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linterferenza

25 novembre. Un movimento neoliberale di massa

di Fabrizio Marchi

Il movimento sceso in piazza ieri in tutta Italia “contro il patriarcato e la violenza maschile” può essere definito, a mio parere, come un movimento neoliberale di massa.

Un fenomeno costruito dall’alto, alimentato dai media, in totale simbiosi con le istituzioni e lo stato, che ha come collettore un femminismo mediatico, istituzionalizzato, interclassista, antimaschile, totalmente egemonizzato dall’ideologia neoliberale. Un movimento, naturalmente, non solo del tutto innocuo ma funzionale al sistema capitalista che lo utilizza per spostare completamente l’attenzione dalle grandi contraddizioni sociali e dalle grandi questioni internazionali – cioè dal possibile conflitto sociale che potrebbe scaturire da tali contraddizioni e dalle guerre imperialiste che ne sono la necessaria e inevitabile conseguenza  – al conflitto fra i sessi, o meglio quello del genere femminile contro quello maschile.

La controparte viene individuata nel patriarcato, ormai un fantasma del passato, un cadavere tenuto in vita artificialmente, altrimenti se se ne dichiarasse l’avvenuta estinzione la narrazione femminista, mattone fondamentale dell’attuale sistema dominante, si squaglierebbe come neve al sole.

La violenza maschile, secondo tale narrazione, esercitata a senso unico dagli uomini contro le donne, diventa la necessaria e inevitabile conseguenza del sistema patriarcale. Una violenza ovviamente non episodica (o legata a fattori soggettivi di ordine psicopatologico o sociale) ma sistematizzata, perché tutti gli uomini sarebbero potenzialmente protetti e armati dal dominio patriarcale che li porterebbe a considerare le donne come degli oggetti di loro proprietà di cui possono disporre a piacimento, quindi picchiarle, stuprarle, brutalizzarle, umiliarle in ogni modo, ucciderle.

Uno striscione esposto ieri alla manifestazione di Roma recitava testualmente:” Quando esco voglio sentirmi libera, non coraggiosa”.  Si descrive in tal modo ad arte un mondo che per le donne sarebbe una specie di inferno, costantemente sottoposte alla minaccia di essere vittime di violenza in qualsiasi momento oltre, naturalmente, ad essere sistematicamente, tutte, sottoposte ad ogni genere di discriminazione, economica, sociale, morale, culturale, psicologica e quant’altro.

Le correnti femministe minoritarie, cosiddette “intersezionali” o sedicenti”di classe” (una contraddizione in termini…), resesi conto della deriva o, dal mio punto di vista, della inevitabile e concreta determinazione di una ideologia, già minata alle origini dal virus sessista e antimaschile, tentano affannosamente di coniugare l’inconiugabile, cioè la questione sociale con quella di genere, ma si tratta di un tentativo maldestro che cozza clamorosamente con la realtà perché sia le classi sociali dominanti che quelle subalterne sono ovviamente formate da uomini e da donne che vivono le diverse condizioni e contraddizioni della rispettiva classe di appartenenza, come è evidente a chiunque sia ancora provvisto di un briciolo di buon senso, di razionalità e di onestà intellettuale.

Si tratta quindi di una clamorosa nonché evidente falsificazione della realtà e di un depistaggio ideologico di proporzioni colossali.

Siamo di fronte al più subdolo fra tutti i conflitti orizzontali che sono stati posti in essere e alimentati in tutti questi anni (autoctoni contro immigrati, “millenials” contro “boomers”, lavoratori privati contro lavoratori pubblici, giovani lavoratori contro pensionati, pro vax contro no vax) perché va a toccare corde profonde e delicatissime: l’affettività, la sessualità, le relazioni familiari, la relazione intima fra uomini e donne, il rapporto interno alle coppie, fra mogli e mariti, padri e figlie, fratelli e sorelle e così via. La finalità di questo conflitto non è soltanto quella di lacerare il corpo sociale e di dividerlo per poterlo meglio soggiogare, ma di minare alla radice la stessa idea di umanità che viene così separata, con i maschi che diventano i carnefici e il male per definizione e le femmine le vittime, comunque e dovunque, sempre per definizione.  Gli uomini, sottoposti ormai dalla mattina alla sera a un bombardamento mediatico a tappeto, vengono colpevolizzati, criminalizzati e naturalmente psicologicamente paralizzati. Gli effetti devastanti di tale processo soprattutto sulle giovani e giovanissime generazioni sono già evidenti e lo saranno drammaticamente ancora di più nel prossimo futuro, e questo riguarderà non solo gli uomini ma anche le donne. E’ bene sottolineare che la distruzione psichica e psicologica del maschile è propedeutica, sul lungo periodo, a quella del femminile, in una prospettiva che in linea teorica deve vedere ambo i sessi deprivati di una reale identità e coscienza di sé. Si tratta del processo di distruzione di ogni identità, che non sia la forma merce, che è nel DNA del sistema di dominio capitalistico esclusivamente finalizzato alla sua in linea teorica illimitata e infinita riproduzione.

