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Nota preliminare a Robert Kurz: "La crisi del valore di scambio"

di Thomas Meyer

Qui si richiama espressamente, e di nuovo, quello che è un testo fondamentale della critica del valore, "La crisi del valore di scambio. La scienza come forza produttiva, lavoro produttivo e riproduzione capitalista"[ N.d.T: il testo, tradotto in italiano nella sua interezza, può essere letto qui ], scritto da Robert Kurz ormai 32 anni fa. È stato il punto di partenza per i successivi testi ed i successivi libri sulla teoria della crisi, nei quali le idee di questo testo hanno continuato ad essere sviluppate o sono state ulteriormente spiegate, non da ultimo nel contesto di un approccio critico di quella che si è rivelata essere una critica androcentrica del valore, così come è stato formulato da Roswitha Scholz nel suo testo "Il valore è l'uomo" [*1] e in diversi altri testi. Va notato che questo testo fondamentale della teoria della crisi non viene mai menzionato da nessuna parte da Trenkle e Lohoff nel loro libro "La grande svalorizzazione" [*2], dove anche "Il collasso della modernizzazione" [*3] – sempre di Robert Kurz - viene menzionato solo di passaggio, in una nota a piè di pagina.

È disonesto suggerire che la teoria della crisi sarebbe provenuta più o meno dalle loro teste (citando a tale scopo due autori, Postone e Konicz).

Ma le motivazioni per presentare di nuovo questo testo risiedono anche nel fatto che quelle che erano idee molto importanti di Kurz si trovavano già esplicitamente formulate in questo testo, ragion per cui alcune critiche provenienti dalla sinistra tradizionale non possono essere in alcun modo minimizzate, come se si fosse trattato di un "malinteso", ma devono essere considerate dei veri e propri fallimenti intellettuali. Kurz aveva scritto esplicitamente che la svalorizzazione del valore era un processo che sarebbe durato per decenni:

«Bisognerebbe ora affrontare l'obiezione probabilmente inevitabile secondo cui la teoria della svalorizzazione del valore qui delineata è falsa e potenzialmente "utopica" per la ragione che essa presuppone come standard sociale l'assoluta e completa automazione della produzione nel suo insieme, la "fabbrica fantasma, deprivata di esseri umani" e così via. Una simile obiezione sarebbe ingenua in quanto non terrebbe conto del fatto che la "logica dell'accumulazione" del capitale è condizionata dalla produzione di plusvalore relativo, e rimarrebbe perciò prigioniera di definizioni rigide. Il collasso della relazione di valore non aspetta, "per partire", che sia avvenuta l'eliminazione dell'ultimo lavoratore dalla produzione immediata, ma inizia proprio in quel momento storico in cui la relazione generale fra eliminazione e riassorbimento del lavoro vivente immediatamente produttivo comincia a "ribaltarsi" - cioè, a partire già dal momento (e dopo in misura crescente) in cui viene eliminato più lavoro vivente immediatamente produttivo di quanto ne venga riassorbito. Questo momento, nella misura in cui può essere definito come un vero e proprio punto, probabilmente è stato già oltrepassato, approssimativamente fra l'inizio e la metà degli anni 1970: non è una coincidenza che, sia il collasso del sistema monetario di Bretton Woods che l'inizio della disoccupazione tecnologica di massa abbiano luogo in questo periodo. Non bisogna, certamente, immaginare il collasso della relazione di valore come un evento improvviso ed irripetibile (anche se improvvise cadute e collassi, come fallimenti bancari e fallimenti di massa, saranno parte di questo processo), ma piuttosto come un processo storico, come un'epoca che durerà forse per molti decenni e nella quale l'economia capitalista mondiale non può più sfuggire al maelstrom della crisi ed ai processi di svalorizzazione, dove aumenterà la disoccupazione di massa e, inevitabilmente, ad essa seguirà prima o poi la lotta di classe

In questo testo, Kurz ha anche sottolineato che ad essere decisivo, per la teoria della crisi, è il piano del capitale globale, e non quello delle imprese individuali; una questione che è stata affrontata successivamente in maniera dettagliata nel libro "Denaro senza valore" [*4]:

«Qui, "l'inversione" della situazione reale della società nel suo insieme attraverso il movimento della "competizione" diventa chiaro. Nella riproduzione totale sociale del capitale nel suo insieme, la riduzione del lavoro produttivo vivente, ovunque avviene, porta naturalmente anche ad una riduzione nella massa totale di valore. Ma il capitale che ottiene questa riduzione nel lavoro vivente, così facendo si appropria di un profitto più elevato. Il processo reale, che appare in tal modo in forma invertita per il capitale individuale sulla superficie del mercato, è la mancanza di "liquidità" del valore di cambio astratto - la mancanza dei soldi - in rapporto alla rigidità e all'ingombro della massa di prodotti materiali. La massa di valore rappresentato nel valore d'uso materiale e la massa di merce denaro liquido stanno l'una rispetto all'altra in una relazione compensatoria perpetuamente "oscillante", una relazione che è il prodotto di una sproporzionalità, e che assume forme incredibilmente complesse a livello di mercato mondiale. Se le industrie automobilistiche tedesche e giapponesi sviluppano una più alta produttività del lavoro di quella, per esempio, degli inglesi, questo di per sé significa che ogni automobile prodotta in Germania ed in Giappone contiene un quantità più piccola di lavoro umano astratto; cioè, se prendiamo come base la finzione sociale reale della "oggettività del valore" delle cose, una massa di valore più piccola. Questo inoltre, in termini assoluti, significa che nell'industria automobilistica tedesca e giapponese viene prodotta una massa di valore più piccola di quella prodotta nell'industria inglese, fino a quando non viene costruita una capacità produttiva addizionale. Ma sulla superficie del mercato, questa situazione appare completamente differente: proprio a causa della maggior produttività, dell'impiego di meno lavoro vivente, i capitalisti dell'automobile tedesca e giapponese producono a costi minori della loro controparte inglese - e questo è l'unico criterio ad essere di interesse per la "comprensione economica" borghese volgare e astratta - e può quindi offrire i suoi prodotti sul mercato in maniera più conveniente, ed è perciò in grado di buttare fuori dal mercato i fornitori inglesi e registrare comunque profitti extra alla fine del processo.»

