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effimera

Quando l’operaismo si fece progetto politico: la storia di Potere Operaio

di Alberto Pantaloni

Alberto Pantaloni recensisce per Effimera Potere operaio. La storia. La teoria (volume I), di Marco Scavino, DeriveApprodi, Roma 2018, pp. 185

Fra le differenti aree della Sinistra extraparlamentare o rivoluzionaria che agirono nel conflitto politico e sociale dell’Italia degli anni Settanta, quella operaista è forse la più studiata finora e di ciò dobbiamo ringraziare sostanzialmente i tipi di DeriveApprodi. È impossibile qui citare tutta la vastissima produzione di ristampe, nuove ricerche, memorialistica, della casa editrice di Roma sul tema. Mi limiterò qui a ricordare il mastodontico tomo curato da Fabio Milana e Marco Trotta (L’operaismo degli anni sessanta. Da «Quaderni Rossi» a classe operaia, 2008), quello curato da Francesca Pozzi e Guido Borio (Gli operaisti, 2005) e i quattro volumi sull’Autonomia (Gli autonomi, Le storie, le lotte, le teorie, voll. I-II-III, 2007-2008, curati da Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, e Gli autonomi. L’autonomia operaia romana, vol, IV, 2017, curato da Giorgio Ferrarie G. Marco D’Ubaldo). Tuttavia, mancava ancora una ricerca approfondita e sistematizzata sull’organizzazione che più di tutte ha rivendicato l’eredità teorica dell’operaismo italiano, ossia Potere Operaio. Finora la letteratura secondaria a disposizione si concentrava nei due libri scritti dal giornalista Aldo Grandi (La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Einaudi, 2003; Insurrezione armata, Rizzoli, 2005) basati su fonti poliziesco-giudiziarie e su interviste ai protagonisti, e più recentemente sulla memorialistica (come i due volumi autobiografici di Toni Negri, curati da Girolamo De Michele, Storia di un comunistae Galera ed esilio, Ponte alle Grazie, 2015 e 2018).

Particolarmente importante è quindi il lavoro di ricerca e ricostruzione svolto da Marco Scavino sul tema, il cui primo volume è nelle librerie da poche settimane, mentre il secondo è previsto in uscita nel mese di gennaio 2019.  Un lavoro non facile a causa del doppio ruolo dell’autore, quello di studioso e quello di protagonista e di testimone diretto, da cui però Scavino ne esce benissimo. Ne è riprova non banale la scelta, nel primo volume, delle fonti investigate nella ricerca: quasi nulle le carte giudiziarie e di polizia (se non alcune fra quelle peraltro già abbondantemente utilizzate da Grandi nei suoi due volumi), pochissime le interviste, la quasi totalità dei documenti analizzati è rappresentata da ciò che Potere Operaio ha elaborato e scritto. Non a caso il corposo numero di note e la loro esposizione tradisce l’entusiasmo dello storico per lo studio di questi documenti, entusiasmo che controbilancia il necessario distacco utilizzato nella narrazione degli eventi. Anche la periodizzazione utilizzata nella ricostruzione della storia di Potere Operaio evidenzia l’intenzione di mettere in atto un lavoro meticoloso, che svisceri per bene la genealogia, lo sviluppo, e poi l’implosione di questa organizzazione: questo primo volume, infatti, prende le mosse dalla ricostruzione della temperie intellettuale dell’operaismo nei primi anni Sessanta (quindi diversi anni prima della nascita di PO) e si conclude con il fallimento del processo di unificazione col gruppo del Manifesto all’inizio del 1971, mentre il secondo volume si concluderà col numero unico della rivista “Linea di condotta”, quindi (1975) ben oltre il famoso convegno di Rosolina del 1973, ritenuto, secondo l’autore erroneamente, il momento in cui si dissolse l’organizzazione.

La tesi principale sostenuta da Scavino è che l’elaborazione teorica dell’operaismo, nata all’inizio degli anni Sessanta e proseguita lungo tutto il decennio, abbia prodotto diversi tentativi di dare organizzazione e prospettiva rivoluzionaria alle lotte operaie dell’epoca e che Potere Operaio sia stato quello più genuino, più conseguente sul piano politico. Al tempo stesso, proprio l’esaurirsi del progetto politico di PO rappresenta secondo l’autore, la dimostrazione del fallimento di questi tentativi (epilogo che accumuna Potere Operaio ad altri gruppi “gemelli”, anche se ideologicamente più spuri, come ad esempio Lotta Continua).

