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La nuova disparità di redditi e ricchezze: crescente, polarizzata e multipla

Quanta e quale disuguaglianza siamo disposti ad accettare?

di Arnaldo Bagnasco

Il testo è una sintesi della lezione tenuta all’Accademia delle Scienze di Torino il 23 gennaio 2019, per il programma I mercoledì dell’Accademia

Per i sociologi, la disuguaglianza si riferisce a una diversità nell’accesso alle ricompense della partecipazione alla società, come il reddito, la ricchezza, le possibilità d’istruzione, la sicurezza, la salute, la considerazione sociale, la libertà di espressione. Tutti i sistemi sociali conoscono disuguaglianze, più e meno marcate, e più e meno legittimate, vale a dire accettate culturalmente e politicamente. Disuguaglianze che erano accettate o sopportate perché senza forza per esprimersi, al cambiare di circostanze si fanno avanti sulla scena pubblica e politica. Nelle nostre società che cambiano, la disuguaglianza si presenta dunque in nuovi modi. L’uguaglianza come valore deve misurarsi con il valore libertà, e una disuguaglianza può anche essere favorevole a vantaggi generalizzati, ma il punto che ora rilevo è che ha sempre bisogno di una giustificazione, con argomenti che siano accettati. Il discorso sulla disuguaglianza si apre a ventaglio, può prendere molte direzioni. Proverò a indicare tre possibili prospettive di osservazione sulla sua novità; sono tracce del cambiamento, punti di partenza da approfondire e per guardare poi anche in altre direzioni.

 

Prima prospettiva: il ritorno della disuguaglianza.

L’economista Thomas Piketty ha presentato pochi anni fa dati sull’andamento di patrimoni e redditi nei paesi avanzati di Europa e Stati Uniti, che compongono nell’insieme una storia essenziale della disuguaglianza economica. Nel 1910 il 10 per cento della popolazione arriva in Europa a detenere il 90 per cento della ricchezza nazionale, in America l’80 per cento del totale nazionale. La concentrazione della ricchezza era cresciuta progressivamente nel secolo precedente sino a quel massimo. Da quel momento però la curva dei più ricchi mostra una netta inversione di tendenza e una continua discesa, raggiungendo i minimi nei primi decenni del secondo dopoguerra. Negli anni ottanta la disuguaglianza ritorna a crescere: l’andamento s’inverte nuovamente, e da allora la disuguaglianza è maggiore negli Stati Uniti rispetto ai paesi europei, contrariamente a prima. Nel periodo di decrescita si è verificata una rilevante novità: la formazione progressiva di una consistente classe media patrimoniale; nonostante la successiva inversione della curva, nei primi anni del nuovo millennio il 40 per cento intermedio della popolazione, fra ricchi e poveri, possiede un terzo del patrimonio nazionale in Europa, un quarto negli Stati Uniti.

Sono molti nella classe media a spartirsi quel terzo o quarto del patrimonio complessivo, ma essere proprietari anche di un non grande patrimonio ha un grande significato in termini di stratificazione sociale. Se invece che ai patrimoni guardiamo al reddito si scoprono altre cose interessanti. I più poveri possono solo contare sul reddito da lavoro mentre salendo la scala, si sommano reddito da lavoro e da capitale accumulato e investito. Nella rappresentazione della disuguaglianza compaiono i supermanager. Il 10 per cento delle persone a maggior reddito complessivo ottiene in Europa un quarto e in America più di un terzo del totale dei redditi. Un’estrapolazione al 2030 per gli Stati Uniti arriva ad attribuire loro il 45 per cento. Che cosa sta succedendo nella stratificazione sociale, e in che rapporti è questo con il cambiamento economico e politico? Come esprimere in sintesi le tendenze in corso?

 

Seconda prospettiva: la nuova disuguaglianza è polarizzante.

Nei primi decenni dopo la guerra, l’età dei cosiddetti “contratti sociali di metà secolo”, una regolazione economica fra mercato e politica ha garantito una crescita straordinaria, accompagnata da effetti redistributivi e inclusivi importanti. Il welfare state mirava ad assicurare in modo esteso l’accesso a cure, all’istruzione per i figli, a pensioni dopo l’età di lavoro, alla protezione in caso di disoccupazione e invalidità. Per diverse ragioni, con la fine della società industriale il meccanismo si è inceppato, e ci si allontana dagli assetti istituzionali pensati per quell’economia e quella società. Si è allora smontata una vecchia società senza molte idee su come costruirne una nuova in grado di funzionare. Gli anni ottanta vedono la svolta neoliberista, in direzione della deregolazione in economia, e in quel clima crescono anche globalizzazione e finanziarizzazione. L’economia si è rimessa in moto, con alterne vicende, ma dove stessero conducendo quelle strade senza paracarri e con incerti cartelli indicatori diventerà chiaro a fine secolo con la crisi finanziaria generalizzata, e con quella dei debiti sovrani in alcuni stati più deboli.

