a grande maggioranza dal voto popolare, prima del dietrofront di Tsipras e del proseguimento dell’austerità nel Paese.

“L’episodio della Grecia dell’estate 2015 è stato il primo tentativo, consapevolmente rivendicato, di far esplodere le austere catene legali dell’Unione europea”, scrive Steve Ohana su Le Figaro. “L’avvento al potere della coalizione italiana M5S / Lega nel maggio 2018 ha segnato una nuova svolta in questa fronda dei popoli europei contro l’edificio tecnico-giuridico europeo. La terza più grande economia della zona euro, che rappresenta il più grande mercato obbligazionario europeo, si è messa alla guida della rivolta contro le regole di governance europee”.

I leader politici italiani, con Matteo Salvini in prima fila, non hanno problemi a rivendicare come obiettivo politico il successo di questa rivolta. Si mira, per usare le parole di Giulio Sapelli, a far “cadere il muro di Bruxelles”. Inoltre, prosegue Ohana, “la trasgressione non riguarda semplicemente il bilancio, ma praticamente mette in discussione tutta l’ortodossia economica promossa dalle istituzioni europee per trent’anni (mercato del lavoro flessibile, riforma delle pensioni, privatizzazione delle infrastrutture, ecc.) oltre alle norme europee sull’accoglienza dei migranti”. Le elezioni europee, in questo contesto, appaiono come uno spartiacque storico, tanto più se dovesse concretizzarsi l’ipotesi di una candidatura di Salvini alla guida della Commissione in rappresentanza della destra continentale.

 

I problemi tecnici che viziano l’analisi della Commissione

Vi è poi da considerare un dato importante: la Commissione non si focalizza esclusivamente sul rapporto deficit/Pil, ma va oltre, focalizzandosi sul cosiddetto deficit “strutturale”, che esclude sia politiche estemporanee, come i costi per rispondere a un disastro naturale, sia la tendenza all’aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

E proprio il deficit strutturale è stato oggetto delle accuse della Commissione per la “deviazione significativa dal percorso di aggiustamento” dal governo Gentiloni al governo Conte. Come ha scritto Marcello Minenna sul Wall Street Journal, “per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6% del Pil”, mentre “bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8%”.

“Quello che la Commissione non vuole ammettere”, prosegue il celebre economista, “è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale.

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso: “La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali”. La disoccupazione oscillante intorno alla doppia cifra e il deficit di investimenti, a cui la manovra non pone rimedio se non minimamente, rende a dir poco fuorvianti questi presupposti.

 

La soluzione di lungo termine? Una Bce più forte

In questo contesto, il braccio di ferro tra Italia e Commissione ha prodotto l’effetto principale sui titoli di debito italiani e sul livello del tasso d’interesse ad essi associato. La grande assente è apparsa la Banca Centrale Europea: Mario Draghi ha parlato in poche, simboliche occasioni, ma più che proporre azioni concrete è parso agire di concerto con la Commissione nella critica alla manovra italiana. La fine imminente del quantitative easing, in questo contesto, rischia di palesare tutti i limiti della manovra di espansione monetaria della Bce, ovvero la sua natura di misura-tampone che, sul lungo periodo, difficilmente può ridurre gli squilibri all’interno dell’area euro.

La mancanza di una Bce capace di essere, sino in fondo, “banca centrale” e di agire non solo per tamponare le falle ma per rafforzare lo scafo dell’Unione è un grande limite in questa fase storica. Sergio Cesaratto ha dichiarato al Sussidiario: “Francoforte ha tanti strumenti a disposizione, se vuole. Tra il 2010 e il 2012 la Bce ha adottato un programma che si chiama Security market program, con il quale acquistava titoli greci, irlandesi, portoghesi, spagnoli e italiani. Non sarebbe difficile giustificarne la ripresa, perché la Bce è tenuta a garantire lo stesso costo del credito in tutti i paesi europei. E l’unico modo per far diminuire i tassi di credito in Italia è sostenere i titoli di debito pubblico”.

Tuttavia, secondo Cesaratto, a Draghi manca la volontà politica per agire e, in un certo senso, la stessa architettura della Bce è completa a metà, e risulta impellente amplificarne il potenziale da prestatore di ultima istanza, in cui la Bce è vincolata dalla proibizione di creare base monetaria attraverso il canale Tesoro e da altri condizionamenti, ai quali essa aggiunge quello di sottoporre i suoi interventi a vincoli sull’esercizio della sovranità fiscale nazionale in linea con l’impostazione della politica economica dell’Unione.

E proprio in questa direzione di rafforzamento istituzionale va il documento presentato a settembre da Paolo Savona a Bruxelles, intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Nella proposta di Savona, l’architettura istituzionale della politica monetaria è vista come funzionale a una politica europea volta alla crescita capace di rompere le contraddizioni tra Commissione e Stati. Necessità che dopo il conflitto Bruxelles-Roma si è dimostrata essere più impellente che mai.

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