Palmiro Togliatti, uno degli storici leader del Partito Comunista italiano, definì il fascismo come un regime reazionario di massa. Aveva ragione perchè quel regime (come altri, sia chiaro) riuscì a costruire un consenso di massa attorno a sé soprattutto dopo aver conquistato il potere. Certamente, la macchina di costruzione del consenso all’epoca era molto più rozza (anche se avanzata per i tempi) rispetto a quella attuale, e il controllo delle menti avveniva soprattutto attraverso il controllo della sfera pubblica delle persone. Oggi la situazione è profondamente mutata e la costruzione del consenso – molto più sofisticata rispetto al passato – si fonda principalmente sull’occupazione e la manipolazione della sfera privata, del foro interiore degli uomini e delle donne, ben prima del controllo della loro sfera pubblica, come appunto avveniva in passato. Possiamo anzi dire che quest’ultima è la conseguenza della prima.

L’assassinio di Giulia Cecchettin da parte di questo ragazzino psicopatico – derubricato come l’ennesimo atto di violenza sistematica dell’oppressione patriarcale (a mio parere è invece il comportamento di un soggetto maschile spappolato ed estremamente fragile, prodotto di quell’attacco sfrenato al genere maschile e di un contesto ultracapitalista che ha atomizzato ogni vincolo sociale e comunitario, ma di questo mi occuperò in altro articolo) – è avvenuta casualmente pochi giorni prima della rituale scadenza del 25 novembre, contestualmente alla carneficina di civili a Gaza tuttora in corso. Mentre però le manifestazioni per chiedere di porre fine al genocidio in Palestina hanno visto al massimo la partecipazione di alcune decine di migliaia di persone (per lo più appartenenti alla solita e sempre più striminzita area della sinistra radicale), quelle di ieri sono state popolate da centinaia e centinaia di migliaia di persone. Questo perché quelle svoltesi ieri in tutto il paese sono il risultato finale di un processo cominciato decenni fa che ha scavato in profondità nella sfera subliminale delle persone, al punto che la morte di una ragazza per mano del suo fidanzato o ex fidanzato suscita oggettivamente (molta) più emozione del massacro di circa seimila bambini e bambine (più altre migliaia di mutilati) vittime delle bombe di uno stato razzista e imperialista.

Ecco, dunque, che anche la sensibilità e l’indignazione sono state abilmente e artificialmente condizionate da un sistema altamente sofisticato e pervasivo. Una trappola in cui cadono in tanti. Non a caso ieri in piazza a manifestare insieme alle donne e agli uomini del mondo liberale e neoliberale contro “il patriarcato e la maschilità tossica e violenta” c’erano anche le solite micro formazioni della “sinistra” cosiddetta “antagonista”, anch’esse imbevute, senza peraltro esserne consapevoli (non so se più grave la stupidità o l’opportunismo ma è dl tutto irrilevante) di ideologia neoliberale e politicamente corretta.

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Comments

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Giuseppe S.
Sunday, 10 December 2023 17:33
Concordo con quanto osservato dall' autore dell'articolo, ed apprezzo il "coraggio" avuto, per quanto del patriarcato si debba dare, di là dalle circostanza, una accezione più storica, nella misura in cui trascende, a mio parere, il suo ricondursi al genere, accompagnandosi ai caratteri dello specismo.
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Ros*Lux
Sunday, 03 December 2023 09:15
Quindi sostenere che il maschio di specie e la femmina di specie abbiano una coscienza di sè al di fuori di questo rapporto storico è una fesseria come quella di ritenere che l’attività sociale dell’essere mamma sia un istinto naturale della femmina di specie. /quote]

Dare dell'ignorante al Prof. Marchi ,come si fa in ben 2 commenti qui sotto , è davvero assurdo anche e soprattutto perché viene fatto sulla base di argomenti paradossali...

Gallupi non si rende neanche conto che
questa fesseria è proprio quello che sostiene l'ideologia genderista...ed è il corrispettivo contemporaneo della mercificazione della forza lavoro e dell'alienazione di lavoratori e lavoratrici .

Non sorprende quindi che insieme a Castaldo non colga che per il capitalista i lavoratori sono semplici mezzi di produzione, sacrificabili nel processo di produzione finalizzato alla massima riproduzione allargata del Capitale...che per questa ragione i morti sul lavoro sono riconducibili al apporti sociale squilibrato tra "datori di lavoro" e lavoratori ,tanto quanto i cosiddetti femminicidi sono riconducibili ad uno squilibrio nei rapporti tra i generi
Come ho provato ad argomentare nel mio precedente commento.

