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Diverse velocità ma nessuna retromarcia

di Giovanni Di Benedetto

Avanti a ritmi e intensità diversi, si legge nella Dichiarazione dei 27 capi di Stato e di governo al vertice commemorativo dei 60 anni dei Trattati di Roma: “Agiremo congiuntamente a ritmo e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente” (Corriere della Sera, 26.03.17). Un linguaggio ambiguo e incline a prestarsi a eterogenee interpretazioni, quello con cui è stata redatta la Dichiarazione, che indica una direzione di marcia che nel breve periodo non produrrà sostanziali cambiamenti, in attesa delle elezioni francesi e tedesche. Al di là dei proclami propagandistici e dei propositi retorici, pare che la vicenda europea non si distanzierà più di tanto dall’ossessivo mantra della disciplina di bilancio europeo e delle regole rispettose dell’ortodossia rigorista teutonica, per l’appunto con il vincolo del pareggio di bilancio in testa alla lista.

Un articolo di Repubblica di qualche settimana fa, intitolato “Lite sull’Europa a due velocità” (11.03.17), chiudeva considerando che anche “se a Roma si cercherà di rilanciare l’Europa per i prossimi 10 anni, la frattura (all’interno dell’Unione, ndr) è sempre più visibile”. Il fatto è che l’Unione monetaria e l’integrazione sono sempre più traballanti. Quella dell’Europa a più velocità sembra essere l’ultima trovata delle oligarchie finanziarie europee, l’ennesima carta da giocare da parte di élites dirigenti che ormai non sanno più che pesci pigliare. Una carta improbabile a dire il vero, se non fosse per il fatto che dietro illogici specchietti per le allodole si nasconde un disegno preciso e plausibile, in base al quale continuare a reiterare dinamiche asimmetriche e divaricatrici. In un clima dimesso e tutt’altro che brioso il summit ha dovuto peraltro prendere atto che la spirale recessiva, considerata la condizione di precarietà dell’Unione, sta costringendo Bruxelles e i tecnocrati della Commissione Europea a fare i conti con ulteriori tentativi di rinegoziazione delle clausole pro austerity. 

A commento delle celebrazioni per il 60° anniversario del Trattato di Roma, in un articolo intitolato Salviamo la UE dagli europeisti, Luigi Zingales sul Sole 24 ore ha sostenuto che “i veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo. Sono loro che non riconoscono quello che gli stessi padri fondatori dell’euro hanno ammesso: che la moneta unica è stata concepita senza le istituzioni necessarie per farla funzionare.” (Sole 24 ore, 26.03.17). Ci manca poco e sentiremo il quotidiano di Confindustria predicare che in Europa l’euro è lo strumento della ristrutturazione capitalistica a partire dal quale vengono declinati i processi di concentrazione e di centralizzazione dei capitali e le tanto decantate riforme di struttura: precarizzazione del mercato del lavoro, distruzione del welfare e riduzione del debito pubblico. Ora, nessuno può pretendere che i cantori e gli apologeti del capitale si spingano a tanto ma se anche il quotidiano di Confindustria, il Sole 24 ore, continua a ribadire la illogicità del dispositivo eurista, dipingendo a ogni piè sospinto scenari catastrofici che potrebbero realizzarsi da un momento all’altro, c’è poco da stare allegri. 

​Non è un caso che a parlare di Europa a diverse velocità sia stata proprio la leader degli intransigenti dell’Unione, Angela Merkel, al vertice di Malta dei primi di febbraio scorso. La Merkel aveva parlato di un’Europa a differenti velocità, nella quale non tutti parteciperebbero allo stesso titolo ai differenti livelli di integrazione europea. Potrebbe essere una risposta alla Brexit e al crescente malcontento del popolo europeo, il cui disagio e malessere sociale cresce a vista d’occhio. Gli smottamenti dell’opinione pubblica rischiano infatti di tradursi in una slavina già a cominciare dalle prossime elezioni presidenziali in Francia e poi con le elezioni di settembre in Germania. Ecco allora che, come il coniglio dal cilindro, i vertici dell’Unione escogitano l’idea dell’Europa “a ritmo e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione”. Un’idea, dal loro punto di vista, perseguibile, a condizione che vengano mantenuti i soliti vincoli intrascendibili. Innanzitutto, il mantenimento di un quadro monetario incentrato sui cambi fissi, con il correlato della stabilità dei prezzi e della moderazione salariale. Il capitale continuerebbe a profittare del significativo contenimento dei salari di cui ha finora goduto sostituendo la conseguente diminuzione del mercato interno con la ricerca di un aumento delle esportazioni estere. È anche la strategia avocata a sé dal capitalismo nostrano, che continua, con il pretesto del debito pubblico stratosferico, a praticare, per continuare a registrare i significativi surplus commerciali degli ultimi anni, politiche di bassi salari. In effetti, la deflazione salariale, come dimostra il grafico dell’Istat riportato più sotto e relativo alle retribuzioni contrattuali orarie per il 2016, permette di mantenere alti profitti e, contemporaneamente, di vendere all’estero favorendo le esportazioni. Tutto questo senza ovviamente provare a invertire la tendenza apparentemente ineluttabile del processo di deindustrializzazione dell’Italia che va avanti da quasi due decenni. 

