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idiavoli

Usa-Germania, “trade war” dichiarata

di I Diavoli

Con Trump alla Casa Bianca la "trade war" tra le due sponde dell'Atlantico ha iniziato ad assumere contorni sempre più netti. Un salto quantico, un'escalation, una cesura storica dal protezionismo ambientale "soft" di Obama alla versione "hard" del tycoon repubblicano: la politica ha fatto il suo ingresso pubblicamente nella questione. Sono cambiati gli attori, si sono inaspriti i toni. È diventato un confronto aperto Washington versus Berlino, ora che "l'amica" America si è ribellata apertamente all'egemone d'Europa e al suo surplus commerciale.

«Nessuna matassa è inestricabile. Tutto comincia e si conclude con un filo. Basta trovare quello giusto. “Trade War” è solo un modo di vedere e chiamare le cose».
Da “La Dolce Vita delle multinazionali — il Tredicesimo piano”

 

Dalle multe milionarie alle pubbliche accuse

In principio erano i motori diesel «truccati» di Volkswagen e i risarcimenti chiesti a Deutsche Bank da un lato, e poi Apple, con i suoi «vantaggi fiscali», insieme a Google, StarbucksAmazon dall’altro.

Era un confronto a colpi di multe salatissime, richiami dell’Antitrust e battaglie legali tra le due sponde dell’Atlantico. Protagonisti erano l’Unione europea (e il suo egemone tedesco in primis) su un fronte, e gli Stati Uniti e i suoi grandi colossi sull’altro.

Poi è arrivato Donald Trump alla Casa Bianca. La “trade war” ha iniziato ad assumere contorni sempre più definiti. Un salto quantico, un’escalation, una cesura storica: la politica ha fatto il suo ingresso pubblicamente nella questione.

Sono cambiati gli attori, si sono inaspriti i toni. È diventato un confronto aperto Washington versus Berlino, ora che “l’amica” America si ribella all’egemone d’Europa e al suo surplus commerciale. 

«La velocità, l’ha salvato. Quando le agenzie hanno battuto le prime notizie sullo scandalo delle emissioni, ha venduto azioni Volkswagen come se bruciassero. Poteva costargli caro, poteva rimetterci una fortuna. Ora ce l’ha con la Germania. Demolisce il mito dell’efficienza tedesca. Spinge sull’acceleratore e accusa la miopia di chi punta solo sulle esportazioni. Dice che i Tedeschi farebbero qualsiasi cosa per piazzare le loro merci all’estero, e che hanno soffocato un continente comprimendo i salari e il mercato del lavoro.»
Da Il Tredicesimo piano – il video

 

Il bastone tedesco sul commercio: il botta e risposta Navarro-Merkel

La versione dell’amministrazione Trump è la seguente: la Germania approfitterebbe dell’euro debole negli scambi commerciali.

L’accusa è arrivata per bocca di Peter Navarro, a capo del White House National Trade Council, direttamente dalle colonne del Financial TimesBerlino sfrutterebbe l’euro «esageratamente sottovalutato» per «approfittarsi» degli Stati Uniti (e quindi anche degli altri Paesi Ue).

Ergo: il bastone tedesco sarebbe «uno dei maggiori ostacoli» al Ttip, per il libero scambio Europa-Usa. «Uno dei maggiori ostacoli a considerare il Ttip come un accordo bilaterale è la Germania, che continua a sfruttare gli altri Paesi Ue e gli Stati Uniti con un implicito Deutsche Mark che è sottostimato. Lo squilibrio strutturale della Germania nel commercio con il resto dell’Ue e degli Stati Uniti mette in evidenza l’eterogeneità all’interno dell’Ue». Quindi il Ttip,  è «un accordo multilaterale nei panni di uno bilaterale», ha detto Navarro.

Alla tesi americana, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha replicato tirando in ballo il rapporto Berlino-Francoforte: «La Germania è un paese che ha sempre incoraggiato la Banca Centrale Europea a fare una politica indipendente, così come ha fatto la Bundesbank quando ancora non c’era l’euro e per questo non influenzeremo in alcun modo il comportamento della BCE».

 

Il protezionismo à la Trump e l’eredità di Obama

Se quello targato Obama era un protezionismo percepito come “soft”, nonostante l’amministrazione democratica avesse già storto il naso nel 2013 rispetto al surplus commerciale tedesco e un rapporto Credit Suisse avesse fotografato gli Usa come più protezionisti di Russia e Cina , quello à la Trump è stato da subito identificato come “hard”.

Una settimana prima che il tycoon repubblicano si insediasse alla Casa Bianca, Merkel aveva lanciato un messaggio oltreoceano rispetto ai rischi della annunciata condotta protezionista della nuova amministrazione Usa.

Parlando a Perl nel Saarland, al confine con Francia e Lussemburgo, aveva detto: «È più vantaggioso procedere assieme, piuttosto che pensando ognuno per sé». Ricordando la crisi del 2008, aveva evocato la risposta di allora, ovvero: «non un ripiegamento su se stessi, ma la cooperazione, la definizione di regole comuni, la regolamentazione dei mercati finanziari. Credo che tutto ciò abbia funzionato e in questo senso cercheremo un confronto con il nuovo presidente Usa».

Meno di due settimane dopo l’ingresso alla Casa Bianca di Trump, i buoni propositi sono stati superati dalle accuse di Navarro.

Così, la “trade war” sembra sempre più imminente, proprio mentre il surplus commerciale tedesco è a quota 297 miliardi e, nonostante le multe e lo scandalo emissioni, Volkswagen ha sorpassato Toyota con un balzo del 3,5% e 10.312.000 immatricolazioni. 

«In Europa attaccano alcune platform tecnologiche, in America rispondono con lo scandalo delle emissioni. Una guerra invisibile, combattuta sopra le teste di milioni di lavoratori. E gli effetti si abbattono come una valanga sulle vite di troppa gente
Da La Dolce Vita delle multinazionali. Il Tredicesimo piano

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