Davvero uno strano genere di comunisti.

NB Per chiarire ulteriormente la mia tesi....
Questi argomenti vanno intesi come un integrazione ai miei commenti precedentemente pubblicati.
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Alessio Galluppi
Sunday, 03 December 2023 15:16
Si, confermo: sostenere che il maschio e la femmina abbiano una coscienza di sè "naturale" al di fuori dei rapporti generali con i mezzi della produzione (rispetto ai quali la riproduzione sociale è subordinata al profitto) è una fesseria. Così come è una fesseria sostenere che la femmina (o la donna) abbia l'istinto naturale di essere mamma, il cui termine è un prodotto storico sociale che indica una attività sociale.
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Fabrizio Marchi
Sunday, 03 December 2023 18:04
Quindi in natura non esiste nulla, tutto è solo e soltanto cultura, tutto è modificabile a nostro piacimento perchè non esiste nessun fondamento naturale. Questa è ingegneria genetica e sociale, tutta interna alla tendenza "genderista" di moda in questa fase storica (quindi anche questa è cultura, altro maschile e femminile sono solo meri costrutti culturali e non esistono in natura).
Ho francamente paura di quelli/e (dovrei scriverlo con la Schwa, o come si dice...) come lei, mi fanno forse più paura degli "ontologisti", come ho scritto in un altro commento sempre in risposta a lei, quelli per i quali nulla è trasformabile perchè gli esseri umani sono quello che sono per condizione ontologica, e quindi ogni status quo non è modificabile nè tanto meno superabile. Lei e quelli come lei rappresentano il versante opposto e speculare. Mi vengono i brividi al solo pensare un mondo orwelliano come il suo. Il che ovviamente, solo per restare all'esempio già citato, non significa affatto che una donna debba necessariamente "sentirsi" madre e diventare madre; non è scritto da nessuna parte. Ma da questo a dire che non esista un legittimo e naturale desiderio di maternità per le donne o per una gran parte delle donne, è a mio parere un delirio ideologico.
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Ros*Lux
Sunday, 03 December 2023 16:00
Il genderismo potrebbe essere appunto la nuova coscienza di sé , funzionale alla gig economy ,al neoliberismo ...
La propaganda genderista sostiene perfino la necessità di trattamenti medici per la transizione di genere ... appunto per forzare la biologia.

