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La critica e il suo destino

Paolo Bartolini intervista il filosofo Enrico Donaggio 

Una critica al capitalismo in uno sguardo e una prassi irriducibili a scuole e appartenenze rigidamente identitarie

Prof. Donaggio, lei si interessa da anni di critica al capitalismo partendo da uno sguardo e da una prassi irriducibili a scuole e appartenenze rigidamente identitarie.

Ha infatti sostenuto di non essere mai stato, nei fatti, comunista, socialista, anarchico ecc. Al contempo dimostra una conoscenza approfondita degli orizzonti critici e utopici che hanno segnato la modernità. Il suo non appartenere a una "parrocchia" ben precisa non è forse un'indicazione di metodo sul modo di pensare le alternative possibili al discorso omologante del capitale?

Temo che anche la figura dell'individuo non allineato e privo di appartenenze tribali, partitiche o parrocchiali sia stata da tempo fagocitata e omogenizzata da quello che Lei definisce il "discorso omologante del capitale", che la vende o spaccia come un outsider o un loser di fascino variabile: per un decimo eccentrico o genialoide, per il resto sfigato, pazzoide, disadattato o impotente. Nel mio caso si tratta quasi esclusivamente di una necessità fisiologica, autobiografica, dalla quale ho cercato di ricavare, oltre a un sacco di danni per me per gli altri, anche un poco di buono e persino un mestiere. Alla base c'è la difficoltà invincibile ad accettare il prezzo di noia, ipocrisia e rinuncia all'intelligenza che ha quasi sempre comportato l'aderire a una setta o a un gruppo: a sinistra come altrove. Ben consapevole, per altro, di quanta potenza, entusiasmo e capacità di incidere sulle cose si perdano in una posa del genere; e a quanta vanità, narcisismo e illusioni compensatorie sulla propria posizione nel mondo essa condanni. Oltre a questo, quasi tutti gli incontri politicamente, esistenzialmente e culturalmente importanti della mia vita sono stati con figure di questo tipo: critical minds. Gente, viva o morta, che pensava con la propria testa, che esprimeva chiaramente le proprie idee - i propri sì e i propri no - e pagava un prezzo per questo. Ma tutto sempre sullo sfondo di un riferimento, forse di un'appartenenza mancata, a qualcosa di più comune, collettivo, grande. Sono quelli che nelle pagine di Direi di no chiamo i "compagni per caso". Cani sciolti, più che altro per mancanza di alternative, che si sanno e vorrebbero parte di una collettività più estesa del loro singolo percorso biografico, ma che non trovano nel mercato politico e culturale contemporaneo luoghi, gruppi o collettivi che li soddisfino. Degli sbandati insomma, nel bene o nel male, che sognano di mettersi insieme. 

 

Non crede che i partiti tradizionali della sinistra abbiano inflitto un colpo durissimo, con la loro adesione al modello neoliberale, alla speranza di migliori libertà per milioni di persone? La mia impressione è che una parte notevole dei rivoluzionari degli anni '60 e '70 invece di seminare per raccogliere "il sogno di una cosa" ci abbiano lasciato in eredità nient'altro che l'incubo delle cose. Come non fermarsi a un bilancio catastrofico della storia delle sinistre nel nostro Paese? C'è qualcosa da salvare?

I tradizionali partiti di sinistra hanno barattato la loro sopravvivenza con il tradimento integrale e conclamato di un patrimonio enorme di speranza e memoria, visioni e sconfitte, che dovevano invece elaborare e conservare. Questo vale per quelli grandi, di potere, come per la frantumaglia di resistenza simbolica. I primi hanno aderito con cinismo ed entusiasmo infinitamente maggiore dei partiti di destra al mantra e alle pratiche neoliberali che dopo essere state testate in Sudamerica e in altre province del capitale, vengono ora applicate con gli effetti che si possono ben vedere in Europa da oltre un decennio (l'atto di ingresso nella crisi europea, quello che "prepara" le menti e i corpi, è il G8 di Genova del 2001). Si tratta dunque di un caso di tradimento, di infamia. I partiti minuscoli della sinistra radicale, con il loro narcisismo delle infime differenze, hanno invece ibernato in modo sterile una nostalgia comunista, o l'hanno estetizzata con discorsi identitari ornamentali, ricavando da questo una rendita di posizione che garantisce loro quel numero infimo ma per loro sufficiente di elettori e stipendi che basta a vivere: di rendita, appunto. Nel primo caso di rosso nemmeno l'ombra. Nel secondo, di rosso soltanto l'ombra.