retribuzioni contrattuali orarie 2016 orig orig

​A noi pare che dietro la retorica di un’Europa a diversi livelli di integrazione si voglia celare il dato reale che il combinato disposto di uno sviluppo diseguale, all’interno di una logica coordinata, continua a essere, come peraltro è sempre stato, al vertice dei rapporti tra centro e periferia. E non solo tra i paesi dell’Occidente capitalistico e i paesi in via di sviluppo. È, per così dire, dai tempi della rivoluzione agraria prima e industriale poi che in Europa è possibile registrare la presenza di aree con un più alto livello di sviluppo e aree meno ricche. L’Unione Europea e l’Unione monetaria non sono sorte con l’obiettivo di perseguire politiche economiche, fiscali e monetarie di riequilibrio, aventi il fine di riposizionare i paesi e le aree svantaggiate entro margini di riduzione delle asimmetrie e tendenti al livellamento. L’Unione Europea, al contrario, si fonda sull’imperativo della competitività tra le regioni e i distretti che si trovano al suo interno. Il dogma della competizione tra capitali dell’area dell’Unione monetaria ha peraltro accresciuto i disavanzi commerciali e finanziari dei paesi più deboli dell’Unione nei confronti dei paesi più forti, aggravandone la posizione debitoria. I Trattati servono proprio a ristrutturare e definire i rapporti gerarchici tra un centro dell’accumulazione e la periferia che in parte, ma solo in parte, coincide con il mezzogiorno d’Europa. La funzione dell’unificazione valutaria e dell’euro è peraltro quella di alimentare una condizione di squilibrio che, in assenza di un’entità statuale, non può essere riequilibrata attraverso trasferimenti fiscali. 

Sembra che dal vertice commemorativo di Roma sia arrivata l’ennesima conferma relativa al mantenimento di un assetto economico e produttivo continentale nel quale la divisione del lavoro su scala europea continuerà a ribadire la centralità egemonica dell’area tedesca al prezzo di una crescente subalternità produttiva e di un crescente sfruttamento del lavoro delle aree periferiche, a cominciare da quella italiana. Già Joseph Halevi, sulle pagine di questo sito, ricordava come è probabile che a causa dell’Unione monetaria e delle sue regole di non trasferimento fiscale, all’interno dell’Eurozona si concentri un blocco centrale esportatore netto costituito da Germania, Olanda, Belgio e Austria. A questo blocco centrale, secondo una configurazione che ricorda quella dei cerchi concentrici, si relazionerebbero innanzitutto i paesi dell’Europa dell’Est e, soltanto in posizione subordinata, il Nordest italiano. Nonostante l’Italia rimanga il secondo paese manifatturiero d’Europa, il suo declino economico sembra oramai segnato. In questo quadro economico e politico, nella nostra penisola, alla risposta alle istanze sociali e all’integrazione di quelle salariali, le classi dirigenti italiane hanno preferito, in omaggio al diktat del risanamento dei conti pubblici e utilizzando il pretesto del rientro del debito pubblico, praticare una brutale politica di deflazione salariale che ha drammaticamente peggiorato le condizioni retributive dei lavoratori e la possibilità di accedere a un decoroso salario accessorio attraverso il welfare. 

​La direzione di marcia dei grandi leader riunitisi a Roma sembra, dunque, non essere in discussione. Tuttavia vale la pena osservare che le stesse classi dirigenti europee, di fronte alla marea montante, sebbene non organizzata e non orientata a sinistra, di protesta e opposizione sociale, non sono più sicure dell’intrascendibilità dell’euro e sono disposte a ricalibrare i loro progetti, anche cedendo apparentemente, sull’architettura istituzionale e economica dell’Unione. Il problema continua a essere, a questo punto, quello di avere un progetto credibile e una proposta alternativa alle strategie antipopolari e demagogiche dei grandi che si sono riuniti a Roma per continuare a consumare, con la scusa di ipocrite celebrazioni, ulteriori scempi sulle spalle del mondo del lavoro e dei semplici cittadini.

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