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Tutti i dubbi sull’attacco chimico in Siria

di Roberto Vivaldelli

Ieri un presunto attacco chimico operato dall’esercito di Bashar al-Assad causava la morte di 72 persone, tra cui 20 bambini, nella provincia di Idlib, in Siria. La denuncia, diffusa anche per mezzo di alcuni video postati in rete, arriva dall’Osservatorio siriano per i diritti umani e da alcuni attivisti vicini agli Elmetti Bianchi. Immediata la condanna internazionale, a cominciare da quella del Segretario di Stato americano, Rex Tillerson:

«E’ chiaro che questa è opera di Bashar al-Assad – ha dichiarato Tillerson – una brutalità inaccettabile». Sdegno anche da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente turco Erdogan, che si è rivolto direttamente a Vladimir Putin: «Raid inumano e inaccettabile, rischia di vanificare ogni negoziato». Nonostante la condanna unanime, al momento non vi è alcuna assoluta certezza che l’attacco sia opera dell’esercito di Assad e non mancano i dubbi sula ricostruzione, non certo imparziale, fornita dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

 

L’Onu: “Non siamo in grado di stabilire i fatti”

Dubbi talmente rilevanti da spingere le Nazioni Unite a non prendere una posizione.

A riportarlo è l’agenzia stampa Tass: «Non siamo attualmente in grado di verificare cosa sia successo – ammette il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite Stephane Dujarric -. Qualsiasi uso di armi chimiche, in particolare contro i civili, è estremamente allarmante e inquietante. L’uso di tali armi costituisce ovunque una minaccia per la pace e la sicurezza, ed è una grave violazione del diritto internazionale».

Dujarric ha inoltre sottolineato che al momento le Nazioni Unite «non sono nelle condizioni di verificare in maniera autonoma la veridicità di tali segnalazioni». La versione ufficiale delle Nazioni Unite, dunque, pone degli interrogativi e non esprime alcuna certezza, a differenza di quanto affermato da molti leader sul piano internazionale.

 

Il Cremlino attacca i ribelli

Secondo il Cremlino, la Syrian Air Force avrebbe distrutto un magazzino nella provincia di Idlib dove le armi chimiche impiegate dai ribelli jihadisti venivano prodotte e stoccate prima di essere spedite in Iraq. A riferirlo è il portavoce del ministro della Difesa russo. L’attacco di martedì avrebbe preso di mira un importante deposito di munizioni dei ribelli a est della città di Khan Seikhoun. Il magazzino che serviva per produrre gas tossico, lo stesso che sarebbe stato utilizzato, secondo le organizzazioni internazionali, anche in Iraq.

Secondo Konashenkov, le stesse armi chimiche sarebbe state usate dagli islamisti ad Aleppo, e questo sarebbe acclarato dai campioni prelevati dai militari russi. «E’ un’informazione oggettiva e verificata» – ha aggiunto Konashenkov, «i civili di Khan Shekhoun presentano i medesimi sintomi».

 

Il rapporto ONU sulle armi chimiche

Nel 2014, un rapporto stilato dall’ONU sull’uso delle armi chimiche realizzato dopo una missione congiunta in Siria, supervisionata sia dagli Stati Uniti che dalla Russia con la collaborazione del governo siriano, affermava che queste ultime erano state completamente rimosse dalla Paese.

Da allora i vari gruppi terroristici che operano in territorio siriano hanno usato armi chimiche, compreso il gas velenoso sarin. Le stesse armi sono state rinvenute dalle forze governative nei territori precedentemente occupati dagli islamisti. Non è la prima volta che Assad e le forze lealiste vengono accusate di impiegare armi chimiche contro i civili. Ma perché il presidente siriano avrebbe dovuto impiegare tali, brutali, metodi rischiando di attirarsi le ire di tutta la comunità internazionale in un così momento delicato? Peraltro proprio quando i ribelli jihadisti sembrano essere in enorme difficoltà?

 

I precedenti

Vanno ricordati i precedenti casi. Il più significativo ebbe luogo il 21 agosto del 2013 a Ghūṭa, nei sobborghi di Damasco. Come riporta RaiNews, «non il regime di Bashar al-Assad ma i ribelli. Furono loro, secondo l’inchiesta condotta da Seymour Hersh, ad usare le armi chimiche in Siria. Una scelta maturata però altrove, in Turchia, per convincere e costringere gli Stati Uniti ad intervenire militarmente. Nella ricostruzione fatta dal giornalista americano che vinse il premio Pulitzer nel 1970 per il reportage sul massacro di My Lai del marzo 1968 durante la guerra del Vietnam, in cui le forze armate americane uccisero deliberatamente almeno 109 civili, l’attacco dell’agosto 2013 con il sarin fu, in sostanza, una trappola preparata apposta per Washington che, solo all’ultimo momento, si accorse di come stavano le cose e annullò l’ordine di attacco».

 

Osservatorio siriano per i diritti umani ed Elmetti Bianchi: fonti affidabili?

Nell’attesa che luce venga fatta su l’ennesima, gravissima, strage, è tuttavia opportuno fare alcune considerazioni sulla fonte da cui provengono molte notizie che giungono dalla Siria. L’osservatorio siriano per i diritti umani è un organo d’informazione fondato nel 2006 e diretto da Rami Abdel Rahman con sede a Coventry, in Inghilterra. E’ uno storico oppositore degli Assad e raccoglie le informazioni grazie all’aiuto di non meglio precisati «attivisti» sul campo. Per quanto concerne, invece, gli «Elmetti bianchi», ci siamo già soffermati più volte sulla loro autorevolezza e numerose inchieste hanno acclarato i loro legami con i gruppi terroristici, Al-Qaeda in particolare.

Tutto questo, è bene sottolinearlo, non esclude nessuna pista sull’attacco chimico di Idlib, ma ogni ipotesi deve essere considerata con la doverosa attenzione, senza giungere a conclusioni affrettate.

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