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La carne macinata non serve a fare bistecche

di Dante Barontini

Vi ricordate del 4 marzo 2018? Lo sfondamento dei “populisti”, l’emarginazione di quel che restava dei partiti “classici”, la maledizione popolare sul centrosinistra, e soprattutto l’emergere prepotente di un’anomalia politica che prometteva di rigirare tutto come una “scatoletta di tonno”?

Sembrano passati dieci anni, da allora.

L’abbraccio governativo tra Cinque Stelle e Lega (l’altra presunta versione di quell’anomalia) sta rapidamente portando all’erosione drastica della credibilità della “nuova classe politica”. E soprattutto dei suoi discorsi, pomposamente travestiti da princìpi. Quel “né di destra, né di sinistra”, “uno vale uno”, “tagliare i costi della politica”, “portare al governo la gente comune”, il voto in piattaforma su quesiti scelti non si sa da chi (ogni sociologo, anche di infimo livello, sa che ogni domanda circoscrive le possibili risposte e in buona parte le determina), ecc.

Un’epoca è finita, ma girandoci all’indietro vediamo che si è trattato di una sbornia di breve durata.

La crescita esponenziale della Lega parafascista e il “ritorno del centrosinistra” sotto la neovernice zingarettiana, puntano apertamente al ripristino della dialettica politica bloccata, a quel “bipolarismo” che ha desertificato il panorama politico italiano degli ultimi venti anni.

Ed ha distrutto “la sinistra”, incapace di autonomia, ridotta a tossicodipendente in cerca di impossibile “unità” ad ogni tornata elettorale, strangolata da soglie di sbarramento, voto utile e assenza assoluta di una qualsiasi visione, anche di breve periodo.

Ma non si tratta di un banale “ritorno al passato”. La Storia va solo avanti, com’è noto. E se alcune forme del potere dell’establishment sembrano pressoché identiche alle precedenti, la novità sta nel decadere dell’anomalia; ovvero nel venir meno della forma assunta dall’esigenza sociale di rompere quel monopolio di potere.

La crisi dei Cinque Stelle, insomma, apre un problema che sembrava per alcuni versi risolto: quello della rappresentanza politica di interessi non ammessi nell’agenda politica “europeista” (anche nella sua forma più “nazionalista”).

Una rappresentanza socialmente interclassista, confusa, ambigua, instabile, furbetta, sconclusionata, comunque – per un attimo – in grado di rappresentare un terzo dell’elettorato.

Quanto grande dev’essere il bisogno di rottura di un quadro paralizzante se tanta della nostra gente si è accontentata di uno straccio di rappresentanza del genere?

La pratica di governo si è ben presto incaricata di smontare molte delle soluzioni immaginifiche, ma anche buona parte delle indicazioni ricevute da segmenti rilevanti della popolazione più attiva (i movimenti contro Tav e Tap su tutti), mostrando la pochezza di un ceto politico improvvisato (al di là di ogni stucchevole polemica sui titoli di studio: sono esistiti grandi dirigenti del movimento operaio in grado di pensare da statisti, anche con la quinta elementare).

Per gestire – e ancor di più per sovvertire – lo stato di cose presenti, bisogna conoscere e capire i meccanismi di funzionamento della macchina produttiva e di quella istituzionale, le relazioni stabili e le priorità tra amministrazione locale-nazionale e quella continentale-europea; bisogna avere nozione degli interessi strutturati, dei loro agenti e rappresentanti, delle loro tecniche e capacità di manovra. E dunque bisogna avere una visione in grado di “comprendere” tutti questi – ed altri – elementi, un programma realistico di smontaggio-sostituzione degli interessi sociali da privilegiare con gli strumenti che si hanno a disposizione. Prima e dopo avere assunto “l’onere del governo”.

E’ insomma necessario un quadro dirigente di qualità, capace quanto meno di scuotere l’esistente favorendo partecipazione-invasione degli interessi sociali nell’impersonale macchina “amministrativa”. Roba incomprensibile, per i vertici Cinque Stelle e per i bilanci della Casaleggio & Associati.

Roba incomprensibile – dobbiamo gridarlo con molta chiarezza – anche per l’acquario della sinistra.

Ossia l’insieme dei “cespugli” che vivacchiano da anni nel terrore di scomparire e che, proprio per questo, vanno scomparendo. In politica, infatti, specie in tempi di crisi, non c’è spazio per l’autoconservazione di un ceto politico. Se non ci sono riusciti neanche i democristiani – ce ne sono ancora in giro molti, ma sotto altre “ragioni sociali” – come potevano riuscirci gli epigoni (molto) minori della grande tradizione del socialismo e comunismo italiani?

Non si tratta di spocchia o senso di superiorità, ma di una semplice – e per molti versi disperante – constatazione.

In questo microcosmo, da decenni ormai, si sono stratificate pratiche, pregiudizi, modi di pensare, subculture, stili di lavoro e di “militanza”, che producono frantumazione nello stesso momento in cui parlano di unità necessaria. Un insieme di elementi interconnessi in mille e contorti modi, ma tutti instabili, fragili, volatili.

Una subcultura votata alla coazione a ripetere e alla sconfitta che nell’arco di un trentennio ha infettato larghe aree del cosiddetto “popolo della sinistra”, sempre pronto a scendere in piazza se il tema – come si usa dire – non è “divisivo” ed è ben visto anche dal sistema mediatico mainstream. Un popolo pieno ex attivisti e militanti che magari hanno attraversato e abbandonato una (o più) organizzazioni, criticandone ferocemente dirigenti e “funzionari intermedi”. Ma che se ritrovano, per un attimo, voglia di far politica, immediatamente replicano i difetti che prima avevano criticato. A cominciare dall’ansia elettorale e dalle aspirazioni individuali a una “carica” purchessia.

Se occorre visione, programma, “quadri politici”, stile di lavoro… occorre un progetto basato su poche ma robuste intuizioni. Non servono invece – anzi, sono un danno – defatiganti confronti letterari sulle virgole da spostare in un “appello” o “preambolo”, battaglie furibonde su sinonimi e contrari, mediazioni al ribasso che fanno evaporare le poche idee praticabili, “condivisioni” fondate sul nulla, ”unità possibile” che diventa tale solo se priva di qualsiasi contenuto.

Perché, con tutto il rispetto per i vegetariani, a tante cose serve la carne macinata, meno che a fare le bistecche con l’osso. E qui c’è da rimpolpare, e molto, una ipotesi di tenuta e rilancio di interessi sociali definiti – su lavoro, salario, ambiente, abitazioni, servizi sociali – da mettere pesantemente sul tavolo. Per evitare che siano sempre e solo gli interessi “altri” a prevalere, sia quando governa la destra che quando governa la “Ditta” del Pd.

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