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laboratorio

Un laboratorio per ricostruire una strategia di cambiamento

di Domenico Moro

La scelta del nome Laboratorio non è casuale. Oggi c’è bisogno di innovazione dal punto di vista dei lavoratori e del socialismo, non di un nuovismo che abbracci le idee dell’avversario. Di conseguenza, c’è necessità di luoghi di analisi della realtà socio-economica e di elaborazione e sperimentazione politica.

Siamo in una fase storica nuova del modo di produzione capitalistico. Di fronte a mutamenti epocali, che per molti versi rendono di nuovo attuale il socialismo, due concetti su cui il movimento dei lavoratori si è articolato per oltre un secolo, quello di sinistra e quello di comunismo, appaiono logori, almeno all’apparenza. Il significato di sinistra è stravolto e oggi si fa fatica a distinguere i conflitti sull’asse destra/sinistra. La sinistra viene identificata sempre più, anziché con la rappresentanza delle classi subalterne, con un “progressismo” legato agli interessi delle élites. Il comunismo, con la caduta dell’Urss, è presentato come un sistema destinato al fallimento, e condannato alla damnatio memoriae grazie alla lettura faziosa della sua storia.

Alla base della crisi della sinistra in Europa c’è la rottura del patto sociale tra capitale e lavoro, che aveva reso possibile “la lotta di classe parlamentare” dal dopoguerra ai primi anni 90, e, in qualche modo, fino alla crisi del 2008-2009.

L’aumento delle disuguaglianze e della povertà e l’esclusione dalla partecipazione stabile al lavoro ha condotto milioni di lavoratori e disoccupati all’allontanamento dalla partecipazione politica, manifestatasi con l’astensionismo e con il voto a terze forze, diverse da quelle su cui, per quasi settanta anni, si era fondato il bipolarismo. La crisi del bipolarismo e dei suoi partiti, in modo particolare della socialdemocrazia, sebbene sia grave in tutti i Paesi dell’area euro, è particolarmente avanzata in Italia, dove il Movimento cinque stelle, un partito inesistente solo fino a pochi anni fa, è arrivato primo alle elezioni ed è ora al governo.

Alla base di questi stravolgimenti sociali e politici, non ci sono cause superficiali, come la casta e la corruzione, ci sono fattori profondi, strutturali. La progressiva crisi strutturale del modo di produzione capitalistico ha mondializzato la produzione e liberalizzato i movimenti dei capitali. Ne sono risultate, a livello internazionale, una crescente concorrenza tra Paesi e aree economiche, che ha portato a una rinnovata tendenza imperialista e, a livello interno, una tendenza alla disciplina di bilancio e alla contrazione del welfare e salariale. In Europa e in Italia l’integrazione monetaria e economica è stata non solo lo strumento per realizzare questi obiettivi, ma anche per realizzarne i presupposti politico-istituzionali: ribaltare i rapporti di forza fra classi, modificando il ruolo delle istituzioni, specie parlamentari.

Eppure la crisi economica e di egemonia del capitale non ha giovato alla sinistra, specie in Italia. Perché? La sinistra socialdemocratica e liberale del Pd e del Partito socialista europeo si è fatta agente fondamentale di quei “vincoli esterni” – la globalizzazione, la liberalizzazione dei capitali e l’euro – che sono diventati ostacoli a qualunque politica classicamente di sinistra. Più complesso è stato l’atteggiamento della sinistra non Pd. Essa ha abbandonato le categorie di modo di produzione e di imperialismo per assolutizzare quella di democrazia, rinunciando alla centralità della classe a favore di una pluralità di tematiche/orientamenti – diritti civili, umanitarismo cattolico, ecologismo – e di soggetti di riferimento scollegati da una critica complessiva e organica al sistema capitalistico. Inoltre, si è illusa, malgrado le critiche all’euro e all’austerity, sulla possibilità di modificare democraticamente l’Europa, identificando erroneamente il superamento dell’euro e della Ue con il cedimento al nazionalismo e alle destre. I comunisti, dal loro canto, hanno saputo opporsi poco e male alla damnatio memoriae del comunismo novecentesco, mentre politicamente si sono resi appendice della socialdemocrazia, partecipando, per giunta in modo subalterno, ai governi di centro-sinistra. L’abbandono di una ragionamento di trasformazione del capitalismo avanzato, si è coniugato con un tatticismo elettoralista, focalizzato nel trovare la formula giusta per essere eletti.

