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Come può la mano fermare l'acqua? Impossibile!

di Sebastiano Isaia

Sul Corriere della Sera di ieri, il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha ribadito la sua nota contrarietà alla “filantropica” proposta avanzata da Bill Gates circa la necessità di introdurre una tassa sui robot. Qualche mese fa il sindacalista aveva infatti scritto sul Foglio: «È chiaro che quella di Bill Gates è una provocazione, ma in Italia rischierebbe di essere un paradosso. Aggiungerei che i Pc e i sistemi operativi hanno distrutto più posti di lavoro di quanto probabilmente non facciano i robot. Se qualcuno avesse lanciato la provocazione di Bill Gates alla nascita di Microsoft, proponendo una tassa sui Pc, probabilmente lui oggi non sarebbe l’uomo più ricco del mondo». E la cosa non può che farci piacere, diciamo. Bentivogli stigmatizzava il deprecabile vizio italico di ricorrere al «paracadute senza aver ancora imparato a volare». Di qui, il relativo gap tecnologico che il sistema-Paese nel suo complesso registra nei confronti dei suoi diretti concorrenti, Germania e Giappone in testa – almeno per quanto riguarda il settore manifatturiero.

Adesso il leader cislino aggiunge una considerazione solo apparentemente banale, la quale ha invece, a mio avviso, implicazioni politiche e financo  “filosofiche” di grande respiro; eccola: «Fermare il progresso non è di sinistra, è velleitario, è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! La considerazione non banale ovviamente non ha nulla a che fare con la concezione del progresso rivendicata dal sindacalista, il quale si muove dentro la logica della competizione capitalista e degli interessi nazionali («Bisogna giocarsi la partita, ripensare integralmente l’idea di impresa e le sue finalità, il lavoro, gli orari, la sostenibilità intelligente»: sic!), com’è d’altra parte scontato nel panorama del sindacalismo collaborazionista, pardon: “responsabile” di questo Paese; intendevo piuttosto riferirmi a questa frase: «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Insomma, un fenomeno sociale è qui presentato alla stregua di un fenomeno naturale: è esattamente il processo di alienazione-reificazione descritto da Karl Marx fin dal 1844 (nei suoi Manoscritti economico-filosofici). Un solo esempio: «L’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione».

Qui è solo il caso di osservare, contro le interpretazioni volgari e stataliste del pensiero marxiano, che quando l’umanista di Treviri parla di «economia privata» non intende alludere semplicemente ai singoli proprietari privati dei mezzi di produzione/distribuzione, ma in primo luogo al rapporto sociale capitalistico in quanto tale. Il Capitalismo sorge storicamente attraverso la violenta separazione (privazione) del produttore immediato dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro. Quella capitalistica rimane un’«economia privata» nel senso marxiano del concetto anche quando la proprietà giuridica dei mezzi della produzione e della distribuzione fosse interamente nelle mani dello Stato, e difatti soprattutto Engels, che ebbe modo di osservare una fase abbastanza avanzata del processo di monopolizzazione delle attività industriali e finanziarie, individuò nel Capitalismo di Stato la forma più matura dell’economia fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato.

«Robot e occupazione? Una partita tutta aperta se la smettiamo con i catastrofismi. Non c’è nulla da fare. La paura e l’incertezza vanno forte e si scatena la guerra dei numeri». Purtroppo è la guerra di classe che langue! O, più esattamente, è il Capitale che in questa fase storica non smette di muovere guerra ai lavoratori, “manuali” o “intellettuali” che siano. Bentivogli invita l’opinione pubblica, e soprattutto i lavoratori, a non scivolare nel catastrofismo, suggestione distruttiva che, a detta di tanti opinionisti e politologi, porterebbe molta acqua al mulino del famigerato “populismo”. In realtà catastrofica è in primo luogo la società capitalistica mondiale in quanto tale, e non tanto – o non solo – la tecnologia che il Capitale impiega per sfruttare gli uomini e la natura. D’altra parte la stessa configurazione tecno-scientifica di una società è intimamente intrecciata con i rapporti sociali che dominano la sua prassi, a cominciare dalle attività idonee e produrre sempre di nuovo le condizioni “materiali” di esistenza degli individui, e con esse gli stessi rapporti sociali, in un circolo che oggi è, più che vizioso, semplicemente disumano, catastrofico per gli uomini e per la natura.

«Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx); «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer); «una più elevata formazione economica della società» (Marx); insomma, una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana sarebbe in grado di controllare fin nei dettagli la totalità delle attività umane produttive, cosa che risulta impossibile in una società dominata dagli interessi che fanno capo al Moloch, al Capitale. Per dirla con Bentivogli, fermare la bronzea legge del profitto è velleitario, «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! Ma noi non abbiamo a che fare con l’acqua…

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