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rinascita

Il PIL non va, la rabbia sì

di Ugo Boghetta

La notizia di ieri è che il PIL non cresce. Sembra che per nessuno sia una sopresa. In effetti sono anni che taluni vanno dicendo che così rimanendo stiamo andando incontro a lunghi tempi di stagnazione.

L’argomento è affrontato dal Corriere della Sera in due articoli. il primo è firmato dal noto Dario Di Vico. Il secondo consiste in un’intervista a Francesco Pugliese amministratore delegato di Conad.

De Vico afferma che lo stallo del PIL è dovuto al crollo della vendita delle auto (- 25%); ma non sarebbe un caso solo italiano. In Germania il crollo è addirittura del 30%.

Il secondo dato, quello forse più allarmante, è il crollo degli investimenti in macchinari.

Anche il mondo del mattone è piatto come i consumi delle famiglie.

I dati sono tali, dice il nostro, che gli effetti si proietteranno oltre l’anno prossimo. E qui comincia l’elenco delle cose che non vanno del governo Conte: le previsioni innnazitutto e l’impatto che la manovra non avrà sul PIL.

Questo perchè non è detto che tutti quelli che andranno in pensione con la Fornero verranno sostituiti. E il reddito di cittadinanza non si sa se e come verrà speso. Ed entrambi i provvedimenti, inoltre, entreranno in vigore ad anno inoltrato diminuendone gli effetti.

E’ cosa curiosa questa accusa visto che lo spalmare le misure viene fatto proprio per diminuire l’impatto su quel debito così frontalmente attaccato.

L’amministratore del Conad, da parte sua, afferma che i segnali del rallentamento erano già chiari da gennaio. Dunque il governo gialloverde, anche in questo caso, non c’entra nulla. Pugliese, inoltre, afferma che gli aumenti di occupazione non hanno un grande impatto in quanto il lavoro a tempo determinato è poco pagato. É la stessa cosa che dice Di Vico a proposito di chi sostituirà gli esodandi.

Interessante è anche l’inchiesta promossa da Conad assieme al Censis. Da questa risulterebbe che all’inizio dell’anno il 28% degli italiani ha dichiarato che la sua situazione sarebbe migliorata mentre il 35% ha invece affermato che sarebbe migliorata quella degli altri.

La chiamano “la curva dell’invidia”. Una curva che dieci anni fa non vedeva alcuno scarto. Una curva la cui crescita , dico io, spiega molte cose in termini sociali (immigrati) e politici (voto 4 marzo).

L’AD di Conad, infine, ribadisce che il problema è quello di fare ripartire i consumi interni non potendo fare conto solo sull’export. Export che è soggetto alle varie e notevoli fibrillazioni internazionali. E conclude positivamente affermando che c’è un’Italia, al nord come al sud, che reagisce. E che questo dipende dalla fiducia. Fiducia che gli italiani sembrano non possere superati solo dai greci.

Se volessimo essere polemici, e lo siamo, la sfiducia dipende dunque dalle vessazioni che si devono subire da parte dei vertici unionisti. Non credo che sia calata in questi ultimi tempi.

In secondo luogo, il puntare sullo sviluppo del mercato interno rimane una priorità che solo questo governo, e malamente, sembra perseguire. In terzo luogo una ripresa duratura è frutto di alcuni anni di crescita. E questa, a sua volta, è il frutto di investimenti programmati e consistenti nel sistema economico e nel suo cambiamento.

In questo caso manca lo Stato programmatore e imprenditore di prima istanza. Una bestemmia per tutti. Non si può certo pensare al solito sviluppo di mattone e cemento.

Le grandi opere, notariamente, costano molto, danno poca occupazione ma grandi guadagni alle imprese.

Manca invece la lotta di classe che almeno alzi salari e diritti costringendo tutti ad innovazioni positive. Così si dicevano un tempo i riformisti.

Ed infine una considerazione sui dati.

L’aumento del PIL sul piano delle diseguaglianze e, dunque, sulla “curva dell’invidia sociale” non dice nulla: possono aumentare contemporaneamente.

Non è tempo di una politica fatta giorno per giorno. E, come ha scritto qualcuno, non è nemmeno tempo di medie statistiche.

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