pausa vacanze.jpeg

IL SITO SI PRENDE UNA PAUSA ESTIVA. A PRESTO!

Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

clarissa

Netanyahu e i militari israeliani

di Gaetano Colonna

Mentre soffiano venti di guerra tra Israele e il Libano, dopo i numerosi scontri tra soldati con la stella di David ed Hezbollah, la polemica tra il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e i vertici delle forze armate israeliane (IDF) sta raggiungendo toni mai visti, almeno fino a questo momento. Toni che tuttavia promettono di fornire molte interessanti notizie su cosa è realmente accaduto in Palestina prima e dopo il 7 ottobre 2023.

 

Un obiettivo irraggiungibile

Il 19 giugno il contrammiraglio israeliano Daniel Hagari, parlando come portavoce dell’IDF, in un’intervista a Channel 13 News dichiara senza mezzi termini:

«Questa faccenda di distruggere Hamas, di far sparire Hamas, è semplicemente un modo per gettare sabbia negli occhi del pubblico».

«Hamas è un’idea, Hamas è un partito. – ha poi aggiunto – È radicato nel cuore della gente: chiunque pensi che possiamo eliminare Hamas sbaglia».

Avvertendo poi, come se non bastasse, che «se il governo non trova un’alternativa, [Hamas] rimarrà» nella Striscia di Gaza.

Si tratta della denuncia forte e chiara, da parte dei militari, che l’obiettivo strategico che il governo israeliano proclama dal 7 ottobre, la distruzione di Hamas, è irraggiungibile: detto da loro, indica una frattura molto seria tra direzione politica e condotta militare sul campo.

La risposta del governo non si è fatta attendere, e non manifesta alcun ripensamento. L’ufficio di Netanyahu ha dichiarato in un comunicato che il gabinetto di guerra «ha definito come uno degli obiettivi della guerra la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas». Come a dire: noi andiamo avanti.

A questo punto, come spesso accade in questi casi, l’ufficio del portavoce dell’IDF ha successivamente rilasciato una dichiarazione nella quale si dice che l’esercito era comunque impegnato a raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati dal governo, inclusa la distruzione delle capacità governative e militari di Hamas, aggiungendo, si noti, che Hagari aveva parlato nell’intervista di «sradicare Hamas come ideologia e idea».

Un’affermazione interessante, che vuole sottolineare un elemento che in realtà dovrebbe essere più importante dal punto di vista politico: anche distruggendo Hamas, la sua impostazione ideologica e le sue idee non potrebbero essere distrutte. Come a dire, l’ideale della liberazione della Palestina non si uccide nemmeno uccidendo tutti gli uomini di Hamas.

Come molti osservatori di questo conflitto hanno già ripetutamente osservato, una guerra condotta con un simile spregio della vita di civili, donne e bambini inclusi, non potrà che sollevare un muro di odio e un duraturo spirito di vendetta contro lo Stato ebraico.

 

Che fare di Gaza?

Del resto, le parole di Hagari non sono certo isolate. Il ministro della Difesa, Yoav Gallant, aveva già in precedenza esortato Netanyahu a definire i piani per il governo postbellico di Gaza, avvertendo a maggio che l’incapacità di trovare un sostituto politico di Hamas in quei territori minerà i risultati militari di Israele, poiché Hamas potrebbe essere in grado di riorganizzarsi e di riaffermare il controllo dell’enclave. Gallant aveva anche invitato Netanyahu a escludere l’idea di una amministrazione mista militare-civile israeliana nella Striscia di Gaza dopo la fine della guerra, come invece sostengono alcuni membri di estrema destra della coalizione di Netanyahu.

Alcune televisioni israeliane hanno poi riferito che anche il capo di stato maggiore dell’IDF, Herzi Halevi, ed il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, si sarebbero recentemente scontrati con Netanyahu sulla pianificazione strategica del conflitto e della sua conclusione, mentre il leader del partito Unità Nazionale, Benny Gantz, si è dimesso la scorsa settimana, uscendo dal gabinetto di guerra, proprio dopo che il premier si era rifiutato di presentare un piano postbellico.

 

Governo e IDF

Altri recenti segnali di tensione tra l’esercito e Netanyahu, sono state le “pause tattiche” nei combattimenti lungo una strada nel sud di Gaza, dopo la perdita di 13 soldati israeliani nel giro di appena ventiquattro ore: pause che Netanyahu ha criticato, mentre l’IDF affermava che la mossa era in linea con le istruzioni del premier, di aumentare la quantità di aiuti per entrare nella Striscia.