Il fatto principale relativo a che questi aspetti non siano presi in considerazione, indica anche anche che non si trattava (o non si tratta) solo di una questione di mancanza di intelligenza, ma che la rottura categoriale significa(va) per molti anche una rottura di identità, e quindi, per chiarire questo sforzo repressivo - che appare anche sotto forma di critica volgare - bisogna ricorrere al piano psicoanalitico. La crisi del capitale è anche la crisi del soggetto.[*5]

Per molti anni, tuttavia, quello che molte persone di sinistra, o molti gruppi di sinistra, hanno fatto, non è stato discutere realmente quelle che erano le esposizioni di Kurz (dal momento che tutti dovevano dire la loro), non è stato continuare a pensare sulle sue idee, ma si sono limitati a prenderle in esame per denunciarle, per volgarizzarle, e in parte per discutere la teoria della crisi solo a livello di scherzo (questo è stato particolarmente vero per i marxisti mummificati dell'età della pietra, e per gli altrettanto mummificati anti-tedeschi). La crisi è stata mistificata, Kurz è stato dipinto come un apocalittico, come se fosse un testimone di Jeova. Robert Kurz sarebbe stato più o meno un pazzoide psicopatico, che non vale nemmeno la pena leggere! [*6] Il "Kannitverstahn" [ Initiative Sozialistisches Forum ] attribuiva a Kurz un'interpretazione assurda che alla fine poi era quella del forum stesso. Veniva anche invocata una certa immediatezza, per cui veniva supposto che il capitalismo avrebbe avuto in qualche modo un collasso, allo stesso modo di qualcuno che viene colto da un attacco cardiaco; quindi, non si negava in assoluto che il collasso sarebbe potuto avvenire «forse nella prossima settimana» (!), come di fatto viene asserito in un opuscolo [*7]. Pertanto, non si può parlare di una discussione seria. Queste persone di certo oggi, quando la crisi ormai è diventata ovvia ed ha raggiunto ormai da tempo il dorato Occidente, non amano ricordare i propri errori. Ci sono alcuni di loro che, per quanto dolorosamente colpiti, possono tuttavia , essendo saggi, imparare dai loro errori; altri, al contrario, continuano ad essere incorreggibili. E per questi ultimi non c'è niente da fare.


Pubblicato su EXIT! nel novembre 2018 -

NOTE:
[*1] - in: Krisis Nr.12, online: https://exit-online.org/textanz1.php?tabelle=autoren&index=30&posnr=25&backtext1=text1.php
[*2] - Ernst Lohoff; Norbert Trenkle: Die große Entwertung – Warum Spekulationen und Staatsverschuldung nicht die Ursache der Krise sindMünster 2012.
[*3] - Robert Kurz: Der Kollaps der Modernisierung – Vom Zusammenbruch des Kasernensozialismus zur Krise der Weltökonomie, Leipzig 1994, 1ª ed. 1991.
[*4] - Robert Kurz: Geld ohne Wert – Grundrisse zu einer Transformation der Kritik der Politischen Ökonomie, Berlin 2012.
[*5] - Leni Wissen: „Die sozialpsychologische Matrix des bürgerlichen Subjekts in der Krise – Eine Lesart der Freud’schen Psychoanalyse aus wert-abspaltungskritischer Sicht“, in: exit! – Krise und Kritik der Warengesellschaft Nr. 14. La cui traduzione in italiano può essere letta a: http://francosenia.blogspot.com/2017/08/matrici.html
[*6] - Queste critiche, nel loro insieme, sono raccolte nel frammento di Kurz , „Krise und Kritik I/II“, in: exit! – Krise und Kritik der Warengesellschaft Nr. 10/11. e può essere letto tradotto in italiano, nella sua interezza, come "Crisi e Critica - Il limite interno del capitale e le fasi di avvizzimento del marxismo" - di Robert Kurz a: http://francosenia.blogspot.com/2014/09/lavoro-morto.html ; e seguenti.
[*7] - E precisamente in Initiative Sozialistisches Forum (Hg.): Der Theoretiker ist der Wert – Eine ideologiekritische Skizze der Wert- und Krisentheorie der Krisis-Gruppe1. unver. Nachdruck, Freiburg 2006, 1ª ed. Freiburg 2000, p.81.

fonte: EXIT!
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