Va aggiunto che è del tutto evidente che la natura o per meglio dire la biologia di specie non si possono negare ... altrimenti ...
Come dire ...mi consenta di dirlo con una battuta...quanto mai opportuna:
"la famosa madre non sarebbe sempre incinta".
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Alessio Galluppi
Saturday, 02 December 2023 10:07
Quote:
E’ bene sottolineare che la distruzione psichica e psicologica del maschile è propedeutica, sul lungo periodo, a quella del femminile, in una prospettiva che in linea teorica deve vedere ambo i sessi deprivati di una reale identità e coscienza di sé.
Con questa affermazione il professore dimostra di ignorare totalmente - di essere ignorante - come il movimento storico del rapporto degli umani con i mezzi della produzione e con le necessità della riproduzione sociale, ai fini della accumulazione delle ricchezze e della produttività, abbiano determinato i due generi di specie in un rapporto che subirdina il secondo (la riproduzione) al primo (la produttività, oggi al profitto). Quindi sostenere che il maschio di specie e la femmina di specie abbiano una coscienza di sè al di fuori di questo rapporto storico è una fesseria come quella di ritenere che l’attività sociale dell’essere mamma sia un istinto naturale della femmina di specie. Se voleva fare una critica alla deriva del femminismo liberale messo alla strette della crisi del modo di produzione, che attaccando la femmina di specie (per i motivi che spiega Michele) vuol fare del femminismo la sua ancella, avrebbe potuto trovare altri argomentazioni e non queste concezioni reazionarie.
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Fabrizio Marchi
Sunday, 03 December 2023 11:05
Non ho mai detto né scritto che i maschi di specie e le femmine di specie hanno una coscienza di sè al di fuori delle condizioni storiche e sociali, questo è una sua libera e personale interpretazione (o distorsione pro domo sua) del mio pensiero, e non capisco neanche dove e come abbia potuto evincerlo.
Fatta questa premessa, penso che gli esseri umani, tutti, siano esseri naturali e culturali nello stesso tempo, e questa è la loro specificità, quella che la distingue da tutti gli altri esseri viventi. Quindi è impossibile separare natura e cultura, perché le due sono inscindibili. Gli “ontologisti” e i “culturalisti” le separano per portare acqua al proprio mulino. Per i primi, cioè i conservatori (per sintetizzare all’inverosimile) nulla è trasformabile perché l’essere umano è ontologicamente strutturato in un certo mondo e quindi la realtà non è trasformabile e ogni tentativo in tal senso è destinato a fallire. E’ ovvio che questo modo di vedere le cose porta inevitabilmente ad una visione che per brevità potremmo definire “vetero reazionaria” funzionale al mantenimento dello status quo, cioè dell’ordine sociale dominante relativamente alla varie epoche storiche. Per i secondi invece tutto è, all’opposto, trasformabile, perché non esisterebbe una natura umana, dal momento che tutto è cultura, e quindi tutto è trasformabile. La conseguenza inevitabile di una tale concezione è invece una sorta di totalitarismo culturale, di ingegneria genetica e sociale.
Quindi è del tutto che la relazione fra maschi e femmine è data anche dal relativo contesto sociale e culturale, fermo restando che il maschile e il femminile hanno anche una loro datità naturale, ontologica, e non vedo dove sia il problema, a meno che, come i sostenitori della cosiddetta “teorica gender”, non si pensi che il maschile e il femminile non esistano in natura e siano dei meri costrutti culturali.
Io non penso affatto – e questo è uno dei miei principali punti di critica al femminismo – che il lavoro “riproduttivo” (femminile) sia stato in una posizione di subordinazione rispetto a quelle “produttivo”, a meno di non pensare che alzarsi la mattina alle quattro per trascorrere dodici ore al giorno in una miniera, in una cava o in una acciaieria sia una condizione di privilegio rispetto a chi sta a casa a crescere figli o a fare lavori vari di riproduzione. Ciò che penso è che la divisione sessuale del lavoro – che ha caratterizzato la storia dell’umanità insieme alla divisione sociale, cioè di classe, del lavoro - abbia posto la maggioranza degli uomini e la maggioranza delle donne in una condizione di oppressione e sfruttamento, in parte diverse e in parte simili, proprio sulla base delle rispettive specificità sessuali. Il femminismo ha derubricato e rivisitato ideologicamente questa divisione sessuale del lavoro data dalle varie forme storiche di dominio sociale che si sono avvicendate nel corso della storia, come l’oppressione sistematica del genere maschile tout court su quello femminile, come una condizione sistematica di privilegio e di dominio in cui si sarebbero sempre trovati e si troverebbero tuttora i maschi, per il solo fatto di essere nati maschi, in società dominate dal patriarcato (tuttora il femminismo sostiene questa tesi). Personalmente non condivido questo postulato ideologico che, a mio parere, è una forzatura (ideologica, appunto) e una deformazione della realtà e della storia (oggi, nella realtà odierna, più che mai) a cui il femminismo non può rinunciare, ovviamente; se lo facesse dovrebbe necessariamente sciogliersi il secondo successivo.
Sostenere questo significa essere dei reazionari? Non saprei cosa dirle. Faccia lei, non ho il potere di cambiare la sua opinione né vorrei averlo.
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Alessio Galluppi
Sunday, 03 December 2023 15:57
Femmina e maschio sono entità biologiche e non esiste una terza per la specie umana. Uomo e Donna sono denominazioni storiche, il primo discende dal rapporto degli umani con i mezzi della produzione, il secondo si dà in relazione al “maschio” e alla riproduzione sociale. Entrambi sono sottoposti dalle forze impersonali delle leggi della produzione del valore e della accumulazione del profitto, ma in un combinato diseguale.
Sostenere l’esempio sulla “fatica” in miniera e la “fatica” nelle faccende di casa è privo di senso a meno che si pensa che mentre un bambino (maschio) che scava nelle miniere di cobalto in Congo, i genitori se la spassano e poi si godono la miserabile paga salariale.
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Fabrizio Marchi
Sunday, 03 December 2023 11:05
Non ho mai detto né scritto che i maschi di specie e le femmine di specie hanno una coscienza di sè al di fuori delle condizioni storiche e sociali, questo è una sua libera e personale interpretazione (o distorsione pro domo sua) del mio pensiero, e non capisco neanche dove e come abbia potuto evincerlo.
Fatta questa premessa, penso che gli esseri umani, tutti, siano esseri naturali e culturali nello stesso tempo, e questa è la loro specificità, quella che la distingue da tutti gli altri esseri viventi. Quindi è impossibile separare natura e cultura, perché le due sono inscindibili. Gli “ontologisti” e i “culturalisti” le separano per portare acqua al proprio mulino. Per i primi, cioè i conservatori (per sintetizzare all’inverosimile) nulla è trasformabile perché l’essere umano è ontologicamente strutturato in un certo mondo e quindi la realtà non è trasformabile e ogni tentativo in tal senso è destinato a fallire. E’ ovvio che questo modo di vedere le cose porta inevitabilmente ad una visione che per brevità potremmo definire “vetero reazionaria” funzionale al mantenimento dello status quo, cioè dell’ordine sociale dominante relativamente alla varie epoche storiche. Per i secondi invece tutto è, all’opposto, trasformabile, perché non esisterebbe una natura umana, dal momento che tutto è cultura, e quindi tutto è trasformabile. La conseguenza inevitabile di una tale concezione è invece una sorta di totalitarismo culturale, di ingegneria genetica e sociale.