«Per raggiungere l’obiettivo di distruggere le capacità di Hamas ho dovuto prendere decisioni che non sempre sono state accettate dalla leadership militare», ha dovuto ammettere Netanyahu durante la riunione di gabinetto di domenica 16 giugno.

Polemizzando ancora con l’IDF, il premier ha dichiarato senza mezzi termini «abbiamo uno Stato con un esercito, non un esercito con uno Stato», capovolgendo significativamente una celebre battuta sullo stato prussiano, da sempre accusato di essere militarista: una sottolineatura molto pesante nei confronti dei militari dello Stato ebraico.

Come se non bastasse, anche il figlio maggiore di Netanyahu, Yair, negli ultimi giorni si è lasciato andare sempre più spesso a duri attacchi contro i vertici dell’esercito, accusandoli di non aver saputo prevenire l’attacco del 7 ottobre, un tasto dolente e gravissimo nella storia di questo terribile conflitto.

 

Le accuse di Yair Netanyahu all’IDF

Yair, ha pesantemente attaccato l’IDF, a proposito dell’ordine provvisorio dell’Alta Corte di Giustizia, che impone al funzionario che sta indagando sugli avvenimenti del 7 ottobre di escludere dalla sua indagine qualsiasi aspetto relativo alle forze di difesa israeliane e allo Shin Bet.

«Cosa stanno cercando di nascondere? Se non c’è stato tradimento, perché hanno così tanta paura che soggetti esterni e indipendenti controllino cosa è successo?», ha scritto senza mezzi termini il figlio del premier su X.

L’indagine del funzionario, il “controllore di stato”, Matanyahu Englman, è stata contrastata fin da quando è stata annunciata, nel dicembre 2023. Gruppi di parlamentari hanno presentato una petizione all’Alta Corte israeliana contro Englman, sostenendo che non era di sua competenza e che avrebbe potuto danneggiare le capacità operative dell’IDF.

Alcuni hanno anche espresso anche la preoccupazione che l’indagine finirebbe per ignorare le responsabilità politiche nella mancata prevenzione dell’attacco. Anche l’IDF e l’Ufficio del Procuratore di Stato si sono ovviamente opposti alle indagini.

Nel suo post, il giovane Netanyahu ha detto:

«Fino a oggi, non è stata data alcuna risposta sul motivo per cui non hanno aggiornato il primo ministro sulla discussione tenutasi la notte prima del 7/10».

Riferendosi presumibilmente ad una consultazione telefonica tenuta dal Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Herzi Halevi, intorno alle 5 del mattino del 7 ottobre, a seguito di una e-mail inviata da una base dell’IDF al confine con Gaza all’inizio della notte su «certi segnali provenienti da Gaza».

 

Cosa è veramente successo il 7 ottobre?

Abbiamo quindi oggi conferme ad altissimo livello sugli aspetti ancora tutti da chiarire della vera dinamica di quanto è accaduto il 7 ottobre: in particolare sulla “disattenzione”, voluta, indotta o colpevole, dei vertici politico-militari israeliani sull’operazione Walls of Jericho di Hamas, di cui Israele sapeva già praticamente tutto da mesi, come abbiamo spiegato su clarissa.it.

«Perché i capi dell’esercito e dell’intelligence hanno sempre detto [al primo ministro] che Hamas era stato messo in condizioni di non nuocere? Dov’era l’aviazione il 7 ottobre?», continuava il post di Yair Netanyahu, confermando la validità di quegli interrogativi.

L’intervento di Yair non è quindi cosa da poco, dato che a dicembre il giovane aveva addirittura accusato l’IDF di aver così compiuto un colpo di stato, tenendo all’oscuro, secondo la sua opinione, il genitore-premier.

Ma il figlio pone così qualche problema anche al padre: Yair Netanyahu, infatti, ora risiede vicino a Miami, dove si sarebbe trasferito l’anno scorso, quando il premier e la moglie gli avevano chiesto di smettere di postare sui social media, e di non parlare direttamente con parlamentari o ministri, infiammando le tensioni in Israele ed esacerbando la frattura diplomatica con gli Stati Uniti.

Ma il fatto più scabroso è che Yair se ne sia rimasto negli Stati Uniti, mentre decine di migliaia di israeliani sono venuti via dagli Usa, per unirsi agli oltre 300 mila riservisti inizialmente richiamati da Netanyahu padre.

Cosa anche questa davvero imbarazzante per il premier israeliano.

Pin It

Add comment

Submit