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Il Caso Battisti e l’approccio semi-colto agli Anni di Piombo

Un processo in atto di obliterazione della memoria storica

di Riccardo Paccosi

Tempo fa, avevo scritto che non avrei parlato in rete del caso di Cesare Battisti. Mi sono però un po’ rotto le scatole, in queste ore, di leggere i tanti commenti acriticamente entusiasti per il recente arresto e, quindi, infrango il voto di silenzio.

Il dibattito sugli Anni di Piombo, oggi, trovo sia regredito enormemente rispetto a vent’anni fa. Se un programma come “La Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli uscisse ora, finirebbe sotto il tiro d’un fuoco incrociato perché in esso vengono intervistati e fatti parlare i brigatisti. In realtà, nel momento in cui poneva loro domande, Zavoli non era per niente tenero verso questi ultimi: da giornalista, però, egli si rendeva conto che suddette interviste fornivano elementi in più per capire come e perché, in quella fase storica, centinaia di persone avessero scelto la strada delle armi e, soprattutto, come e perché centinaia di migliaia di altre persone simpatizzassero per loro.

E infatti è proprio la valenza sociale del fenomeno della lotta armata che, oggi, si vuole consegnare all’oblio della memoria. La stragrande maggioranza delle persone, fondalmentalmente, non sa o non ricorda nulla di quella fase. Di seguito, descrivo alcuni elementi dell’obliterazione mnemonica in atto:

1) La lotta armata italiana di quegli anni non fu soltanto – come si crede erroneamente oggi – quella delle Brigate Rosse. Essa constò invece, tra “rossi” e “neri”, di oltre una quarantina di gruppi diversi. Mettendo assieme questi ultimi, secondo un rapporto d’intelligence di alcuni decenni fa, tra militanti entrati in clandestinità e fiancheggiatori esterni si trattò di un fenomeno coinvolgente attivamente circa diecimila persone. Per quanto poi riguarda l’area simpatizzante, per la parte “rossa” basta fare un rilievo numerico della sinistra extraparlamentare per ottenere un ambito sociale di “fiancheggiamento ideologico” ammontante a circa mezzo milione di persone (perlomeno dai primi del decennio ’70 fino all’omicidio di Guido Rossa nel 1979, dopodiché il trend s’inverte).

Oggi, la condanna morale verso uno e un solo latitante – scelto tra oltre un centinaio di altri latitanti come “il più cattivo di tutti” – serve a estromettere il fenomeno della lotta armata dall’ambito della storia sociale e politica per ricondurlo a quello esclusivamente giudiziario: affinché nulla si conosca più di quegli anni, affinché sia impossibile interrogarsi criticamente sull’accaduto.

2) A questa regressione della memoria storica e dell’intelligenza critica, hanno contribuito due elementi: la volontà dell’estrema destra (nel frattempo divenuta destra di governo) di vendicarsi dell’estrema sinistra per i fatti di quegli anni, e l’atteggiamento della cultura complottista volto a negare l’esistenza dei soggetti sociali e di massa.

Avendo personalmente svolto un dibattito pubblico insieme a Renato Curcio nel 2005, ho potuto notare come dall’anno immediatamente successivo il governo di centrodestra – col partito post-fascista di Alleanza Nazionale in testa – avesse intrapreso una crociata retroattiva, volta a vanificare i (pochi) tentativi svolti sino ad allora per giungere a una memoria storica condivisa.

Di lì a poco, infatti, cominciò a essere impedito agli ex-brigatisti di parlare in pubblico e si verificarono, altresì, fenomeni di intimidazione squadristico-istituzionale nei confronti degli artisti che volevano occuparsi di quel periodo storico (vedi il caso del film “Prima Linea” di Renato De Maria, nel 2009).

All’azione repressiva degli ex-missini, in anni più recenti si è venuta ad aggiungere la cultura complottista. Quest’ultima – facendo regredire la filosofia della storia a prima di Hegel e cioè di oltre duecento anni – suggerisce l’esistenza d’un sistema di potere leviatanico e privo di ostacoli, nonché la superstizione secondo cui le èlite sarebbero l’unico e indiscusso protagonista attivo della Storia. Così, dalla tesi delle infiltrazioni nelle BR e da quella delle convergenze parallele fra BR e apparati di stato (ovvero tesi che anch’io ritengo fondate), col complottismo si è passati alla liquidatoria teoria secondo cui non sarebbero mai esistiti, in Italia, gruppi armati dotati di una propria soggettività politica.

