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rinascita

Commissione Europea / Governo gialloverde: 1-1

Bilancio del bilancio: governo salvato dai giubbotti gialli

del Direttivo di Rinascita!

 

1.

E così, dopo mesi di fibrillazione e confusione, il governo ha presentato la manovra e la Commissione Europea ha dato il suo stentato placet. Tutti cantano vittoria, ma non tutti i lati delle vittorie sono uguali. Dare, dunque, un giudizio ponderato su questa vicenda, non condizionato da emotività e pregiudizi è tanto necessario quanto difficile. Seppur pensiamo che sia doveroso e necessario tenere le distanze da questo governo arruffone, parimenti riteniamo che le critiche debbano essere fatte sulla strategia e non sulla tattica o aspetti specifici.

Per farlo, bisogna partire da alcune premesse, poiché non è possibile criticare un asino se non corre come un cavallo, né prescindere dal fatto che la strada sia in salita, in discesa o in piano.

Il voto del 4 marzo ha comportato una svolta. I cittadini hanno premiato per la prima volta i partiti contrari all’austerità e fortemente euroscettici. Due partiti, tuttavia, con basi elettorali molto diverse sia socialmente che territorialmente. Due partiti che mai si erano annusati. Anzi si erano contrapposti. Ma proprio quel voto li ha spinti ad un governo inedito. Nè si deve dimenticare quante volte Cottarelli, pronto a partire, è salito al Quirinale trascinandosi il trolley. Né si deve dimenticare in quale direzione remava il Mattarella. Un governo subito osteggiato col diniego alla nomina di Savona a ministro dell’economia. Senza scordare il ruolo di Tria come cavallo di Troia di posizioni altre.

La manovra di bilancio è stata presentata con grande esultanza: la manovra del popolo. In effetti, al di là dall’enfasi, è la prima volta da decenni che ai lavoratori ed alle classi popolari si dava e non si toglieva, anche se con modalità discutibili. Per la prima volta si faceva cenno ad una politica minimamente redistributiva di massa. Per la prima volta si mostrava di voler subito tener fede alle promesse elettorali. E per avere quello che normalmente ha sempre avuto, ossia detrazioni e vantaggi fiscali, Confindustria ha dovuto scendere in campo in prima persona.

Per restare coerenti, Lega e M5S hanno dovuto andare contro le politiche di austerità dell’Unione. La contrapposizione è stata forte da entrambi le parti. Non sappiamo se i toni alti di Di Maio e Salvini erano una tattica in vista della trattativa o se i due in effetti pensavano di costringere la Commissione a porre l’Italia sotto una procedura d’infrazione, sulla quale poter poi lucrare nella prossime ed imminenti elezioni. Non è infatti ipotizzabile una vera minaccia di uscita dall’Unione. Non era l’opzione del M5S, sempre ambiguo sul tema. Né era l’opzione immediata della Lega. Non era pronto nemmeno il popolo. In Grecia si è posta la questione dopo due memorandum, e dopo un referendum che rifiutava il terzo.

Sta di fatto che è partito un fuoco di fila interno ed internazionale mai visto. Una campagna terroristica che ricorda il periodo cui seguì la caduta del governo Berlusconi. Salvo l’appoggio non casuale di qualche fondo americano, l’accerchiamento era quasi completo. Il livello dello scontro e dell’accerchiamento, e l’impreparazione ad una tale dinamica, hanno indebolito la coalizione. Una parte della base sociale della Lega ha mostrato segni di cedimento e di non condivisione; anche perché la manovra non andava più di tanto a suo vantaggio.

Fortuna ha voluto che in Francia ci sia stata l’aspra lotta dei giubbotti gialli che, costringendo Macron a sforare addirittura un limite di Maastricht, ha aiutato a raggiungere un accordo che rappresenta un compromesso accettabile per entrambe le parti. Per la Commissione, che comunque ha ottenuto un arretramento e ha imposto il suo ruolo, per il governo, che ha tenuto sui punti fondamentali seppur rimodulandoli.

Il reddito di cittadinanza e “quota 100” slittano di tre mesi. Non ci sembra questo un grande problema. Le garanzie, i tagli, alcune tasse sono normali prassi già usate dagli altri governi. Ci sono scontenti, ma soprattutto nel blocco in alto. La logica della redistribuzione è sostanzialmente intatta. E questo è un’anomalia nell’Unione. Nessuno pensi che lo slittamento o comunque l’attenuazione quantitativa della redistribuzione possa produrre rabbia popolare contro il governo: il poco ottenuto ora è comunque molto di più dello zero ottenibile con Cottarelli o simili. La rabbia non scatterà adesso, e quasi certamente non scatterà per questo. Ma per altro.

 

2.

Infatti, se tatticamente il governo ha segnato un punto, strategicamente è però destinato ad incontrare forti ostacoli derivanti soprattutto dai limiti di entrambi i partiti. Sono limiti ideologici, politici e programmatici. I problemi di questo governo cominciano ora. I liberisti-unionisti continueranno il loro assedio. L’euro continuerà a strangolare l’economia italiana e, soprattutto, si dà per imminente l’arrivo di un’altra grande crisi.

