Altro che securitarismo e immigrazione, il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perché costa troppo
di Domenico Moro
Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.
In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).
Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.
Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.
Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).
Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più leggeri. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della valuta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.
In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.
Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.
Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.













































ho apprezzato la tua critica a Formenti sul Venezuela. Meno mi convince la tua critica a questo articolo, che, malgrado i commenti si siano incentrati sull'immigrazione, ha come tema centrale la denatalità e i bassi salari italiani.
Se capisco bene, la tua critica è rivolta a quello che un tempo si chiamava soggettivismo, cioè il sopravvalutare le proprie capacità di azione e di cambiamento a prescindere dalle condizioni concrete. Questo è corretto, mi pare, però, errato attribuire tale "colpa" a Marx e a Lenin. E' come se io, con la mia voce stonata, cantassi un pezzo di Guccini, e tu criticassi Guccini e non me che l'ho cantato. Inoltre, ho l'impressione che nella tua critica al libero arbitrio tu vada troppo oltre, debordando nel difetto opposto al soggettivismo, ossia nel determinismo. Un po' come dicevano Kautsky e Hilferding: sarà il movimento capitalistico a condurci al socialismo, la socialdemocrazia deve solo aspettare il momento opportuno.
Ovviamente sono d'accordo, che se non si capisce il movimento della realtà, e quindi l'evoluzione del modo di produzione dominante, non si può agire. Ma non si può dire che, se prima non si è superato il capitalismo, non si possa agire. E' invece importante stare, anche qui in questa situazione, sul piano politico, anche individuando proposte intermedie.
Quanto all'immigrazione, è ovvio che questa è legata al capitalismo. Ma non soltanto al capitalismo astratto, bensì a questo capitalismo nella sua fase imperialista basata sul neoliberismo e sulla globalizzazione della produzione. Alla base delle spinte migratorie c'è l'enorme differenza di salario tra la periferia e il centro imperialista. I giovani marocchini sono spinti verso l'Europa Occidentale, a causa della globalizzazione e dal fatto che la disoccupazione è altissima e il loro salario orario è di 2,5 euro mentre quello di Spagna e Italia è di più di 30 euro.
Ad ogni modo, data la sua importanza non possiamo non affrontare l'immigrazione, aspettando l'abbattimento del capitalismo. E' vero che come comunisti oggi in Italia non abbiamo la forza per incidere, ma se non siamo capaci di fare proposte non schioderemo mai di un millimetro. Sinceramente, te lo dico con pacatezza, il tuo approccio mi pare scivoli nel nichilismo. Un saluto