Oggi in Italia la frammentazione e l’inconsistenza della sinistra radicale e del movimento comunista hanno raggiunto livelli che non si erano mai visti dal ventennio fascista, forse peggiori. Le divisioni sono il risultato del pluridecennale rifiuto di fare chiarezza sui temi centrali e di ragionare sul proprio passato, nascondendo il problemi sotto il tappeto. Di fatto, la debolezza teorica ha prodotto una enorme confusione, generando una pluralità di posizioni, spesso disorganiche e incoerenti, sui diversi livelli della realtà, senza distinzione tra aspetti fondamentali e secondari. Ne derivano proposte pratiche insufficienti: si va dal tentativo di fare un populismo di sinistra, magari cercando di recuperare consenso mediante temi ambigui, alla scorciatoia di rivitalizzare il comunismo evocando miti del passato, invece che ricostruendo faticosamente una forma e un contenuto del comunismo adeguato all’oggi. Del resto, come è possibile parlare di unità, ad esempio tra comunisti, se sulla storia del Pci e dell’Urss, sullo Stato e sulla dittatura del proletariato, sulla natura della Cina, sul ruolo della Russia, persino sul comunismo e sull’Europa si hanno posizioni non raramente molto diverse?

In questo quadro parlare di unità della sinistra e dei comunisti, senza tenere conto del perché si è giunti a questa situazione, è del tutto velleitario. Prima ancora che di unità bisognerebbe discutere del senso che diamo alla parola di sinistra e/o di comunismo oggi, visto che ognuno gli dà un suo significato. Bisogna invece essere chiari: il discrimine tra destra e sinistra è la classe. È di sinistra chi è dalla parte del lavoro salariato e rifiuta collusioni con forze che stanno dall’altra parte della barricata. Mentre il giudizio sul comunismo novecentesco va sottratto alla critica morale e di parte borghese, incentrandolo sull’analisi economica e politica. Solo così possiamo recuperare i due concetti, evitando di abbandonarli l’uno agli avversari di classe, e l’altro alla damnatio memoriae. Con questo non vogliamo dire che ci deve essere uniformità di vedute su tutto. Al contrario, crediamo che debba esserci discussione e confronto, ma che la discussione e il confronto debbano portare a definire dei punti comuni sufficientemente chiari da potere proporre una sinistra e un comunismo aggiornati come alternativa all’esistente. Al contrario, rifiutare di discutere vuol dire cristallizzarsi sulle proprie posizioni, al prezzo di ridurci sempre di più a sette inconsistenti e ignorate da milioni di lavoratori. È proprio la chiarezza sui temi decisivi, senza farsi condizionare dalla paura per i nostri orticelli e le nostre insufficienze teoriche e pratiche, che ci può permettere di costruire percorsi di unità tattica e persino di ricomposizione organizzativa.

L’unità si costruisce solamente sulla base dei contenuti, perché prima vengono questi e poi le alleanze e le formule elettorali. E per contenuti intendiamo l’analisi della realtà economica-sociale-politica, il posizionamento sul terreno dello scontro politico e la proposta programmatica. A questo proposito, va recuperata la politica, non come “cretinismo parlamentare” o elettoralismo o inutili “liste della spesa” programmatiche, ma come capacità di dare indicazione politica su tutte le questioni decisive anche nei frangenti più confusi e difficili. Una politica che sia lotta per modificare i rapporti di forza tra le classi in funzione del socialismo. Ne consegue la questione decisiva di definire una ipotesi di stato socialista e di economia pianificata, a partire dalla rielaborazione critica di oltre settanta anni di storia dei paesi socialisti e del Pci e dalla messa a tema della Rivoluzione in occidente, che significa l’analisi della natura delle società a capitalismo avanzato, perché è in questi stati, altamente organizzati e dove i rapporti di produzione sono più radicati, che operiamo.

Infine, una questione di metodo: per definire i contenuti e fare politica pensiamo che le categorie di classe, modo di produzione e imperialismo vadano non solo recuperate ma attualizzate. Infatti, è solo sulle spalle dei giganti che possiamo guardare lontano, ma, per l’appunto, è oltre le spalle di quei grandi uomini e di quelle grandi donne che dobbiamo guardare.

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