Tutto quel che dà speranza, su questo fronte, almeno in Italia (in altri paesi la situazione è decisamente diversa) avviene fuori dalla politica. Nella società o in campi della vita e del potere più ristretti, dove accadono ogni giorno cose incredibili e bellissime. Tutte le energie di cui c'è bisogno per riaccendere discorsi e pratiche di questo genere sono disponibili. Nessuna persona mediamente intelligente e informata dei fatti - almeno a sinistra - è però disponibile a investire questi desideri e queste speranze, nell'ambito in cui, fino al secolo scorso, pareva obbligato, sensato e nobile investirle: la politica, appunto. 

 

Nel suo bellissimo "Direi di no. Desideri di migliori libertà" (Feltrinelli, 2016) parla di "luoghi di umanità" da cui ripartire per vivificare la critica al sistema e, ancor di più, per sperimentare alternative concrete, qui ed ora, al dominio delle merci e alla logica dell'accumulazione economica. Può parlarci di queste pratiche liberatorie e inquadrarle all'interno di un possibile cambio di paradigma nelle lotte per la giustizia sociale e ambientale?

Un luogo comune di umanità - così io lo chiamo nel libro - è uno spazio d'esperienza collettiva in cui si possa tentare di pensare e agire altrimenti. Dove dire e fare di no dimostrino ancora un qualche senso ed effetto, poco importa se limitato. Dove ci si possa sentire meno soli e sbandati, impotenti e disarmati, quando si viene colpiti da certi desideri di migliori libertà. Per il sostegno che si può ricevere da compagni, incontrati anche per caso. E da un sapere, antico o recente, fatto di pratiche e racconti. Risorse umane che consentono di prendere corpo e parola, cioè posizione, contro l'ordine del discorso e della realtà dominante. Per giocarsela alla pari, almeno sul piano della rappresentazione del mondo, non certo su quello dei rapporti di forza, con chi ripete, come un martello pneumatico puntato al cuore e alla testa, che le cose non possono andare altrimenti. E che se non ti sta bene, in fondo è un problema tuo.

Un luogo comune di umanità è insomma una situazione in cui una minoranza di persone abbastanza normali può compiere cose relativamente eccezionali, in rapporto al periodo in cui si trova a vivere. Esperimenti di reciproca emancipazione e riconoscimento, tentativi di liberazione dal basso e fra pari. Ho in mente esperienze precise che sono, ad esempio, per come le ho viste e conosciute dai protagonisti, quelle dei lavoratori che si riprendono le loro fabbriche (ci sono dei film su queste vicende, come Dell'arte della guerra e Comme des lions). Sono storie meravigliose: di esseri umani normalissimi, ma completamente diversi. Orgogliosi, contenti, pieni di vita. Gente che è riuscita, attraverso il lavoro, a riprendersi in mano la propria vita. Che stava per essere spazzata via da una multinazionale, da un sindacato corrotto, dalla rassegnazione.

Ma ci sono anche pescatori che si organizzano, squadre di calcio femminile che decidono di farsi un campionato. O, se si cercano esempi mitici nel passato, la rivoluzione di Basaglia, che inizia non a caso con un "Mi non firmo", la prima risposta data dopo l'arrivo a Gorizia a chi gli chiedeva di sancire con un gesto della penna che tutto sarebbe andato avanti come prima. L'unica cosa che tutte queste esperienze, così diverse, hanno in comune è che non sono solitarie, che sperimentano un modo di fare, di lavorare diverso, che cercano in qualche modo di essere delle piccole enclave di umanità diversa. Sono in qualche modo votate al fallimento, non si condannano a vita eterna, sanno quello che vogliono, ma sono pronte a perderlo in qualunque momento se andare avanti comportasse uno snaturamento. E danno alla gente che le mette in atto una gioia di vivere, una forza, un piacere. Queste persone sono vitali, giovani, sorridenti, s'incazzano anche se hanno settant'anni. Hanno ripreso in mano il proprio destino, in una piccola - non bisogna esagerare - regione della propria esistenza. 