Quindi è del tutto che la relazione fra maschi e femmine è data anche dal relativo contesto sociale e culturale, fermo restando che il maschile e il femminile hanno anche una loro datità naturale, ontologica, e non vedo dove sia il problema, a meno che, come i sostenitori della cosiddetta “teorica gender”, non si pensi che il maschile e il femminile non esistano in natura e siano dei meri costrutti culturali.
Io non penso affatto – e questo è uno dei miei principali punti di critica al femminismo – che il lavoro “riproduttivo” (femminile) sia stato in una posizione di subordinazione rispetto a quelle “produttivo”, a meno di non pensare che alzarsi la mattina alle quattro per trascorrere dodici ore al giorno in una miniera, in una cava o in una acciaieria sia una condizione di privilegio rispetto a chi sta a casa a crescere figli o a fare lavori vari di riproduzione. Ciò che penso è che la divisione sessuale del lavoro – che ha caratterizzato la storia dell’umanità insieme alla divisione sociale, cioè di classe, del lavoro - abbia posto la maggioranza degli uomini e la maggioranza delle donne in una condizione di oppressione e sfruttamento, in parte diverse e in parte simili, proprio sulla base delle rispettive specificità sessuali. Il femminismo ha derubricato e rivisitato ideologicamente questa divisione sessuale del lavoro data dalle varie forme storiche di dominio sociale che si sono avvicendate nel corso della storia, come l’oppressione sistematica del genere maschile tout court su quello femminile, come una condizione sistematica di privilegio e di dominio in cui si sarebbero sempre trovati e si troverebbero tuttora i maschi, per il solo fatto di essere nati maschi, in società dominate dal patriarcato (tuttora il femminismo sostiene questa tesi). Personalmente non condivido questo postulato ideologico che, a mio parere, è una forzatura (ideologica, appunto) e una deformazione della realtà e della storia (oggi, nella realtà odierna, più che mai) a cui il femminismo non può rinunciare, ovviamente; se lo facesse dovrebbe necessariamente sciogliersi il secondo successivo.
Sostenere questo significa essere dei reazionari? Non saprei cosa dirle. Faccia lei, non ho il potere di cambiare la sua opinione né vorrei averlo.
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Michele Castaldo
Friday, 01 December 2023 18:42
Paragonare i femminicidi ai morti sul lavoro è semplicemente sbagliato, perché i morti sul lavoro sono "casuali", non che non abbiano cause , tutt'altro, ma che essi sono frutto del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, mentre i femminicidi sono frutto di relazioni fra i due generi, maschile e femminile. Dunque è un ragionamento sbagliato il solo accostamento.
Se si tratta perciò di delitti che riguardano la relazione tra i due generi, allora va indagata la relazione fra i due generi a questo stadio dello sviluppo del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione e i riflessi che hanno sulle relazioni fra i due generi.
Se non si ha questa capacità è preferibile tacere piuttosto che scrivere scemenze perché la questione è molto ma molto complicata e ridurla - come fa l'autore di questo articolo – alla sua tesi è fuorviante.
Faccio un solo esempio: il mondo femminile è passato da una schiavitù all'altra, ovvero da produttrice di merci animate, figli, a produttrice e consumatrice di merci inanimate, cioè mezzi di produzione e merci.
Il soggetto - totalmente impersonale - artefice di questo passaggio è il modo di produzione capitalistico che a seguito della rivoluzione industriale è sulla via del superamento del patriarcato.
Questo soggetto, il modo di produzione capitalistico, è così incosciente e stupido, da aver segato, strada facendo, il ramo sul quale si reggeva: aumento della popolazione quale fattore della possibilità di consumo delle merci e dei mezzi di produzione.
Questo soggetto ha "emancipato" la femmina al punto che l'ha resa "donna indipendente", cioè "libera" a tal punto che intende sottrarsi al vecchio e precedente ruolo per essere un'altra cosa: dunque più donna e meno mamma. Così facendo - insieme a mille altri fattori - contribuisce ad aggravare la crisi del modo di produzione capitalistico tanto è vero che aumenta la denatalità e aumenta il calo demografico. Solo in Italia? Solo in Europa? Solo in Occidente? No, in tutto il mondo tranne che in Africa.
Può compensare la sola crescita africana il calo demografico generalizzato? No. Dunque avremo un aggravamento ulteriore con l'aggravamento ulteriore della crisi.
Se l'autore di questo articolo non è capace di inquadrare correttamente la questione, nessuno lo obbliga a scrivere, a meno che non glielo abbia obbligato il medico.
In certi casi tacere fa bene anche alla salute!
Michele Castaldo
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Fabrizio Marchi
Sunday, 03 December 2023 11:57
Non ho mai accostato la questione dei cosiddetti “femminicidi” ai morti sul lavoro. In ogni caso, dal momento che la questione è stata sollevata è bene ricordare che le morti sul lavoro sono pressoché quasi tutte maschili con rarissime eccezioni (dati Inail che chiunque può verificare), il che significa che i maschi sono quelli che svolgono i mestieri più rischiosi, nocivi per la salute e purtroppo mortali. Il che significa ancora che il postulato femminista in base al quale tutti gli uomini, per il solo fatto di essere maschi, in una società tuttora dominata dal patriarcato, sarebbero in una condizione di privilegio e di dominio, è falso.
Sulla questione della “schiavitù” femminile, come lei stesso ha scritto, o sulla subordinazione del lavoro riproduttivo (femminile) nei confronti di quello produttivo (maschile) le ho indirettamente già risposto replicando al commento di Alessio Galluppi (vada a leggerlo, se lo ritiene opportuno), e non voglio ripetermi.
Sul fatto di tacere piuttosto che scrivere scemenze, al di là dell’insulto e della palese maleducazione (i moderatori dovrebbero sanzionare queste, diciamo così, cadute di stile, per usare un eufemismo, sul giornale online da me diretto non tollero insulti da parte di nessuno nei confronti di chicchessia), potrei ovviamente, se fossi uno zotico e irrispettoso come lei, dirle esattamente la stessa cosa. Nessuno, e tanto meno il medico, la obbliga a commentare i miei articoli. Se ritiene che il sottoscritto sia uno scemo oltre che un reazionario, perché perde tempo nel commentare i suoi articoli? Forse per dire a suocera ma per parlare a nuora, come si suol dire. Può darsi. Non cambia il suo modo scorretto e volgare di porsi nei confronti dell’interlocutore. Ma il punto vero è proprio questo. Lei vuole disconoscere l’altro come interlocutore. Ha già emesso la sua sentenza che è quella di bollare il sottoscritto come uno scemo e un reazionario. E’ la tipica modalità in voga oggi nei confronti di chiunque osi sollevare delle critiche al femminismo e nel complesso, a tutta l’impalcatura ideologica nei liberale e politicamente corretta di cui anche la cosiddetta “sinistra antagonista” è imbevuta. In ogni modo, sopravvivrò anche ai suoi insulti.
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Ros*Lux
Friday, 01 December 2023 20:13
[quote Paragonare i femminicidi ai morti sul lavoro è semplicemente sbagliato, perché i morti sul lavoro sono "casuali", non che non abbiano cause , tutt'altro, ma che essi sono frutto del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione
/quote]
"Cit; rapporto degli uomini con i mezzi produzione"