Una situazione tale che lo stesso Giovanni Moro, in una recente intervista, si è sentito di dover specificare che la necessità di chiarire i punti ancora oscuri del rapimento di Aldo Moro, non può confondersi con certa approssimazione complottista oggi dilagante.

3) In tutto questo, naturalmente, nessuno spazio può trovare presso l’opinione pubblica la memoria dei rapporti di causa-effetto: ovvero nessuno potrà più a questo punto ricordare che il fenomeno della lotta armata “rossa” nasce a seguito di quella stagione di stragi contro la popolazione civile che si avvia, nel dicembre 1969, a sua volta in reazione alle mobilitazioni operaie dell’autunno dello stesso anno. Il ricordo di quelle stragi – il fatto che vi fossero risultati implicati gruppi di estrema destra e servizi segreti – è oggi più flebile del ricordo degli omicidi politici commessi dai brigatisti (in un sondaggio di circa dieci anni fa, l’80% degli studenti di liceo attribuì la responsabilità della strage alla stazione di Bologna del 1980 per l’appunto alle BR).

Il problema, adesso, non è che io debba mettermi a specificare che la lotta armata basata sull’omicidio politico sia stata una risposta allo stragismo non soltanto sbagliata, ma anche sinergica a interessi atlantisti e padronali: questo posso affermarlo senza remore, certo, ma al contempo sento di dover altresì sostenere che sia molto più grave, oggi, il fatto che l’interpretazione moralista di quella fase storica stia facendo dimenticare uno stragismo nato per contrastare il movimento operaio nelle fabbriche.

4) Secondo un rapporto governativo del 2004, fra ex-terroristi di destra e di sinistra, nel corso dei decenni sono fuggite all’estero circa 150 persone; 70 di esse si ritrovano oggi con accuse non andate in prescrizione e, quindi, ancora latitanti a tutti gli effetti.

Alcuni anni fa, qualcuno decise che Cesare Battisti – avendo un curriculum meno politico di altri, ovvero un trascorso da criminale comune politicizzatosi in carcere – dovesse essere più importante degli altri latitanti e dovesse essere ritenuto dai partiti, dai media e dall’opinione pubblica “più colpevole”.

L’opinione pubblica – quella stessa opinione pubblica che, in anni recenti, se ne era sbattuta allegramente della ventennale latitanza di un Delfo Zorzi accusato di concorso in strage – obbedì disciplinatamente all’input impartitole e si compattò all’idea che Battisti fosse il più cattivo fra i cattivi e che, su 70 latitanti, il suo fosse il caso più importante e urgente su cui intervenire.

Qualcuno potrebbe domandarsi, a questo punto, se il caso di Battisti non risultassse più incontrovertibile degli altri sul piano delle prove di colpevolezza. Ebbene, no. Come ben dimostrano le dettagliate ricostruzioni della vicenda giudiziaria pubblicate su Carmillaonline dallo scrittore Valerio Evangelisti, in questa vicenda di punti oscuri invece ce ne sono eccome.

Questo non implica affatto, da parte mia, l’essere sicuro dell’innocenza di Battisti. Di certo, però, il numero di elementi che dovrebbero spingere alla cautela sono numerosi e, quindi, trovo del tutto fuori luogo il tono da linciaggio, espresso con veemente sicurezza, che vedo in queste ore trasparire tanto presso l’opinione pubblica di destra quanto presso quella di sinistra.

In generale, le semplificazioni e la scelta di figure “più colpevoli” delle altre – dicasi anche capri espiatori – non aiuta la comprensione della Storia. E lo dimostra il fatto che, rispetto agli Anni di Piombo, oggi l’ignoranza semi-colta costituisca la cifra interpretativa dominante e ch’essa stia concorrendo all’obliterazione mnemonica generale di quel cruciale passaggio storico.

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