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Benvenuto 8 marzo, difendi la donna e la sua dignità sociale

di Davide Restano

8 marzo, festa delle donne. Ecco un’altra occasione per fermarsi a riflettere sull’odierna condizione femminile, affrontando la questione perché prima o poi si arrivi a dirimerne i nodi ancora irrisolti. Certo cambiano i tempi, si modificano le tematiche, e là dove certi risultati vengono raggiunti nuove battaglie si profilano all’orizzonte. Perché oggi la donna deve districarsi in un mondo capace di offrirle delle opportunità ma che talvolta nei suoi discorsi e nelle sue trame le riserva più di un’insidia. In primis ovviamente c’è la violenza, la quale quando è rivolta contro il gentil sesso assume i contorni di un vero e proprio femminicidio, e tuttavia, se ciò può consolare, i fatti più sanguinosi sono anche quelli che la coscienza collettiva meglio registra rielaborandoli in quanto problema. Ancor più infide sono invece quelle minacce che il tessuto sociale non rileva come tali, perché le ha metabolizzate o addirittura perché le ha integrate nella propria simbolica tanto da renderle costume. E proprio la simbolica alla base del nostro vivere assieme diviene oggi l’arena in cui le donne si trovano a doversi difendere da tutta una serie di attentati alla loro dignità, attentati tanto “silenziosi” quanto distruttivi. Allora il femminicidio risulta essere solo l’aspetto visibile e cruento di un più profondo clima culturale, ove si prende di mira la donna in quanto figura sociale non tanto nella sua dimensione privata quanto nella sua dimensione pubblica.

Circa due anni fa una famosa blogger, noto volto televisivo nonché opinionista di una importante testata giornalistica, riceve a casa sua il premio di “Milf dell’anno” attribuitale dal team di Youporn. Il fatto di per sé sembrerebbe non avere questo gran significato, tuttavia suscita un certo interesse la reazione della interessata, la quale si affretta a ringraziare decisamente compiaciuta, ricambiando la stima. Ai più è ormai arcinoto cosa significhi l’acronimo Milf ma per i meno aggiornati è bene ricordare che la lingua italiana si avvale di questo neologismo per designare, sfrontatamente, una madre di mezza età ancora in grado di suscitare appetiti di natura non propriamente spirituale. Certo, nessuna sorpresa se l’accaduto non ci porta a gridare allo scandalo o ad invocare il ripristino della santa inquisizione, ed è bene precisare, qui non si tratta di mettere in questione il rapporto che ciascun genere ha con la propria sessualità e nemmeno la sua libertà di poterla esprimere e gestire. Si vuole piuttosto porre l’attenzione sulla sfera pubblica del discorso sulle donne per come esso oggi si configura, su quel luogo ove si utilizzano parole e concetti in grado di creare e ricreare l’immagine pubblica del femminile.

In tale prospettiva lo spettacolo di una signora che ringrazia dopo essere stata apostrofata apertis verbis in quanto “mamma che si amerebbe scopare” qualcosa ci dice del clima culturale corrente. Come se nel discorso pubblico ci si possa ormai rivolgere ad una donna facendo riferimento in modo volgare alle sue qualità fisiche, e ciò non solo senza rischiare di imbattersi nella condanna della vittima ma addirittura guadagnandosi il suo consenso. Una sorta di complicità comunicativa tra emittente e destinatario da cui si deve inferire una sconcertante complicità di valori. Non solo, affinché il contenuto e il tono del fatto comunicativo non suscitino una reazione negativa delle parti terze è necessario che anche l’ambiente circostante partecipi del medesimo apparato valoriale. Comunicativamente parlando, attorno all’emittente e al destinatario ci deve essere un mondo a misura di Youporn.

Tornando alla reazione della blogger, la cui autostima sembra nutrirsi di contenuti propri dei siti a luci rosse, sarebbe lecito domandarsi come si sia giunti a questo punto, ma tale controversia non può essere approfondita in questa sede per ovvie ragioni di spazio e di tempo. Pare tuttavia evidente come l’accaduto abbia a che fare con la nostra coscienza collettiva e la sua sopraggiunta impossibilità di riconoscere il limite oltre il quale un complimento attenta alla dignità di un soggetto. Anni addietro si sarebbe offeso quello che un celebre film di Alberto Sordi definisce comune senso del pudore, ma dall’epoca della “liberazione sessuale” ad oggi esso ha conosciuto un progressivo azzeramento. Da qui il nuovo pensiero “politically correct” per il quale anche il minimo riserbo nei confronti di tutto ciò che attinge, seppur in maniera rozza ed inopportuna, alla sessualità viene bollato come moralismo. Il termine moralismo nella dimensione culturale, sovrastrutturale per dirla con Marx, è ciò che oggi il termine populismo è nella dimensione politica. Un vero e proprio “ismo silenziatore” molto in voga negli ambienti “liberal”, il cui utilizzo mira a far ricadere su chi non si riconosce nella simbolica del pensiero politico e del clima culturale dominanti una coltre di bigotta arretratezza. A partire dagli anni sessanta del secolo scorso tale clima ha promosso una discutibile concezione del tempo, secondo la quale il passato è considerato sede di risibili convenzioni e di grettezza mentale mentre il futuro un luogo di modernissima libertà. Codesta rivisitazione ideologica della dimensione temporale fa di Dante un celeberrimo barbaro e di Platinette un essere che gli è infinitamente superiore.

Provare gratificazione personale dinanzi agli apprezzamenti di chi opera nel mondo della pornografia è l’ennesima ricaduta culturale del neoliberismo e della modernissima libertà che esso propaganda, alla quale si deve ricondurre questa conclamata e generalizzata attività di promozione dell’oltre limite come luogo di emancipazione e di progresso morale. Luogo ove si è portati a scambiare un’ ingiuria per un omaggio tanto da farle seguire un grazie anziché uno schiaffo.

In tale contesto l’ 8 marzo è benvenuto, piombi pure sul clima culturale di cui esso è gravido così da scuoterlo e trasformarlo in un mondo che per la donna torni ad essere abitabile.

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