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Il fardello del liberalismo di sinistra

di Bazaar

Il 9 marzo scorso si è svolta a Roma la presentazione del Manifesto per la sovranità costituzionale, sottoscritto da Patria e Costituzione, Senso comune e Rinascita! Nonostante alcuni importanti limiti — da noi segnalati — abbiamo salutato positivamente questo tentativo di raggruppare le forze disperse di quella che chiamiamo “sinistra patriottica”

Bazaar era presente all'incontro del 9 marzo a Roma. D'appresso le sue severe considerazioni.

Una breve riflessione sul Manifesto presentato da Patria e Costituzione occorre farla.

Ciò che si ritiene ci sia di più o meno buono in questa esperienza è grosso modo tratteggiato da Ugo Boghetta.

Diciamo che il 9 marzo, dopo l’eccellente introduzione di Carlo Formenti, le contraddizioni che appaiano già nel Manifesto, e che si ritiene debbano essere assolutamente risolte affinché ci si possa effettivamente trovare di fronte agli albori di una nuova forza socialista, sono esplose in tutta la loro irrazionalità con gli interventi di alcuni relatori.

I maggiori punti dolenti sono tre, fondamentali, e rivelativi di una mancata abiura del liberalismo di sinistra: se l’ambizioso obiettivo, che onorerebbe il nome dell’associazione, è la formazione di un partito socialista, allora questi punti negano ab origine l’emancipazione dall’ideologia – liberal e politicamente corretta — che ha fatto del neoliberalismo un totalitarismo in gran parte del globo.

 

1. Il lavoro di cittadinanza… e l’euro e la UE?

Questo punto programmatico — che ha almeno nominalisticamente il merito di ribaltare l’idea horror del “reddito di cittadinanza” — vede omesso in modo inaccettabile un fatto macroeconomico — l’euro — per cui questa iniziativa rimane una semplice forma di politica economica volta alla sussidiarietà in linea con le politiche liberiste, oppressive della classe lavoratrice, che trovano genesi nelle istituzioni eurounioniste. Proprio come nel caso del “reddito di cittadinanza” cui si vorrebbe opporre un’alternativa conforme a costituzione.

La Costituzione Italiana prevede inderogabilmente che la Repubblica intervenga attivamente per far sì che sia raggiunta la piena occupazione; piena occupazione che è incompatibile con i trattati eurounionisti e con l’euro, i quali scaricano gli aggiustamenti di cambio sul costo del lavoro, ovvero sulle classi subalterne: nell’unione monetaria i prezzi dei beni che vengono esportati per permetterci di importare in primis materie prime ed energia, non variano in base al variare del cambio valutario tramite un’unica azione di politica economica (apprezzamento o deprezzamento della valuta), ma vengono variati aggiustando il livello salariale e la domanda aggregata conseguente (la mancanza di una moneta sovrana implica un cambio irrevocabilmente fisso con gli altri paesi dell’eurozona). Ciò significa che per rendere più competitivi i nostri beni sui mercati internazionali, e per ripagare il debito estero, si ricorre alla macelleria sociale in atto da almeno dieci anni.

L’obiezione che si solleva è quindi ovvia e immediata: è inutile parlare di “Patria” e “Costituzione” se non si mette al centro del discorso politico la dirimente questione della sovranità monetaria e della possibilità di decidere le politiche valutarie (e fiscali).

Si può affermare quindi che il progresso da “reddito di cittadinanza” a “lavoro di cittadinanza” è solo formale e non sostanziale: lo proposta non è sicuramente una istanza kaleckiana e socialista.

Questo mancato esplicito antagonismo al processo eurounionista non può che essere un retaggio dell’europeismo della sinistra liberal. (Di cui Altiero Spinelli, socialista liberale, è un’icona).

 

2. I “beni comuni”: il municipalismo e le privatizzazioni

Chiamare “beni comuni” i beni pubblici è una prassi dialettica che lascia il campo al pensiero privatistico e neoliberale che ha fatto carne di porco della stessa Carta che si vorrebbe difendere.