Ma questa espressione non ha senso....
Il capitale viene inteso come un «rapporto sociale di produzione»

Non è un rapporto (?!) con i mezzi di produzione... D'altra parte in tutti i sistemi produttivi
gli uomini devono avere un rapporto con i mezzi di produzione 😁 per produrre...
Certo nel capitalismo imprenditori e lavoratori lo hanno in modi differenti....
Per Marx, il rapporto sociale capitalistico può essere descritto come quella condizione storica nella quale le condizioni «oggettive» della produzione (i mezzi di produzione e le risorse originarie diverse dal lavoro) sono in mano a una parte della società, la classe capitalistica, con l’esclusione dell’altra parte della società, la classe dei lavoratori salariati1. Separati dalle condizioni materiali della produzione, e quindi incapaci da soli di produrre i mezzi di sussistenza, i lavoratori devono vendere alle imprese la condizione «soggettiva» della produzione (la propria «forza-lavoro»), di contro a un salario monetario che verrà speso nell’acquisto di beni salario. La forza-lavoro è «capacità di lavoro»: .

In termini meno astratti: il contratto di lavoro detto non a caso anche rapporto di lavoro (formale o informale) è il rapporto sociale attraverso il quale il capitalista impiega la forza lavoro nella produzione ...il lavoratore entra nel processo produttivo alle condizioni di fatto e di diritto fissate nel rapporto contrattuale con il capitalista ...
Per questi motivi i morti sul lavoro sono in gran parte determinati dal rapporto sociale squilibrato tra datore di lavoro e lavoratore.
L'equivalente in termini di rapporto formale tra i generi è il contratto di matrimonio o Unione civile.

