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Dallo stato sociale allo stato penale di Minniti

di Dante Barontini

Il “decreto Minniti” segna uno spartiacque nel rapporto tra conflitto sociale e governi di questo paese. Al di là dei dettagli tecnici – che pure è necessario chiarire, chiamando a ragionarne giuristi, avvocati democratici e quel tanto che ancora esiste di parlamentari affezionati alla democrazia – va intanto colto il dato politico essenziale: non esistono quasi più spazi di mediazione. Anche il “quasi” ha la sua importanza giuridica, naturalmente, ma la direzione di marcia già fissata da alcuni decenni viene ora percorsa premendo forte sull’acceleratore.

Si usa definire tutta questa sfera come ambito della “repressione”, ed è corretto; ma è solo una parte del ragionamento che occorre fare.

La chiusura degli spazi di mediazione è infatti fenomeno politico-sociale ben più ampio del solo schieramento di strumenti militari e legislativi a supporto della repressione. Sono quasi 40 anni che le vie della mediazione sociale vanno diventando viottoli tortuosi, abbandonati alle erbacce e al dissesto, fino all’impraticabilità. La mediazione sociale si nutre infatti di spesa pubblica, è incarnata da investimenti pubblici e istituti di welfare (pensioni, sanità, istruzione, edilizia popolare, strumenti di supporto al reddito, ecc), che danno concretezza all’esigibilità di diritti altrimenti enunciati come pura chiacchiera. Tagliare la spesa pubblica vuol dire esplicitamente – basta leggere i giornali economici, anziché la cronaca – tagliare i margini di mediazione sociale, approfondire le disuguaglianze, impoverire chi ha un lavoro, bloccare l’ascensore sociale, condannare porzioni crescenti di popolazione a restar per sempre fuori dal cerchio del (relativo) benessere.

Mediazione sociale e repressione “regolamentata” sono andate di pari passo in tutta la storia del dopoguerra. La conquista di diritti esigibili è stata pagata con centinaia di morti nelle piazze e non. La repressione del conflitto si è a sua volta evoluta da “generalizzata” (verso tutte le manifestazioni di dissenso) a “selettiva” (prendendo di mira soprattutto le avanguardie politiche, a cominciare ovviamente da quelle più radicali).

La democrazia reale non è stata per niente un paradiso, come sappiamo. Ma si era riusciti a costruire – sulla base di rapporti di forza politici e sociali ora perduti – un ambito, spesso ristretto ai minimi termini, in cui l’esercizio del conflitto veniva riconosciuto e possedeva una legittimità anche per la controparte; ed in cui la repressione – anche quella più estrema – doveva essere contenuta, se non altro per salvare la faccia con le forme esteriori della democrazia. Persino nelle carceri speciali, insomma, si poteva contrattare su alcuni spazi di vivibilità, potendo contare sull’esistenza di un’”opinione pubblica democratica” che aveva grande peso sociale e intellettuali di notevole spessore (vedi le campagne per la chiusura del carcere dell’Asinara). Persino il più impolitico dei casseur, una volta preso prigioniero, sapeva fino a che punto poteva essere maltrattato dalla polizia e dove si situava il limite.

Gli sforamenti di quei limiti – omicidi mirati e torture – sono stati numerosi, ma hanno sollevato scandalo pubblico e hanno costretto il potere prima alla negazione, poi alla minimizzazione, in alcuni casi addirittura alla tardiva condanna dei funzionari più feroci (il "dottor de Tormentis", per esempio). E le scene di Genova 2001 hanno creato più problemi che trionfi, alla classe politica d’allora.

Ora non più.

Quell’epoca è finita. Il “decreto Minniti” supera le colonne d’Ercole del diritto, attribuendo alle forze di polizia poteri senza contraltare e senza controllo. Perlomeno negli effetti immediati; e tutti sanno quanto possa essere estenuante la lentezza delle cause giudiziarie sgradite ai potenti, si tratti di tortura o di stragi per l’amianto. Ragion per cui intanto scattano i provvedimenti restrittivi, poi magari con il tempo – spesso troppo tempo – i ricorsi all’autorità giudiziaria possono a volte decretarne l’ingiustificabilità e ripristinare l’agibilità agli attivisti colpiti. Ma intanto l'"effetto freno" funziona…

La prima prova sul campo si è avuta con la manifestazione del 25 marzo. Non si è trattato solo di un’esibizione di forza, ma di una politica ad ampio spettro. Sono stati allertati direttori e capiredattori dei media più importanti, invitati a spargere come pioggia un allarmismo mai visto prima (Isis e black bloc negli stessi discorsi, come se tra una strage e una vetrina non ci fosse più distinzione). E’ stato allarmato un intero quartiere – l’unico attraversato dal corteo – e intimato ai commercianti di tirar giù le saracinesche. E’ stato mandato davanti alle telecamere un rappresentante delle associazioni di categoria a chiedere che in futuro si vietino le manifestazioni “per garantire il diritto di fare incassi”. Ogni governo “europeista” sarà ben felice di accontentarlo…

Sono stati bloccati diversi pullman di manifestanti provenienti da fuori Roma, “per verificare il loro orientamento ideologico” (come candidamente ammesso dal questore). Sono state identificate le persone, perquisite, trattenute per ore, impedendo quindi il diritto a manifestare anche dopo che le “verifiche” erano state tutte negative.

Sono stati emessi fogli di via stabilendo un nesso assolutamente arbitrario tra il ritrovamento di bastoni e sassi a Testaccio – il giorno prima! – e le persone che venivano da centinaia di chilometri di distanza, su mezzi peraltro pedinati da macchine della Digos.

E’ stata svuotata una capitale d’Europa vietando a tutti l’accesso alle zone attraversate dai 27 padroncini dell’Unione Europea; poi ci si è lamentati delle “manifestazioni che danneggiano il turismo”. Come se, in assenza di manifestazioni, sarebbe stata prevista piena libertà di movimento…

E’ stato spezzato in due un corteo, con mossa premeditata, alla ricerca di uno “scontro” che palesemente il corteo non voleva.

Sono scomparsi, proprio in quel momento, tutti i “responsabili di piazza”, lasciando sia gli uomini in assetto antisommossa che gli organizzatori della manifestazione senza un’interfaccia attendibile. Come se il potere, in questo paese, fosse in grado di mostrare enorme prepotenza ma ben poco autocontrollo.

Se nulla è accaduto, è merito di tutto il corteo, che si è poi ricomposto e abbracciato al Circo Massimo.

Quella del 25 marzo è stata dunque l’ultima manifestazione della vecchia fase e la prima della nuova. In mezzo c’è il “decreto Minniti”, contro cui andrà iniziata una battaglia politica ad ampio raggio, sia come mobilitazioni che come chiamata alle responsabilità di tutti davanti all'involuzione antidemocratica delle "istituzioni".

Vale anche per noi, ossia per tutte le componenti che hanno dato vita alla giornata del 25 marzo. Continuare a ragionare e comportarsi come prima sarebbe il più stupido degli errori. Qualsiasi sia il tipo di pratiche che si è soliti mettere in campo. C’è un passaggio qualitativo in corso che fa la differenza tra il “prima” e “l’adesso”. Se non vogliamo che il domani diventi sistematicamente quello che abbiamo vissuto sabato 25 marzo, prima ancora in Val di Susa o nelle lotte sociali metropolitane in varie città o quello che stiamo vedendo in Puglia, occorre cominciare a discutere ed agire in modo convergente e lungimirante per rompere questo clima ed evitare tale scenario.

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