Il primo volume si divide in due parti. Nella prima viene inizialmente analizzato il retroterra teorico di PO, attraverso l’elaborazione e l’esperienza delle riviste operaiste che si sono succedute: dai “Quaderni Rossi” (dal 1961 fino alla spaccatura interna del 1963), passando poi per “Classe Operaia” (1964-1967) e l’effimera esperienza di “Contropiano” (nata nel 1968 dalle ceneri di “Classe Operaia”, ma che già nello stesso anno e dopo solo due numeri vedeva lasciare uno dei suoi fondatori, Toni Negri, per dissidi interni). L’autore prosegue poi ricostruendo la formazione di quello che oggettivamente sarebbe diventato il central coredi Potere Operaio, cioè il gruppo di Marghera, composto da alcuni militanti politici legati inizialmente al Psi (Negri, Bianchini, Tolin, ecc.) e da diversi attivisti sindacali e avanguardie di fabbrica (fra i quali svetta la personalità di Italo Sbrogiò). Si trattava di un gruppo che, prima attraverso il giornale socialista “Progresso veneto” e poi, a partire dal 1° maggio 1967, con “Potere Operaio” di Marghera, aveva messo in piedi un vero e proprio intervento politico nelle mobilitazioni operaie della zona, acquisendo man mano una certa consistenza organizzativa e uscendo da una dimensione esclusiva da gruppo di intellettuali, seppur militanti. La prima parte del libro termina poi con l’esplosione del Sessantotto e l’incontro del gruppo di Marghera col movimento studentesco, sia veneto, sia soprattutto romano (attraverso le figure di Piperno e Scalzone). La seconda parte affronta il periodo in cui il gruppo cerca di accelerare sul piano dell’organizzazione politica, prima con la nascita del giornale “La Classe”, poi con la partecipazione alle lotte autonome che esplosero alla Fiat nella primavera del ’69, ancora con l’esperienza dell’Assemblea operai-studenti a Torino nell’estate-autunno del ’69, infine con le contraddizioni che all’interno di essa emersero con l’altra area politica che si stava formando in quel momento, legata al movimento studentesco torinese e trentino e al Potere Operaio toscano, e che avrebbe dato poi vita a Lotta Continua. Fu a cavallo di questi eventi che fu presa la decisione di fondare un nuovo settimanale, questa volta nazionale e non solo veneto, che avrebbe sostituito “La Classe”: “Potere Operaio”. Il volume si conclude con l’esperienza fallimentare di fusione col Manifesto (convegno operaio di Milano, 1971) che, al di là degli esiti per l’appunto negativi (per molti versi anche prevedibili, viste le profonde differenze di impostazione teorica e di visione strategica) dà conto di come le questioni della costruzione di un movimento politico veramente di massa e della lotta per il “potere” fossero diventati quelle centrali per PO.

L’operazione culturale fatta da Marco Scavino su questa prima fase della vita di Potere Operaio non è solo cronologica, l’autore non si limita esclusivamente a una ricostruzione in ordine temporale degli eventi, sebbene ovviamente egli ci ricordi che questa rappresenta la linea su cui il libro si muove. A mio avviso, dentro la cronistoria degli eventi c’è il tentativo di evidenziare alcuni razionali storico-politici. Alcuni li abbiamo già visti (il rapporto col patrimonio teorico dell’operaismo e la sua traduzione in politica, in proposta strategia e in articolazione tattica. Ma ovviamente non può mancare il rapporto con la violenza. Per decenni la storia di Potere Operaio è stata ridotta a “storia criminale” e per giunta poco romanzata. Gli eventi coevi e successivi al cosiddetto “processo 7 aprile”, quando praticamente quasi tutto quello che era stato il gruppo dirigente di Potere Operaio fu arrestato con l’accusa (rivelatasi poi priva di fondamento), di aver promosso e diretto il variegato movimento della lotta armata a sinistra, hanno determinato, lo ricorda anche l’autore, una visione stereotipata di questa organizzazione. Questo primo volume contribuisce fortemente a restituire un’immagine complessiva e per certi aspetti molto diversa da quella creata dal giudice Calogero e dai suoi colleghi di altre procure italiane. Ciò non toglie che dentro PO si discusse di lotta armata e che anche su questo si consumasse la sua crisi nel 1973. Ma questo sarà oggetto del secondo volume.

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