Il resto dell'articolo non introduce argomenti nuovi e rilevanti nella discussione,tanto meno confuta la mia tesi e quella di Marchi.
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Giovanni Nicola De M
Thursday, 30 November 2023 09:07
Caro Alfred: leggo sempre con molto interesse i Suoi commenti. Brillanti, incisivi, evidentemente frutto di una solida cultura. Mi meraviglio molto, pertanto, della banalità e della involontaria comicità del Suo post attuale. A cospetto della precisa analisi di Marchi e della altrettanto rigorosa risposta della Ros*Lux, Lei contrappone lo stereotipo della femmina ( in tailleur) che si aggira per "parchetti bui e incustoditi", presa d'assalto da schiere di maniaci ( rigorosamente maschi). Propone anzi, maliziosamente, di travestirci tutti ( in tailleur d'ordinanza) per provare quale abisso di perversione maschile si annidi nel buio ( incustodito) di questi luoghi dell'orrore.
E fin qui si può anche sorridere.
Paragonare invece questi delitti alle morti sul lavoro, è francamente squallido
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Alfred
Thursday, 30 November 2023 21:55
Lei mi sopravaluta.
Sono molto ignorante, ma con qualche briciola di intelligenza.
E ho un lato scherzoso, ma anche antipatico.
Riconosco che la proposta del vestirsi da donna puo'irritare, ma cosa potevo suggerire quando ci si indigna per ... Quando esco voglio sentirmi libera, non coraggiosa”.
Quante donne conoscete che per lavoro o per ritardi di lavoro (non per sfruculiare con esibizioni o liberta'di alcun genere) sono costrette a uscire o rientrare a casa di notte? Nel corso degli anni ne ho conosciuto diverse. Una appena assunta che usciva tardi dal lavoro mentre usciva dal garage si e' trovata faccia faccia con uno sconosciuto che le ha messo le mani addosso. Per sua fortuna e' riuscita a liberarsi e chiudersi in casa, ma e' rimasta terrorizzata, per anni.
No, non cercava il portafogli, da come si e' presentato era pronto per altro. Conosco diverse donne infermiere o dottoresse che fanno i turni in diversi ospedali. Devo proprio raccontare come si regolano negli orari notturni quando devono orendere la macchina dai parcheggio o fare un po' di strada a piedi? Volete la casistica di quello che alcune hanno vissuto?
Vi risparmio e vi chiedo: quanti maschi conoscete che si sono trovati in condizioni simili? Aggrediti ai fini di una violenza sessuale? Io neanche uno.
Quindi se una scrive su un cartello o si tatua in fronte quel voler essere libera, non coraggiosa mi chiedo cosa ha vissuto, non provo fastidio. Senza colpevolizzare l'universo maschile, ma sapendo che per il mondo femminile il problema esiste.
Quindi, per chi non lo intende ... provare a vestirsi o sembrare donna ... per credere.
Perche' le sembra assurdo il confronto tra casalinghe uccise dai mariti o altri familiari (e non sono poche) e omicidi sul lavoro? Pensi che fino a non molto tempo fa gli assassini di mogli potevano anche ereditare dalle mogli e chiedere la reversibilita' della pensione. E' grazie alla lotta di una donna uccisa dal marito se nel 2010 (non nel giurassico) lo stato italiano ha legiferato in merito https://www.lanuovasardegna.it/regione/2010/10/28/news/la-battaglia-di-vanessa-uccise-mia-madre-non-avra-i-suoi-soldi-1.3329229
Se non conoscevate il caso leggetelo e' istruttivo.
Un imprenditore che scientemente risparmia sui sistemi di sicurezza e' un assassino in potenza e di fatto se capitano i morti. Un marito che considera colei che lo accudisce, non recepisce una lira, ma svolge anche tutte le mansioni domestiche come una cosa su cui sfogare anche rabbie frustrazioni e furia omicida.... davvero non ha niente a che fare con sistema schiavistico, sfruttamento e reificazione dell'essere umano?
Se per un padrone che uccide operai non protetti non trovate attenuanti quante se ne trovano in giro per mariti o familiari che uccidono le donne di famiglia?
Non so se vi rendete conto che in questo mondo non circolano solo i pericolosi discorsi femministi, ma hanno ampia diffusione libri recenti di generali che le idee su donne e struttura del mondo le hanno chiare. Donne fattrici e in casa a far la calza .. il corollario sociale sullo stesso tenore.
Davvero voi queste cose non le vedete? Non vedete gente che non legge libri da anni andare felice a intrupparsi tra i vannacciani?
almeno i lettori del libro non si nascondono, molti invece stanno in silenzio e covano cose peggiori che per il momento non sentono di poter sdoganare...
Per intenderci i millei globali sono in ascesa, ma se voi pensate che il problema siano le donne e i loro diritti (come i diritti di tutti) ... buona fortuna
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Alfred
Thursday, 30 November 2023 21:58
Scusate
Non e' ...grazie alla lotta di una donna uccisa dal marito