È un controsenso aver l’ambizione di lottare contro le privatizzazioni permesse dall’attuazione del paradigma liberale usando le categorie stesse usate dai neoliberisti per svendere i beni pubblici.

Il localismo municipalista è invece un corollario del vincolo esterno ed è quindi volto alla svendita e alla gestione privatistica del patrimonio pubblico.

Va comunque evidenziato che ci sono stati relatori che hanno specificato, durante il loro intervento, che preferivano discutere di beni pubblici (anziché di beni “comuni” che, in quanto tali, possono essere considerati “privatizzabili”).

Inutile sottolineare che è stata la “prodiana” e “dalemiana” sinistra liberale a procedere alle privatizzazioni e a svendere il nostro patrimonio pubblico: si cominciasse a prendere le distanze da questa partendo dalle categorie usate.

L’identità socialista si acquisisce in contrapposizione a quella liberale, non alle istanze genericamente “di destra” (segnatamente in riferimento al “regionalismo” leghista e al “reddito di cittadinanza” pentastellato).

 

3. L’ecologismo… e la “matria”

Il tema ecologista — da non confondere con l’ecologia e con quella prassi politica volta a tutelare «il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» e a tutelare «la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività» — segna il momento più deprimente dell’evento, tanto che, nel contributo che più si è concentrato sulla tematica ambientalista, il relatore (rectius, la “relatrice”) ha esordito con quell’aberrazione sostantivale chiamata “matria”: il più truce dei neologismi della sinistra neoliberale e politicamente corretta.

L’indice di falsa coscienza e d’ideologia liberal che si evince da questo semplice mostruosa parola è allarmante: allarmante che un intervento così sia stato messo nella scaletta dell’evento. Probabilmente il contributo più ideologicamente lontano dall’introduzione carica di socialismo fatta dal buon Formenti.

Purtroppo anche nel “Manifesto per la sovranità costituzionale” si afferma che «il socialismo del XXI secolo non può essere disgiunto da una vocazione ecologista», fino a parafrasare la Luxemburg con: «socialismo o collasso ecologico del pianeta».

Si è assolutamente d’accordo che o si realizza il socialismo oppure si andrà verso il disastro ecologico: il punto che non dovrebbe sfuggire è che mai Rosa Luxemburg avrebbe fatto dei comizi contro una distopica “barbarie”. (E si è dovuto aspettare il depressivo Orwell per leggere un romanzo distopico scritto da un socialista… ma transeat). Figuriamoci se sarebbe mai morta con le armi in pugno per la salvezza dei panda o per la diffusione della raccolta differenziata. Neanche a Davos...

Chi è che desidera la “barbarie”? Ovvero, chi è che desidera l’inquinamento?

Semplice: nessuno. I liberisti lo chiamano “esternalità negativa”, un prodotto indesiderato del processo industriale e non voluto ovviamente da nessuno.

La salubrità dell’ambiente è un correlato della storica lotta socialista: a partire dall’ambiente di lavoro. Ma la salvaguardia dell’ambiente, senza alcun riferimento di classe, è una battaglia della classe egemone che, non a caso, ha finanziato gran parte dei movimenti ecologisti che sono nati con la controrivoluzione neoliberale. Così come non è un caso che siano i neomalthusiani ad aver promosso la retorica catastrofista intorno all’ambiente, dalla scomparsa dei panda al riscaldamento globale.

L’ecologismo non è altro che il vincolo esterno ideologico usato per ristrutturare l’ordine sociale in senso classista: se la moneta sottratta alla sovranità popolare è il vincolo esterno sociostrutturale — in Europa l’euro — l’ambientalismo è il vincolo esterno sovrastrutturale.

Il socialista si preoccupa della qualità dell’ambiente in cui vivono e lavorano le classi subalterne: al socialista interessa innanzitutto che la produzione sia funzionale ai bisogni e agli interessi di classe, quindi si interessa dell’inquinamento che i borghesi producono. All’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro.

L’ecologismo è invece quel pensiero borghese per il quale sono i ceti subordinati ad inquinare con i loro consumi, con il loro riprodursi “bestiale” (se non esternamente vincolato…): “Con tutta quella prole che produce CO²!” — tuona la classe egemone.