La disuguaglianza di redditi e ricchezza torna ad aumentare, restando minore per paesi tradizionalmente meno disuguali. Si perdono posti di lavoro, cresce il lavoro precario, le opportunità di vita diventano incerte per fasce importanti della popolazione e diventano più disordinate le sequenze del ciclo di vita. Se in precedenza si era verificata una tendenza all’inclusione sociale, nelle nuove condizioni si vedono forze che giocano in senso inverso. Possiamo dire che si tratta di correnti di polarizzazione sociale, che fanno scivolare verso il basso fasce di popolazione, mentre altre riescono a mantenere posizioni migliori. Un dato può mostrarlo bene per l’Italia. La disponibilità di reddito familiare dopo la grande crisi segnala che fra il 2007 e il 2012 c’è stata una diminuzione della ricchezza nazionale del 13,8 per cento, che pesa sull’insieme della popolazione, ma in modo diverso secondo i decili di reddito. Resistono meglio le fasce centrali di reddito, mentre quanto più si scende, tanto più aumenta la perdita: il 10 per cento della popolazione più povera ha perso oltre il 18 per cento. Cresce intanto la concentrazione di ricchezza: il 10 per cento più ricco arriva a superare il 50 per cento. Sono interessanti al riguardo anche i sondaggi di autovalutazione. Prima della crisi (2006) si considerava di ceto medio quasi il 60 per cento dei rispondenti (anche il 60 per cento degli operai), dopo la crisi (2014) la percentuale è scesa al 41 per cento (il 31 per cento degli operai). I dati mostrano insieme le tendenze di polarizzazione sociale, ma anche che il ceto medio non è scomparso, e se è stato strizzato non è la parte che ha subito di più gli scossoni della crisi.

 

Terza prospettiva: la disuguaglianza multipla.

Si tratta di un fenomeno tipico della società post-industriale, quando sono venute meno classi sociali composte di figure relativamente omogenee e di grandi dimensioni. Le classi non sono scomparse, ma le figure che ne fanno parte compongono insiemi più differenziati e meno facilmente accorpabili. In tali circostanze vengono a galla altre disuguaglianze sociali, in cerca di riconoscimento nella loro specificità, per superare condizioni pensate come discriminazioni. Sono disuguaglianze di genere (migliorate ma ancora distanti da un vero superamento), generazionali (legate in primo luogo al problema del lavoro in una società dove posti stabili e carriere prevedibili sono diminuiti), etniche e culturali (un problema cresciuto con i fenomeni migratori), di orientamento sessuale (culturalmente problematiche), di luogo di vita (le periferie, le regioni rimaste indietro), e altre ancora.

Non si tratta di fenomeni del tutto nuovi ma due aspetti ci fanno pensare a una novità. Il primo è, come appena detto, l’emergenza culturale e politica (in circostanze nuove, di minor evidenza delle classi sociali) di condizioni di discriminazione in cerca, come tali, di riconoscimento, ognuna nella sua specificità; il secondo aspetto è che queste disuguaglianze si combinano in modi diversi fra loro, e con la condizione di classe delle persone. L’importanza delle disuguaglianze multiple è evidente: si incontrano ogni giorno nella discussione politica e in inchieste giornalistiche. Questa nuova disuguaglianza agisce per una maggiore differenziazione di condizioni sociali, e enfatizza l’individualizzazione delle condizioni e delle relazioni delle persone. L’individualità è un valore della modernità, e lo stimolo al riconoscimento delle nuove disuguaglianze deve essere inteso come rispetto e affermazione del valore dell’individualità. Aumenta la complessità sociale da gestire, con la necessità di elaborare nuovi equilibri culturali e politici. L’Italia è uno dei paesi avanzati più disuguali: per reddito a disposizione delle famiglie è subito dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, insieme alla Spagna. Ci sono aspetti che stridono in modo particolare. Nel 2017 le persone in condizione di povertà assoluta sono 5.058.000, pari all’ 8,4 per cento della popolazione. È il valore più elevato da quando abbiamo serie storiche, cioè dal 2005. Poco più di un minore su dieci vive in condizioni di povertà assoluta; si tratta di 1.200.000 bambini e ragazzi che vivono in famiglie che non possono affrontare la spesa mensile sufficiente ad acquistare beni e servizi essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile.

I giovani fra 19 e 29 anni che non studiano, non lavorano, non sono impegnati in percorsi di formazione sono il 24 per cento, uno su quattro. È il maggior tasso in Europa; per avere qualche confronto, la percentuale è del 5,9 in Olanda, dell’8,5 in Germania. Ovviamente non si tratta nell’insieme di fannulloni, o individui con difficoltà personali: quella percentuale denuncia un serio problema di funzionamento della società.Non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi. Bisogna agire su molti fronti e l’economia che ristagna, deve ripartire. Ma la domanda insistente che interroga la coscienza civile è: quanta e quale disuguaglianza siamo disposti ad accettare?


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A. Bagnasco è professore emerito di sociologia dell’Università di Torino
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