Ma grazie alla Figlia di una donna uccisa dal marito
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Ros*lux
Wednesday, 29 November 2023 18:47
Quello che va aggiunto all'analisi di Marchi è il pieno riconoscimento del fatto che il neofemminismo, il genderismo,il wokismo, neomaschilismo sono ideologie irrazionaliste, ovvero classiste e reazionarie, torna alla memoria György Lukács ,del quale Orban ha fatto rimuovere le statue e monumenti...e il suo libro "La distruzione della ragione"...
Elaborate negli stessi ambiti universitari neoliberisti..
Teorie,che si pretendono scientifiche ,in realtà antiscientifiche, vere e proprie ideologie sessiste,che producono una polarizzazione dell'opinione pubblica attraverso la legittimazione degli hate speech sessisti e di misure di prevenzione discriminatorie tendenzialmente iatrogene/criminogene e contrarie alle garanzie tipiche dello Stato di Diritto ... E sempre più evidente che questo conflitto viene fomentato da tutti i media ,con un chiaro intento anche provocatorio sul pubblico privo di senso critico e come utile diversivo rispetto ai temi del diritto di sciopero e del probabile allargamento dei conflitti militari in corso. È necessario prendere finalmente coscienza che il neofemminismo svolge una funzione politica opposta al femminismo storico.
L'assassinio (non il femminicidio) di Rosa Luxemburg è lì a ricordarcelo!
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Alfred
Wednesday, 29 November 2023 20:12
Voi conoscete un libro scritto dal generale vannacci e che va per la maggiore?
Cosa ne pensate?
Mi piacebbe saperlo, cosi, a titolo di statistica
Grazie
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Clotilde
Wednesday, 29 November 2023 18:36
Concordo con l'autore e vorrei segnalare una incredibile affermazione di Umberto Galimberti durante la Trasmissione In Onda de La7. https://www.la7.it/in-onda/video/galimberti-sulla-risonanza-del-caso-di-giulia-cecchettin-questa-manifestazione-e-stata-determinata-26-11-2023-515754
Testualmente, a proposito della manifestazione del 25 novembre egli dice "questo delitto è diventato l'occasione per questa manifestazione così imponente e, apro parentesi, le manifestazioni imponenti disturbano i governi, allora la stampa governativa cosa fa? Prende alcuni particolari come l'episodio della Palestina per oscurare il fenomeno
enorme di questo corteo e chiudo parentesi". Quindi quello che sta succedendo in Palestina è un episodio (sembra di capire irrilevante), di cui la stampa di regime parla per distrarre l'attenzione da ciò che è veramente importante: la manifestazione del 25 novembre. Non ho visto la trasmissione, ma solo il pezzetto riportato nel video. Qualcuno l'ha vista e sa se sono state fatte delle obiezioni? Io sono senza parole. Ho avuto l'impressione che Galimberti, per dire una cosa del genere, sia completamente rincoglionito, ma se i presenti non glielo hanno fatto notare, bisogna cercare altre spiegazioni.
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Alfred
Wednesday, 29 November 2023 18:33
Non vorrei che a furia di circoscrivere le proteste non consone lei si trovasse a fare la rivoluzione con il suo vicino di pianerottolo.
Non voglio piu polemizzare, di morti ammazzati conosco due donne e due uomini suicidi dopo averlo fatto, conosco altrettante famiglie con morti per lavoro e altre due per morti in conflitti di delinquenza comune. Negli ultimi 20 anni, in parti d'italia in cui e' sparsa la mia famiglia e le mie conoscenze. Se non disturbo le chiedo di fare due esercizi, niente di difficile
-il primo vestirsi da donna e uscire di giorno o di sera da solo anche senza particolari gesti di provocazione. Giri per qualche sera, non sempre trova qualcuno che molesta, ma le assicuro che potra' farsi un'idea, soprattutto se attraversa parchetti bui e incustoditi. Mireranno al suo portafoglio, ma cercheranno anche altro, stia tranquillo. Se pensa che sono tutte fole lo faccia, almeno potra' smentire per esperienza diretta.
-il secondo: provi a considerare il numero di donne uccise come persone morte sul lavoro. Per una buona fetta di loro accudire la famiglia era il lavoro e molti mariti sono equiparabili a datori di lavoro vessatori e pure assassini. Le cambia la prospettiva?
Le sembrerebbe corretto che i familiari, amici, conoscenti, concittadini della casalinga uccisa ieri dal marito datore di lavoro vadano in piazza incazzati neri contro figure analoghe a quelle del marito che ha distrutto (non solo ucciso, distrutto a colpi di mazza) la moglie?
Si faccia delle domande, si dia delle risposte e non aspetti la rivoluzione descritta nei libri di testo, le rivoluzioni intersecano diverse pulsioni e forze, cerchi piuttosto di avvicinarsi ai problemi reali delle persone reali senza pensare che esistono solo perche' sono sulle prime pagine dei giornali.
La saluto e ... spero che dopo le passeggiate notturne in tailler mi raccontera' come si e' sentita ... pardon sentito.
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