Ed è proprio di fronte a queste prospettive che il governo gialloverde dimostra tutta la sua inadeguatezza. In particolare i limiti si vedono sul piano delle alleanze internazionali e su quello delle alleanze sociali (e del conseguente programma economico)

In campo internazionale l’alleanza strettissima con Trump, se serve a controbilanciare le frizioni con l’Europa, impedisce però quella piena apertura verso Mosca, Pechino e Teheran che sarebbe necessaria sia alla pace che allo sviluppo economico del nostro paese, soprattutto in considerazione delle attuali e soprattutto future turbolenze dei mercati. L’esibizione di filo-sionismo rischia di dare il colpo di grazia a quello che resta della nostra politica mediorientale ed alza il nostro tasso di insicurezza. Infine l’alleanza ideologica con Orban e con tutta la destra populista europea, magari determinata da calcoli pre e post elettorali, ci consegna a personaggi completamente contrari alle nostre politiche redistributive e ci rende più difficile costruire un fronte dei paesi sudeuropei.

Sul piano sociale la coalizione tra Pmi, lavoratori e disoccupati è ancora assai fragile e comunque non è tale da poter sostenere qualunque governo in un duro scontro con Bruxelles. Sarebbe necessario un esplicito patto politico nel quale le Pmi accettano un forte intervento diretto dello stato, quale creatore di occupazione attraverso l’impresa pubblica e un finalizzato deficit spending, e in cambio ricevono l’ampliamento del mercato interno, necessario anche come retroterra per le imprese volte all’export. Senza contare che un tale programma di sviluppo potrebbe ampliare la coalizione anche ad una parte di quei lavoratori “garantiti” che per ora continua ad appoggiare il centrosinistra. Ma per fare tutto ciò la Lega dovrebbe cancellare la propria ragion d’essere (che suona: “soldi pubblici sì, ma come incentivi alle imprese private”) e il M5S dovrebbe debellare fino in fondo il suo originario antistatalismo. Tutto molto difficile, se non impossibile. Cosicché il paese e i lavoratori resteranno sguarniti di fronte alle tensioni geopolitiche, all’uso del ricatto economico come arma di guerra, al manifestarsi di una nuova crisi che, come al solito, l’Unione europea tenterà di usare per imporre ulteriore austerità, per concentrare ulteriormente il capitale nei paesi dominanti , per sottrarre ulteriore sovranità ai paesi subalterni.

 

3.

Di fronte a queste prospettive, e di fronte alla liquefazione di una sinistra che ormai fa parte più del problema che della soluzione, si rende evidente la necessità della costruzione di un soggetto politico sovranista, costituzionale, socialista, che incalzi il governo attuale nei suoi rapporti con l’Unione, ma al contempo si proponga come alternativa là dove il governo non può andare: intervento pubblico, ricostruzione dello Stato, ripubblicizzazione dei servizi. Connettendo tutto ciò ad un rilancio della democrazia, e della trasparenza ricostruendo la rappresentanza sociale ma anche la partecipazione, l’indirizzo, il controllo popolare.

Un soggetto che, a partire da quel che si è visto e si vedrà nel prossimo periodo, mostri con esempi concreti che senza sovranità non si possono fare politiche sociali. Che senza sovranità si è indifesi rispetto agli spread ed alla speculazione finanziaria. Che senza sovranità la Costituzione, la democrazia, il voto sono meri simulacri. Che senza sovranità non è possibile fare politiche diano sicurezza a tutti. Un soggetto che critichi il governo, ma comprenda che il nemico è l’Unione ed il liberismo, e che quindi il governo deve “saltare” solo se l’alternativa è migliore. Un soggetto che impedisca una futura convergenza fra M5S e ciò che rimane del PD ed altri sinistrati sopravvissuti. Un soggetto che organizzi e trasformi la rabbia, la cattiveria in lotta, il commento da tastiera in un’azione propagandista mirata ed efficace, l’impotenza e l’indignazione in azione sociale e politica. Un soggetto che entri in contatto col campo della potenziale azione sociale, non sufficientemente presidiato, per ora, da un M5S chiuso nella rete e da una Lega interessata soprattutto a costruire la Destra sul piano politico.

Un soggetto a cui Rinascita! sta iniziando a contribuire, insieme ad altre forze orientate alla difesa del lavoro, quindi della Costituzione e quindi della sovranità, consapevole della bisogno di unire l’attenzione alla difficoltà del processo all’urgenza di non arrivare sguarniti di fronte ai contrasti che emergeranno (nel governo e tra il governo e Bruxelles) durante e dopo le elezioni europee, e nel corso dell’aggravarsi delle tensioni geopolitiche e delle turbolenze economiche mondiali.

La tempesta non è finita, anzi!

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