Non è un caso che quindi Malthus propugnasse ambienti sporchi e malsani in cui far sopravvivere — il meno a lungo possibile — il proletariato.

Lo Stato keynesiano che interviene in economia con la scusa della green economy è un ulteriore prodotto di un pensiero illogico: innanzitutto oggi lo Stato non riesce a intervenire in economia tout court a causa del vincolo esterno, e, nel caso in cui ci si fosse liberati dal vincolo esterno e si fosse riconquistata la sovranità costituzionale, la tutela dell’ambiente sarebbe obbligo costituzionale a cui deve adempiere la Repubblica.

La priorità di un partito socialista è quella della tutela del lavoro in tutti i suoi aspetti.

Visto che occorre sottolinearlo, ribadiamo: il processo di deindustrializzazione e le politiche di riduzione demografica impliciti nell’ecologismo sono reazionari, sono desiderati dalla classe egemone, e sono antitetici al socialismo. L’istanza per cui lo Stato dovrebbe intervenire per modificare la funzione di produzione “in senso ecologista” è, di fatto, o reazionaria o inutilmente ridondante. I “modelli di sviluppo” che tengono conto della funzione di produzione in modo non subordinato alla tutela del lavoro sono istanze politiche parte del paradigma neoliberale. I partiti “verdi” sono infatti espressione della sinistra liberale e sono antagonisti delle istanze socialiste.

 

4. Altre note sparse in conclusione

“Xenofobia” e “nazionalismo” sono altre categorie del paradigma neoliberale usate durante gli interventi dei relatori per stigmatizzare moralisticamente le istanze politiche che hanno posto resistenza alla globalizzazione liberale.

Chi non accetta il liberismo migratorio, o dà segni di scontento per il disagio sociale causato dall’immigrazione, viene tacciato di “xenofobia” o di “razzismo”; chi resiste alla cessione di sovranità agli oligopoli economico-finanziari, e rivendica interessi nazionali, viene tacciato di “nazionalismo”.

Chi combatte invece per tutelare il lavoro fa — ovviamente! — in modo di placare i conflitti sezionali che la borghesia aizza nella classe lavoratrice, lotta per impedire che questi vengano alimentati con ulteriore immigrazione, e opera per la solidale unità della classe lavoratrice.

Non esiste un suprematismo morale di una parte politica sull’altra: esiste una coscienza morale che porta il socialista a lottare a favore degli interessi della classe lavoratrice; ma esso riconosce la legittimità degli interessi della classe proprietaria, rappresentata o meno dalla destra politica.

Il confondere l’etica sociale con la privatistica moralità individuale è parte del paradigma neoliberale.

Non a caso il moralismo è il segno distintivo della sinistra liberal.

Se è giusto «regolare» l'immigrazione in quanto variabile politica che influisce sul livello dei salari, e sulla possibilità dello Stato di adempiere agli obblighi costituzionali che prevedono piena occupazione e servizi sociali universali, non è altrettanto giusto che un partito socialista si limiti a rivendicare una «regolazione».

Se l’immigrazione abbassa il livello dei salari, significa che l’immigrazione è voluta dal padronato: quindi un partito socialista dovrebbe far sì che questa sia sempre ostacolata. Come ostacolerà sempre l’emigrazione.

Non essere noborder non è sufficiente per prendere una posizione socialista sull’immigrazione. Ovvero non basta – per quanto sia già tantissimo – rendere vivo il Dettato che, ricordiamo, è pluriclasse: un partito socialista si preoccupa degli interessi immediati della classe lavoratrice.

In conclusione, al di là di queste note e degli interventi a cui queste si riferiscono, i relatori hanno mediamente espresso contributi di un livello molto più alto rispetto a quello che ci ha abituato il panorama politico degli ultimi lustri. E la possibilità che possa nascere una vera forza politica socialista è auspicata da tutti coloro che lottano per l’indipendenza della propria Patria e per la relativa sovranità costituzionale.

Ma c’è sicuramente ancora tanto lavoro da fare, ad iniziare dalle basi: ovvero dal punto di vista ideologico.

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