 

Che ruolo ricopre il tema del tempo nel suo pensiero filosofico e nell'ottica di una trasformazione complessiva della società?

Accordare i tempi della vita e della politica, della società e della storia è il problema immenso che il pensiero e la pratica di sinistra ha tentato di risolvere per almeno due secoli. La soluzione, perdente o quanto meno sconfitta, la conosciamo: sperare tutto in un futuro radioso e garantito. Il sole dell'avvenire: oggi no, domani neppure, ma dopodomani certamente. Una concezione del tempo religiosa e sacrificale che è stata prima cannibalizzata, poi risputata fuori in forma di presentismo assoluto dal capitalismo. Su questo terreno la sconfitta è totale.

Davanti a questo scenario letteralmente disperato - il presentismo assoluto non conosce speranza, essendo questa la fede nel fatto che il tempo che verrà sarà diverso e migliore di quello presente - a me affascinano molto tutte quelle visioni che considerano la vita e la storia come un'avventura a trazione posteriore, non anteriore. Senza per questo ricadere nel fatalismo di certa pessima psicoanalisi (il passato come destino). Penso, solo per fare il nome più noto e logoro, a una delle idee ossessive e capitali di Walter Benjamin: tutta la speranza di cui abbiamo bisogno la ottieni da un lavoro rivoluzionario sulla memoria. Non pensava certo a riti imbalsamati e spenti come il Giorno della memoria o ad altre cerimonie liturgiche in onore della vittima come protagonista unica ed assoluta della storia del mondo. Ma a quanta passione, energia e ansia di riscatto e giustizia sta stoccata nelle lotte, nelle vittorie e nelle sconfitte del passato. Con un'immagine bellissima Benjamin parlava di un "appuntamento misterioso tra le generazioni", come se chi ci ha preceduto ci consegnasse un testimone di forza e speranza. 

 

Lei insegna all'Università e si relaziona ogni giorno con moltissimi giovani. Al tempo dei social networks e dell'ibridazione pervasiva promossa dalle tecnologie informatiche, quali aspetti la colpiscono maggiormente delle nuove generazioni?

Per dirla con tutta la crudezza e l'amore che la domanda richiede: l'essere in balìa del primo che gliela racconta. Come se nessuno - malgrado le tonnellate di amore buono e cattivo di cui li asfaltano tutti i loro tutori: famiglia, amici, social media - li avesse mai presi sul serio, rivolgendo loro un discorso e una relazione adulta. Una fame feroce di senso, di narrazioni, di chiavi interpretative, di prospettive sul reale, nascosta sotto il velo di una superficialità e una distrazione apparentemente immense. Considero una delle massime fortune della mia vita insegnare a giovani di norma più intelligenti e appassionati di me. Considero un crimine contro l'umanità ciò che la mia generazione - ma ancor più quella che l'ha preceduta - ha fatto e fa, con l'infantile complicità delle vittime, ai giovani italiani da un paio di decenni a questa parte.


Enrico Donaggio insegna Filosofia della storia all'Università di Torino; Figures du pouvoir e Écrire et penser all'Université Aix-Marseille. Ha pubblicato: Una sobria inquietudine. Karl Löwith e la filosofia (Feltrinelli, 2004; tradotto in francese e spagnolo), Che male c'è. Indifferenza e atrocità tra Auschwitz e i nostri giorni (L'ancora del Mediterraneo, 2005), A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah (L'ancora del Mediterraneo, 2010), Direi di no. Desideri di migliori libertà (Feltrinelli, 2016). Ha curato: La Scuola di Francoforte. La storia e i testi (Einaudi, 2005), Karl Marx. Capitalismo, istruzioni per l'uso (Feltrinelli, 2007), C'è ben altro. Criticare il capitalismo oggi (Mimesis, 2014) e Il discorso della servitù volontaria di Étienne de la Boétie (Feltrinelli, 2014).
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