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Sulla politica industriale l’ipoteca franco-tedesca

di Attilio Pasetto

I discorsi programmatici di Macron e del ministro tedesco Altmaier hanno delineato le strategia che si dovrà seguire: “campioni europei” per fronteggiare quelli esteri, con la modifica delle regole Ue sulla concorrenza e ripensamento persino del tabù degli aiuti statali. Peccato che sembrino pensare essenzialmente non a una prospettiva comune, ma a quelle dei loro due paesi

Uno dei grandi temi su cui il nuovo Parlamento europeo si dovrà misurare dopo le elezioni di maggio sarà quello della politica industriale europea e della sua relazione con la politica della concorrenza, che finora è stata uno dei punti di forza dell’Unione europea. Per la verità una politica industriale europea finora non c’è mai stata, fatta eccezione per la complessa normativa sugli aiuti di Stato. Le cose però potrebbero cambiare in un futuro abbastanza vicino. Le premesse perché ciò avvenga sono molto evidenti.Cominciamo con il dire che, se dovesse nascere, la politica industriale europea nascerebbe sotto l’egida franco-tedesca. Nascerebbe quindi già distorta e orientata politicamente. Il perché lo vediamo attraverso cinque passaggi temporali.

1. A gennaio di quest’anno viene rinnovato, a cinquantasei anni di distanza, il Trattato di Aquisgrana sulla cooperazione e l’integrazione fra la Francia e la Germania, in cui si ribadisce l’impegno dei due Paesi a costruire un’Unione europea “competitiva” e fondata “su una base industriale forte”.

2. Agli inizi di febbraio il ministro tedesco Peter Altmaier (CDU) presenta la strategia industriale tedesca da qui al 2030, che in più punti coinvolge anche l’Europa. Sullo sfondo dello scontro competitivo globale nelle tecnologie chiave del futuro, tra cui in primo luogo l’intelligenza artificiale, Altmaier propone una strategia di politica industriale fondata sul rafforzamento del peso dell’industria - che dovrebbe raggiungere il 25% del Pil in Germania (dall’attuale 23) e il 20% in Europa - e su un ruolo più interventista dello Stato nell’economia. In particolare, Altmaier sostiene:
- la formazione di campioni industriali, favorendo le aggregazioni di imprese nei settori in cui servono grandi dimensioni per competere
- la creazione di un fondo nazionale che possa all’occorrenza entrare nel capitale delle imprese minacciate dai concorrenti esteri;
- il ricorso, in certi casi, ai sussidi di Stato per “compensare gli effetti negativi della concorrenza”, intervenendo sui prezzi dell’energia elettrica, sulle imposte delle società, sui contributi per la sicurezza sociale.

3. Quasi in contemporanea al documento tedesco, la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager boccia la fusione fra la francese Alstom e la tedesca Siemens che avrebbe creato un gruppo da oltre 15 miliardi di fatturato nel settore ferroviario. La fusione era stata fortemente sostenuta dallo stesso Altmaier e dal suo collega francese Bruno Le Maire per contrastare il colosso cinese CRRC, che avrebbe minacciato l’Europa. “Non vediamo arrivare i cinesi”. Queste le parole con le quali la commissaria danese dichiara illegittima la fusione, perché altererebbe la concorrenza all’interno del mercato unico a danno dei consumatori. Una bocciatura irreprensibile in base alle regole europee della concorrenza, che però Altmaier e Le Maire faticano ad accettare, rimandando lo scontro al dopo elezioni.

4. Il 19 febbraio Francia e Germania pubblicano il “Manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea adatta al 21° secolo”, in cui sostengono che per far sì che le imprese europee abbiano successo a livello globale di fronte a una concorrenza straniera (leggi Cina) che spesso e volentieri si avvale di aiuti di Stato occorre “adattare il nostro sistema regolatorio”, aprendo alla possibilità di intervento dello Stato attraverso i sussidi e il potere di controllo nelle fusioni societarie e aggiornando le linee guida in materia di aggregazioni.

5. Il 4 marzo il presidente francese Macron indirizza una lettera ai cittadini europei, in cui nel paragrafo “Proteggere il nostro continente” afferma: “Le nostre frontiere devono anche garantire una giusta concorrenza. Quale potenza al mondo accetta di proseguire i propri scambi con coloro che non rispettano nessuna regola? Non possiamo subire senza proferir parola. Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americanio cinesi.”

Le parole di Macron sono molto chiare e non hanno bisogno di commento. Le linee guida dei prossimi anni – sempreché l’ondata popolar-sovranista non sommerga l’impalcatura europea – sono già tracciate. C’è da attendersi un’offensiva franco-tedesca volta a piegare le regole europee sulla concorrenza alle esigenze di una politica industriale basata sui campioni industriali e dettata da Parigi e Berlino. E c’è da chiedersi se questo sia nell’interesse dell’Europa o se non rischi piuttosto di sradicare uno dei pochi pilastri della costruzione europea – la politica della concorrenza – avendone in cambio una sorta di dirigismo industriale franco-tedesco. La strada migliore, se si vuole far crescere l’Europa, è probabilmente un’altra. Quella di sviluppare le sinergie e i progetti industriali tra tutti i Paesi europei, senza ostacoli imposti dall’alto. Per fare questo la politica della concorrenza non merita di essere indebolita, ma al contrario rafforzata e riqualificata. Non possiamo pensare di non rispettare le regole del gioco soltanto perché gli altri non le rispettano. Dobbiamo invece applicarle per tutti, europei e non, all’interno dell’Unione e nel contempo far crescere le opportunità di collaborazione fra le imprese europee e fra esse e il mondo della ricerca.

Occorrerebbe infine che anche i ministri dell’Industria degli altri Paesi europei, e non solo di Francia e Germania, si muovessero e dicessero la loro per contrastare i rischi di un’egemonia franco-tedesca e ragionare in un’ottica veramente europea. Il primo a farlo dovrebbe essere il ministro dello Sviluppo economico dell’Italia, che è la seconda nazione manifatturiera del continente e che vanta profondi legami economici e culturali con la Francia, la Germania e l’intera Europa. Purtroppo finora è avvenuto il contrario. Di Maio, come tutto il governo giallo-verde, si è impegnato fin dal suo insediamento in inutili e sbagliate polemiche con Macron, perdendo di vista le vere problematiche di politica industriale che attraversano l’Europa e che costituiranno un importante banco di prova della futura commissione.

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