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Sul Venezuela, guardando le cose dal basso

di Gennaro Carotenuto

Molti mi chiedono del Venezuela. Cercando di rompere il monoscopio mainstream sul presunto golpe operato da Nicolás Maduro dico subito, e spiego perché, che non sono d’accordo, una volta di più con l’interpretazione dell’OEA, dei governi di destra latinoamericani (alcuni come quello Temer, sì golpista) e della grande stampa internazionale. A me pare che la dubbia, sicuramente controproducente, ma probabilmente inevitabile decisione del Tribunale Supremo di Giustizia (che per l’opposizione sarebbe asservito al governo), chiarisca a chi è onesto e in grado di prendere atto della complessità, che non sia l’esecutivo autore di un colpo di stato, ma il legislativo, controllato dall’opposizione dal dicembre 2015, ad avere, autoparalizzandosi fin dall’inizio, prodotto una situazione insolita e intollerabile in un sistema democratico: quella di un potere avente come unico obiettivo l’abbattimento di un altro, perseguendo il “tanto peggio” per il paese.

Anche in un sistema presidenziale (dove la legittimità dell’esecutivo è svincolata dalla maggioranza parlamentare creandosi situazioni di “coabitazione”), il modello democratico basato sulla divisione dei poteri regge fino a che ogni potere rispetta le prerogative dell’altro, controllandolo, anche asperrimamente, ma non impedendogli di operare. Obama – per esempio – ha governato a lungo in franca minoranza ma i repubblicani, pur avendolo osteggiato in tutti i modi, non hanno impedito il normale evolversi della presidenza. L’opposizione venezuelana, vinte le elezioni, prese posto in parlamento senz’altro scopo che quello di eliminare l’esecutivo alla radice portandolo prima alla paralisi e poi alla caduta. Nel XXI secolo i colpi di stato si fanno anche senza generali. Da questa strategia il governo di Nicolás Maduro si è difeso come ha potuto, anche con passaggi di dubbia legittimità, come il rinvio del referendum revocatorio che, in un’epoca diversa, rafforzò l’autorevolezza di Chávez e che invece Nicolás Maduro ha scelto di eludere incapace di far fronte alla propria debolezza.

A Caracas da 16 mesi va in scena lo spettacolo di una gamba di un tavolino a tre piedi che si autoamputa (tutt’altro che un aventino, che era la scelta di una minoranza in un parlamento dominato dai fascisti) proprio allo scopo di far crollare il tavolino del sistema democratico (che l’opposizione ha continuamente dimostrato di non avere a cuore, dal golpe del 2002 fino alla violenza della guarimba dal 2014 in avanti). Fanno quasi tenerezza i media mainstream, e alcuni democratici, che palpitano per un parlamento apertamente golpista che ha come unico obiettivo la caduta di un governo che, se pur criticabile in maniera più o meno aspra, resta il governo legittimo eletto dal popolo. A voler cercare esempi similari alla situazione venezuelana, ma alla rovescia, è la crisi costituzionale russa del 1993. Allora però i “democratici” e il mainstream palpitavano tutti per l’esecutivo Eltsin contro il parlamento. Stavolta è l’esatto contrario.

Detto ciò: il Venezuela vive una crisi gravissima, il crollo del prezzo del greggio è accompagnato da una recessione severissima e un’inflazione fuori controllo, alla quale evidentemente il governo bolivariano non sa trovare una soluzione che è suo dovere di trovare. Ciò partendo dal fatto che le missioni, la spesa sociale, la trasformazione socialista, non sono un capriccio chavista ma sono l’essenza di un progetto politico indubbiamente in crisi, ma che finirebbe nel momento stesso nel quale claudicasse rispetto alle necessità delle classi di riferimento.

Se questa è la responsabilità enorme del governo di Nicolás Maduro (uscire dalla crisi senza negare se stesso e senza poter legiferare) non bisogna dimenticare che: 1) se le destre andassero al governo domani, la prima cosa che taglierebbero sarebbe esattamente quella spesa sociale, facendo regredire il paese al 1998 quando l’ordine era basato sull’esclusione. 2) L’opinione pubblica, innanzitutto quella progressista, si indigna facilmente per le difficoltà delle classi medie, ma considera naturale, e quindi accettabile, un ordine basato sull’esclusione e il razzismo (l’essenza della “opposizione democratica” è il razzismo), che era il sistema prima di Chávez e tornerà a esserlo dopo il chavismo.

Forse è così che va il mondo, forse davvero l’inclusione era un capriccio di Chávez, e i grandi media internazionali un minuto dopo che a Miraflores s’installerà un governo “liberal-democratico” (in realtà neoliberale duro e puro) invece di uno riformista, smetteranno di interessarsi del Venezuela avendolo restituito alla naturalità delle cose. Noi dovremmo concludere che la breve stagione di riforme progressiste (chi scrive ha sempre insistito sul carattere riformista del chavismo, al di fuori della retorica rivoluzionaria) sia stata un’illusione. Un’illusione favorita dall’auge del prezzo del greggio che permise al negraccio dell’Orinoco riforme in favore delle classi subalterne, e da un contesto regionale integrazionista quasi unico nella storia dell’America latina e dissolto dall’avvento di Macri in Argentina e dal golpe di palazzo contro Dilma in Brasile. Che ci piaccia o no a Caracas in ballo resta questo: il riformismo impossibile e la subalternità irredimibile dell’America latina e delle sue masse popolari.

Un parlamento che da 16 mesi rifiuta di funzionare, come sarebbe suo dovere, ha privato il governo legittimo di ogni possibile strumento legislativo per combattere la crisi, contribuendo oggettivamente all’aggravamento di questa senza offrire una via di uscita nell’interesse di tutte le venezuelane e i venezuelani. A questo evidentemente né l’opposizione né l’OEA sono interessati: l’unico obiettivo è eliminare per sempre l’eredità di Chávez.

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